venerdì 5 ottobre 2007

"Riforme, la destra collabori: il Pd pronto a dimezzare ministri"

di Giancarlo Giannini
Veltroni: "Deve decidere Prodi, ma noi siamo pronti. Non ci sarà nessuna staffettaPer rafforzare il premier sono pronto a tutto. Troppa confusione politica
"Il governo sta facendo molto bene, e sarebbe ora che tutti gli alleati lo riconoscessero. Ma se dopo il 14 ottobre si vuole dare un segnale ulteriore, e dimezzare il numero dei ministri e sottosegretari, il Partito democratico è pronto a fare la sua parte. La scelta dipende solo dal presidente del Consiglio. Qualunque sarà la scelta di Prodi, noi la appoggeremo".
Alla vigilia del voto sulle primarie del Pd, che per lui deve essere "una grande festa della democrazia", Walter Veltroni lancia un duplice appello. Al centrosinistra, perché la smetta di litigare e capitalizzi i buoni risultati dell'azione di governo. Al centrodestra, perché dia il suo contributo all'approvazione della riforma istituzionale in votazione alla Camera, che finalmente "può sbloccare il Paese".
Sindaco Veltroni, partiamo dalle riforme. Alla Camera si sta sbloccando qualcosa. Lei che ne pensa?
"Lancio un appello a tutte le forze politiche. In otto mesi si può sbloccare il Paese, e superare la crisi del suo sistema democratico. La Commissione Affari Costituzionali ha approvato il Senato federale e la riduzione del numero dei parlamentari. Facciamo l'ultimo sforzo. Diamo un senso a questa legislatura, e approviamo l'intera riforma istituzionale. Con un'unica Camera legislativa, un Parlamento ridotto in quantità e più efficiente in qualità, una corsia preferenziale per i ddl del governo, la facoltà del premier di proporre la nomina e la revoca dei ministri, noi possiamo far uscire l'Italia dal tunnel, dal potere dei "veto-player", di quelli che dicono sempre no. Sarebbe il miglior servizio che il ceto politico italiano, in un momento di grande difficoltà, potrebbe rendere al Paese".
Il suo appello non arriva fuori tempo massimo? Il Polo vuole solo le elezioni, anche con questa legge elettorale.
"Sarebbe una follia per il Paese. Chiunque vinca. Perché la partita è aperta, e se alle prossime elezioni ci presenteremo con un programma di innovazione asciutto e uno schieramento coeso il Pd può arrivare al 37%".
Auguri. Ma finora il Pd non è bastato a stabilizzare il governo. E si parla sempre di staffetta Prodi-Veltroni.
"Noi lavoriamo per stabilizzare Prodi. Ma non possiamo essere soli. Se un giorno uno fa una conferenza stampa con il capo dell'opposizione, un altro fa la manifestazione contro, un altro ancora sbatte la porta, così non si regge. Quanto alla staffetta, non esiste. In questo momento io ho solo tre grandi obiettivi: accelerare sulle riforme istituzionali, celebrare con le primarie del Pd del 14 ottobre una grande festa della democrazia, e nel frattempo consolidare il governo Prodi, e far risaltare elementi di merito sulla confusione politica, che è troppa. Sono pronto a tutto, pur di rafforzare il governo".
Ma lei è favorevole al dimezzamento della squadra di governo, mettendo a disposizione, in nome del Pd, le poltrone ministeriali in quota a Ds e Margherita?
"Io penso che il futuro governo dovrà avere la metà dei ministri e sottosegretari di quello attuale. Per ciò che riguarda questo governo, è il presidente del Consiglio che deve dire la sua opinione. Nel Pd c'è una piena disponibilità su ciò che Prodi deciderà di fare. Se deciderà di ridurre drasticamente la squadra, il Pd sarà pronto a fare la sua parte. Se deciderà di restare così, il Pd lo sosterrà. Perché vede, questo è il mio cruccio: il governo di cose buone ne sta facendo moltissime, dalla finanza pubblica alla politica estera. Bisognerebbe esserne orgogliosi. E invece c'è questo "desencanto", che nasce dalla litigiosità e dalla rissosità tra gli alleati. Noi ci dobbiamo scuotere. Nasce un partito nuovo, dal basso, con centinaia di migliaia di persone che vanno a votare, con 60-70 mila scrutatori, con 35 mila candidati, con ragazzi di 16 anni che si presentano per la prima volta alle urne, con una partecipazione femminile che sfiora il 50%. Quando mai si è vista una cosa del genere in Italia? Eppure, dobbiamo sempre piangerci addosso, e seminare questo clima di autoflagellazione".
È la vecchia storia del "tafazzismo" della sinistra, no?
"Sa cosa le dico? Se c'è una dote che riconosco nella destra è la combattività. Una cosa è il senso critico, che è giusto esercitare e che fa difetto di là mentre è giusto che ci sia di qua. Ma un'altra cosa è non aver più voglia di fare battaglia politica, non avere più orgoglio di sé, proprio nel momento in cui stiamo per scrivere la pagina più bella della nostra storia recente. Perché una cosa è chiara a tutti: se avremo un grande successo alle primarie, stavolta può davvero cambiare la storia politica di questo Paese".
Come si spiega tutte queste polemiche velenose tra voi candidati?
"Le confesso che ho provato un certo dispiacere per i toni un po' troppo accesi che qualcuno ha usato. Come ha visto, da me non è mai venuta una parola polemica. Sono convinto che dopo il 14 ottobre ci sia bisogno di una leadership forte, quale che sia. E penso che al Paese occorrerà dare un'immagine di compattezza e di coesione. Basta messaggi di contrapposizione. Quel giorno deve essere una grande festa della democrazia".
Nel frattempo, però, basta un Grillo che con un "Vaffa" cavalca l'onda dell'antipolitica, e il Palazzo vacilla.
"Nel Paese c'è un diffuso malessere nei confronti della politica. Ma il "vaffa" non è la terapia. Semmai è solo il termometro. La soluzione del problema non è Grillo. La soluzione è la buona politica, anche se ripeterlo ora è come vendere i ghiaccioli in Alaska. Nei miei discorsi in giro per l'Italia faccio sentire le parole di Martin Luther King del '63, quando in una sorta di gospel dice "verrà un giorno in cui bambini bianchi e neri si daranno la mano".
Poi però faccio vedere anche il discorso di un americano nero di 46 anni, Obama, che si candida a fare il presidente degli Stati Uniti. Cosa c'è stato in mezzo? La politica, che ha cambiato in meglio il destino dell'umanità".
Perché avete privilegiato la nomenklatura di Ds e Margherita nelle liste, e avete lasciato poco spazio alla società civile?
"Come sa, io con gli apparati ho avuto sempre un rapporto molto complesso. Ma le confesso che, quando ho cominciato questa avventura, sulla composizione delle liste mi aspettavo molto peggio. Temevo che ci sarebbe stata meno disponibilità a fare strada a forze ed energie della società civile. Se ora guardiamo le liste delle città, c'è una quantità rilevante di persone comuni, ragazzi che vengono dal volontariato, imprenditori. Certo, si può fare di più. Anzi, aggiungo: si farà di più. Il Pd al quale penso è un partito con porte e finestre aperte, che ha la capacità di incarnare un modello di democrazia lieve, ma al tempo stesso capace di decidere nell'interesse comune. Quindi fuori i partiti dalla Rai e dai luoghi nei quali a gestire la cosa pubblica devono essere le competenze e non le appartenenze. Il Pd al quale penso è un partito che deve avere la forza di contaminarsi e il coraggio di proiettarsi molto oltre i suoi confini".
Ecco, appunto, c'è chi pensa che lei si stia proiettando un po' troppo "oltre", e che alla fine resti sul generico nelle grandi questioni, e magari parli chiaro e forte solo su Miss Italia. È così?
"Non mi pare proprio. In quattro mesi ho detto quello che deve essere il futuro del Paese. Sul fisco, sulle istituzioni, sull'ambiente, sul welfare, sul patto generazionale, sulla sicurezza, sulla Rai. Ho formulato una piattaforma programmatica fortemente innovativa. Poi ho aggiunto una cosa importante sul piano politico: il futuro del Pd non saranno più alleanza "contro", ma alleanze per un disegno di innovazione. Dunque alle prossime elezioni, quale che sia la legge elettorale, al centro ci sarà un programma di innovazione. Se su questo si riuscirà a ottenere le convergenze bene, se no il Pd esprimerà fino in fondo la sua vocazione maggioritaria. Il Pd nasce per questo. Le sembra messaggio generico o poco chiaro?".

D'accordo. Ma in questa ricerca di "vocazione maggioritaria", non si rischia di lanciare messaggi ambigui?

"Assolutamente no. Sono e resto convinto che serva un clima diverso tra maggioranza e opposizione. So che questo sembra blasfemo, in un paese in cui tutti insultano, tutti odiano, tutti sbattono le porte. Ma ho l'impressione che gli italiani siano sfibrati dalla coppia oppositoria Berlusconi-comunisti, cui è stata consacrata la storia italiana degli ultimi tredici anni. Il Pd è quello che rompe questo schema. Non ci si dovrà stupire del fatto che il Pd, dopo il 14 ottobre, uscirà sempre più spesso dai "recinti" tradizionali. La politica moderna è la risposta nuova a domande del tutto nuove".

È in nome di questo "nuovismo" che lei è arrivato al punto di ipotizzare la candidatura della signora Veronica Lario in Berlusconi?

"Io non ho ipotizzato proprio nulla. Come sa, chi fa un'intervista risponde delle cose che dice e non dei titoli. Mi è stata fatta una domanda sulle persone che stimo dall'altra parte dello schieramento, e io ho dato una risposta. Chi ha letto l'intervista sa che ho fatto solo un apprezzamento per una persona che, pur essendo collocata su un fronte diverso, ha preso posizioni coraggiose, sull'Iraq, sulla fecondazione. A me interessano sempre le persone che vanno oltre i loro confini, che dicono cose non usuali. Le faccio un altro esempio: il priore di Bose, con il quale a Bergamo ho fatto una discussione sulle beatitudini nella Bibbia. C'erano 2.500 persone ad ascoltarci, alle 9 di sera. Per come la vedo io, questa è una notizia più importante di Grillo. C'è un altro Paese che i nostri occhi non vedono, e che è carico di attese. Le parole di Enzo Bianchi, come quelle di monsignor Ravasi, mi interessano molto. Come mi interessano le tesi di Bernard Henry-Levy, o di Adriano Sofri".

Benissimo. Ma tutto questo sincretismo culturale non rischia di precipitare il nuovo partito in un indistinto "democratico", dove ci sei ma non sai più chi sei?

"No, questo rischio non c'è. Il Pd italiano sarà come il partito democratico americano e i laburisti inglesi. Questa è l'ispirazione politica, alla quale aggiungiamo la matrice culturale italiana, le nostre storie particolari. Non posso dimenticare che un giorno, nel '91, feci vedere a Scalfari, in anteprima, il nuovo simbolo del Pds. Eugenio mi disse: verrà il giorno in cui in questo Paese ci sarà un partito che si chiamerà solo Pd. Questo giorno è venuto. Viviamolo con intensità e allegria. E con la consapevolezza che da qui può nascere un cambiamento profondo della storia politica di questo Paese".

(da la Repubblica, 5 ottobre 2007)

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