giovedì 20 dicembre 2007

Il PiDdì - Segretari a confronto

Paolo Sordi ha 51 anni, è nato a Fucecchio, è segretario DS di Fucecchio dal 2002 e di professione è architetto.
A che età hai iniziato a fare politica e che cosa ti ha spinto a farla?
Ho iniziato a circa sedici/diciassette anni, quando ero studente ad Empoli per rivendicare maggiori diritti per gli studenti, le donne i lavoratori e poi vi erano le lotte per la libertà dei popoli (il Vietnam, il Cile ecc.).
Qual è stato il tuo primo partito politico e perché lo hai scelto?
Ho aderito al PCI per la sua storia, per la difesa dei più deboli, per le battaglie di civiltà, per gli amici, per i compagni, non solo studenti, ma anche operai: si parlava molto, avevamo molte certezze e pochi dubbi.
Come è cambiata la politica?
Prima la politica era molto più impregnata di ideologia, di internazionalismo: l’America, l’URSS, la Cina, il Vietnam. Oggi la politica è più rivolta al nostro Paese. Allo stesso tempo noto più cinismo, perdita di valori, la difficoltà di indignarsi.
Come hai vissuto questa fase costituente?
Il Partito Democratico è una grossa opportunità per la sinistra ma soprattutto per il Paese; oggi stiamo costruendo un partito riformista capace di governare e di riassumere in sé tutta la parte migliore della tradizione socialista e cattolica italiana. Io non ho avuto dubbi sul valore di questo cambiamento e lo ho percepito anche nella passione di molti amici e compagni al dibattito congressuale.
Che cosa hai pensato la prima volta riguardo alla possibilità di un partito unico tra DS e Margherita?
All’inizio ho avuto qualche dubbio sui tempi stretti che ci eravamo dati, ma non per il progetto, il simbolo dell’Ulivo lo conosciamo ormai da un decennio.
Qual’è stata, secondo te, l’esigenza di aver costruito il PD?
L’esigenza di dare certezza, serenità e continuità all’azione riformista per trasformare l’Italia e gli italiani, riformare la macchina amministrativa, migliorare i servizi. Per questo occorre costruire un nucleo forte e trainante all’interno della coalizione di centro-sinistra, capace di parlare al Paese con un’unica voce chiara e sincera. Tutelare finalmente il cittadino comune, ridimensionare i poteri e le corporazioni più forti (banche, assicurazioni, farmacisti, tassisti, professionisti, ecc.)
Che cosa significa passare da DS a PD per te?
Se l’azione dovrà essere semplice chiara e forte, il dibattito politico dovrà vedere partecipi le molteplici sensibilità (sociali, ambientali, civili, ecc.). Un partito quindi come un grande contenitore il cui involucro è costituito dai valori della solidarietà, della giustizia sociale, delle pari opportunità non solo tra i sessi, ma tra i ceti sociali e le etnie; mi sembrerebbe un passo in avanti, o no?
Che cosa ti differenzia da un componente della Margherita?
Avevamo ed abbiamo sensibilità ed attenzioni diverse su alcune tematiche, come i contraccettivi, la lotta all’AIDS, l’aborto il testamento biologico, ecc. credo però che la laicità ed il rispetto delle opinioni altrui saranno punti fermi del nuovo soggetto politico.
Quali i punti in comune?
I valori democratici, la Costituzione, ma soprattutto la voglia di cambiare questo nostro Paese.
Durante la fase costituente del Partito Democratico abbiamo creato "l’Alfabeto del PD di Fucecchio". Quali dovranno essere, secondo te, le parole chiavi del nuovo partito?
Bene pubblico, cambiamento, coraggio, Europa, Terzo Mondo, I CARE, partecipazione, solidarietà, serenità, felicità.
Perché Veltroni?
Veltroni è stato il primo ha parlare di Partito Democratico. E’ la persona giusta, per capacità amministrativa, serietà e tenacia, inoltre ha la capacità di farci scorgere orizzonti lontani, che poi così lontani non lo sono mai.
“Vecchie” alleanze, “alleanze di nuovo conio” o “mani libere” per il PD?
Il PD dovrà essere un partito, si spera forte e coeso, ma senz’altro con le mani libere da schemi e preconcetti.
Festa de l’Unità o Festa Democratica?
Io credo che la Festa de l’Unità sia stata ed è una cosa importante per Fucecchio; essa rappresenta la voglia e la capacità di stare insieme, di ritrovarsi, di discutere di molti amici e compagni che per un mese mettono a disposizione volontariamente e disinteressatamente il proprio tempo e le proprie capacità. Il nome non è importante: festa de L’Unità, festa de Democratica, o cos’altro, saranno i volontari a deciderlo.
Cosa cambia a Fucecchio con il PD?
A livello Comunale, faremo un gruppo consiliare unico a cui tutti i DS e la Margherita hanno dichiarato di aderire: per cui l’azione amministrativa sarà ancora più coesa. Sul territorio abbiamo delle buone novità: la prima è l’affacciarsi di un gruppo giovane di ragazzi e ragazze che con capacità e passione anima il nuovo partito; la seconda è la costruzione della nuova sede in via I° settembre 43 in un fabbricato con molteplici potenzialità.
Il 25 e il 26 gennaio 2008 verrà eletto il segretario comunale del PD di Fucecchio. Ti candiderai? Pensi sia giusto lasciare spazio a facce giovani?
All’ultimo congresso DS ho detto chiaramente che non mi sarei candidato a segretario del PD perché credo nell’esigenza di rinnovare il gruppo dirigente. Non sò se vi saranno più candidati, senz’altro però auspico e lavorerò per creare le condizioni di un rinnovamento non solo politico ma anche generazionale, perché questo nuovo gruppo di ragazzi ha molte potenzialità.
Per finire, che cosa pensi di Silvia Melani?
Silvia Melani si è dimostrata capace come vicesindaco, leale e coraggiosa in politica. Credo, che insieme, stiamo facendo un buon lavoro per il PD e per Fucecchio.
Un difetto?
Un difetto? [risata] emmm, non ti so rispondere!

Il PiDdì - Segretari a confronto

Silvia Melani ha 42 anni, è nata a Pistoia, è segretaria della Margherita di Fucecchio dal 2003 e di professione è commercialista.
Ache età hai iniziato a fare politica e che cosa ti ha spinto a farla?
Il mio interesse per la politica nasce intorno ai vent’anni ed è maturato negli ambienti cattolici che da sempre frequento con lo studio della dottrina sociale della chiesa e quindi delle ragioni dell’impegno politico dei cattolici quale espressione di servizio verso il prossimo.
Qual è stato il tuo primo partito e perché lo hai scelto?
Il passo dallo studio all’azione è avvenuto con l’adesione alla Democrazia Cristiana poco prima del suo scioglimento, fondamentale perché lì ho imparato a ascoltare e interpretare le attese della comunità nella dimensione propria di un partito politico e quindi a elaborare proposte per la politica e le istituzioni.
Come è cambiata la politica?
La politica è governo della cosa pubblica ed è concetto immutato dall’epoca greco romana. Sono mutati ovviamente i partiti, non più identitari e fortemente strutturati, come i grandi partiti italiani del secolo scorso, la partecipazione e il valore che le attribuiscono i cittadini.
Come hai vissuto questa fase costituente?
La fase costituente del Partito Democratico è un’esperienza densa di novità e quindi la vivo con molto interesse e aspettative, perché stiamo costruendo un nuovo partito con nuovi compagni di viaggio che non sono solo i Democratici di Sinistra ma anche i molti che si avvicinano da strade inedite come le elezioni primarie di ottobre.
Che cosa hai pensato la prima volta riguardo alla possibilità di un partito unico tra DS e Margherita?
Non ho vissuto favorevolmente le prime discussioni sull’unire i due partiti perché pensavo che non fosse né facile né utile a creare quel valore aggiunto che era indispensabile all’Italia. Solo quando si è finalmente iniziato a parlare di un nuovo soggetto e a cosa doveva servire, allora ho pensato che poteva rappresentare un bene per il paese.
Qual’è stata, secondo te, l’esigenza di aver costruito il PD?
DS e Margherita erano le migliori voci delle riforme e provenivano dalle grandi culture socialista e cattolico democratica, che hanno assicurato democrazia e sviluppo all’Italia conducendola al terzo millennio. Vi è stato il repentino passaggio alla c.d. seconda repubblica ed è nata l’esperienza dell’Ulivo come alleanza elettorale conseguente al nuovo sistema maggioritario. Ha convinto subito partiti ed elettori che hanno capito che non bastava più né allearsi né unirsi ma costruire una nuova casa politica.
Che cosa significa passare da Margherita a PD per te?
Il “passaggio” per me vuol dire metter in campo nella nuova casa e condividere con i nuovi abitanti la cultura politica e l’esperienza istituzionale fin qui maturata per valorizzarle e costruire insieme il futuro.
Che cosa ti differenzia da un componente dei DS?
Nell’esperienza straordinaria dell’Ulivo, che ha consentito a DS e Margherita di governare insieme in ogni parte del paese, ho sempre trovato comuni vedute sui grandi temi dell’agenda politica, linfa vitale per la costruzione del PD, con l’eccezione di certi temi etici in quanto ognuno ha sensibilità diverse che deve assolutamente poter esprimere.
Quali i punti in comune su cui costruire il PD?
I punti in comune per costruire il PD sono i valori comuni, che mi paiono utili anche per darne una personale e sintetica descrizione “alfabetica”.
Durante la fase costituente del Partito Democratico abbiamo creato "l’Alfabeto del PD di Fucecchio". Quali dovranno essere, secondo te, le parole chiavi del nuovo partito?
Centralità e dignità della persona, famiglia, libertà nutrita di diritti e doveri, laicità dello Stato, europeismo, solidarietà, sussidiarietà, sviluppo sostenibile.
Perché Veltroni?
E’ stata intelligenza politica aver proposto Walter Veltroni come segretario del PD e sono contenta di averlo sostenuto perché la sua è la storia di un leader nazionale appassionato della politica che inizia a dalla sua città, credibile perché ascolta e fa quello che ha detto di fare, affronta temi come la lotta alla disuguaglianza non limitandosi a visitare con telecamera al seguito bambini africani o ragazze romane vittime di fame e violenza. Quando ha accettato di candidarsi alla guida del PD ha esposto un chiaro programma per costruire il futuro partendo dalla valorizzazione delle varie culture politiche in modo che ognuno potesse riconoscersi.
“Vecchie” alleanze, “alleanze di nuovo conio” o “mani libere” per il PD?
Ritengo che gli incontri di Veltroni con il centrodestra siano la realizzazione del percorso annunciato a Torino quando si è proposto alla guida del PD: servono le riforme, sono regole di tutti e si deve cercare di scriverle insieme, poi ognuno governa come vuole e con chi vuole quando e se trova le intese necessarie.
Festa de l’Unità o Festa Democratica?
Importante è il contenuto della festa e penso che potrebbe chiamarsi festa dell’unità democratica in omaggio al suo forte radicamento nel territorio e a chi l’ha fatta crescere.
Che cosa cambia a Fucecchio con il PD?
La costituzione del PD a Fucecchio serve a consolidare l’esperienza del centrosinistra locale che è tra le più giovani e apre le porte a tanti cittadini che non avevo visto prima impegnarsi in politica.
Il 25 e il 26 gennaio 2008 verrà eletto il segretario comunale del PD di Fucecchio. Ti candiderai? Pensi sia giusto lasciare spazio a facce giovani?
Credo che , come per le primarie di ottobre, una pluralità di candidature sia importantissima perché è segno di passione e partecipazione, così come auspico l’impegno di giovani e donne come sto facendo io. Dico altrettanto chiaramente che non condivido l’equivalenza giovane uguale nuovo: Walter Veltroni segretario del PD dimostra che la novità non è la faccia nuova o essere lontani dalla mezza età ma è essere credibili per quello che si vuol fare e apprezzati per quello che si è fatto.
Personalmente non mi candiderò a dicembre alla guida del PD di Fucecchio perché sto svolgendo l’importante ruolo di vicesindaco che mi prende tempo e cuore e mi pare serio dedicarmi a quest’esperienza, che metto a disposizione del mio nuovo partito, al quale lavoro per costruire la Fucecchio di domani.
Per finire, che cosa pensi di Paolo Sordi?
Il lungo periodo di conoscenza di Paolo Sordi, ben prima che divenisse segretario dei DS, mi consente di definirlo con consapevolezza una persona onesta che non si risparmia per ciò in cui crede.
Un difetto?
Il difetto che gli attribuisco benevolmente è di non avere pazienza necessaria a trovare nell’immediato soluzioni condivise ma debbo dire che dopo, con intelligenza, se ne accorge.

mercoledì 19 dicembre 2007

I DIRITTI CIVILI IN CUI CREDE IL PD

Lettera di Walter Veltroni - La Repubblica, 19 dicembre 2008

Caro Direttore, non so, se l'Italia odierna si possa definire meno laica rispetto a quella di quarant'anni fa. So che oggi vedo un Paese più moderno, dove i costumi e le relazioni tra le persone si informano a fondamentali principi di libertà, a un sostanziale rispetto dei diritti individuali e delle identità. So che nella vita quotidiana i rapporti tra gli individui, e non solo tra le giovani generazioni, non somigliano a quelli tipici della società italiana di quarant'anni fa, quando provincialismo, moralismo e anche una buona dose di bigottismo erano molto diffusi. Allora cominciarono avanguardie e movimenti a introdurre nell'agenda politica temi e conquiste che si imposero poi nella società. Oggi, come nel caso delle coppie di fatto richiamato dall'articolo di Mafai, è la politica ad essere chiamata a dare risposte legislative adeguate e moderne, in linea con il costume, il sentire diffuso, i cambiamenti della società. La politica deve riuscire a far questo, e il Parlamento è il luogo naturale dove confrontare i diversi convincimenti, le diverse idee e sensibilità che attraversano il Paese. Nell'unico modo possibile e in grado di condurre ad una soluzione il più possibile condivisa: in un clima di autentico rispetto, di dialogo vero, di consapevolezza che su temi come questi, che riguardano anche i dettami della coscienza, si sgomberi davvero il terreno da integralismi e fondamentalismi, e si possa serenamente affermare il basilare principio della laicità. Laicità delle istituzioni repubblicane, laicità dei comportamenti e delle posizioni individuali, tanto più preziosa quando si affrontano i complessi nodi delle questioni eticamente sensibili. E c'è l'occasione del dibattito sui CUS, che ritengo siano un'ottima base su cui insieme riflettere. A Roma, dove l'altro giorno il Consiglio Comunale non è riuscito ad approvare nessun atto sul tema delle "Unioni civili", è successo il contrario. Ma ad essere sconfitto, vorrei dire a Miriam, non è stato il Partito democratico, che anzi, tutto insieme, ha cercato di offrire, attraverso un ordine del giorno coraggioso ed equilibrato, un terreno di confronto avanzato, serio e rispettoso di tutte le sensibilità. La sconfitta è stata un'altra. Vittima di integralismi e forzature di vario genere è stata la possibilità (reale) di far sì che la città di Roma chiedesse a voce alta al Parlamento di dare una risposta adeguata e moderna alle aspettative di tanta parte della società, impegnandosi, dal canto suo, a rafforzare tutti gli strumenti già esistenti (a legislazione vigente) contro le discriminazioni e per la tutela dei diritti delle persone, con il criterio della "famiglia anagrafica". A Roma, in questi anni e senza proclami, i diritti sono stati tutelati e rafforzati (con strumenti come questo che le attuali leggi consentono ai Comuni) a favore di nuclei familiari di fatto su aspetti fondamentali nella vita delle persone: le domanda per alloggi popolari, le graduatorie per gli asili nido, alcuni servizi per anziani. Sulle due delibere di iniziativa popolare e consiliare, la cui eventuale approvazione non avrebbe avuto nient'altro che un mero valore simbolico, senza poter migliorare di una virgola la condizione di vita delle coppie di fatto, non c'era una maggioranza sicura e comunque il loro contenuto era legittimo ma discutibile e non da tutti condiviso. Per questo il gruppo del Pd aveva presentato il suo ordine del giorno, che aveva esattamente lo scopo di non lasciare afasica su questo tema l'Aula Giulio Cesare. Non mi stupisce l'atteggiamento ostile della destra, che tranne alcune eccezioni ha dimostrato poca sensibilità su temi che riguardano la vita delle persone e la lotta ad ogni discriminazione. Comprendo meno, sinceramente, gli interventi letti sul settimanale allegato al quotidiano "Avvenire", contrari alla presentazione dell'ordine del giorno. Rispetto le opinioni e le sensibilità di tutti, ritengo non solo legittimi mafecondi per la politicainterventi e pronunciamenti della Chiesa, ma l'autonomia e la laicità dello Stato e delle istituzioni non possono essere messi in discussione. E comprendoancora meno, con altrettanta sincerità, il comportamento dei gruppiconsiliaridella sinistra radicale, chefacendo mancare il loro voto favorevole, hanno impedito l'approvazione dell'ordine del giorno presentato dal Partito democratico. O forse riesco a comprenderlo in un'ottica molto più piccola rispetto ai temi in discussione, alla luce di dichiarazioni di esponenti di questa areapiù legate a questioni di politica nazionale che al merito della cosa. La questione delle Unioni civili, insomma, come una bandiera da agitare, come un pretesto per obiettivi lontani dalle esigenze di civiltà affermate. In questo senso dovrebbe far riflettere anche la scarsa partecipazione di cittadini alla manifestazione convocata dai promotori delle delibere. Per questo dico che ad essere sconfitto nonè stato il Pd, che anzi in un passaggio così delicato ha dimostrato intelligente compattezza, senso di responsabilità e autentica laicità. Quella laicitàche lacittà diRoma vuole tutelare. E che l'approvazione del documento proposto avrebbe appunto contribuito a tutelare, lungo la linea tracciata con chiarezza in questi anni. Non so se quarant'anni fa sarebbe stato possibile dedicare una via ad omosessuali vittime di violenza e pregiudizi omofobi o se un'Amministrazione Comunale si sarebbe costituita parte civile a favore di queste vittime. E non so se si sarebbero dati i patrocini dell'Assessorato alle pari opportunità all'annuale appuntamento di Piazza Farnese. Questo, a Roma, accade e continuerà ad accadere, senza bisogno di brandire le armi dell'intolleranza o dell'integralismo, procedendo con i soli strumenti possibili ed efficaci: quelli del libero ascolto, del civile dialogo, del laico confronto che nasce dal rispetto del ruolo delle istituzioni e dei convincimenti di tutti e di ciascuno.

IL MANIFESTO POLITICO DI WALTER

Intervista con Veltroni - Il Foglio, 19 dicembre 2007


Roma. Su una poltroncina gialla nell’anticamera del suo ufficio da sindaco, al primo piano del Campidoglio, Walter Veltroni discute con il Foglio per un’ora di cosa intende quando parla di rottura (rupture) democratica. In una delle settimane più importanti per il governo di Prodi, per il Partito democratico e per il destino dell’asse tra il Cav. e W (Cav + W), Veltroni usa parole nuove per definire il suo rapporto tra religione e politica, dà un’interessante interpretazione della guerra in Iraq (che anche Donald Rumsfeld, probabilmente, condividerebbe), dice qualcosa di nuovo su Romano Prodi, su Silvio Berlusconi, sulla Prima Repubblica, su Tangentopoli, sui Pacs, sui Cus, sulla maggioranza, sul fund raising e anche su Alitalia (“La cosa che mi piacerebbe di più è che le proposte di Air France e Air One si incrociassero. Per garantire la forza di un soggetto come Air France e la forza di un soggetto finanziario come banca Intesa, e al tempo stesso però il radicamento nel paese di una compagnia nazionale. Conta l’offerta che viene fatta, contano le strategie industriali, conta sapere per il paese che esito avrà la sua compagnia nazionale”). Entrando nel cuore della sua idea di Partito democratico (la cui vocazione maggioritaria più che a Botteghe Oscure si ispira sempre di più alla filosofia senza tessera e senza congressi dei democrat americani), Veltroni parla in un modo nuovo anche di referendum elettorale: quel referendum fino a ieri “sostenuto ma non firmato” e su cui oggi, invece, Veltroni ammette che, a certe condizioni, potrebbe dire di sì: intravedendo una possibile tutela della “vocazione maggioritaria” nel testo su cui la Consulta darà un giudizio di costituzionalità entro la metà di gennaio.


Due mesi fa tre milioni di elettori scelsero W come leader del Pd; due settimane fa, al quinto piano del palazzo dei gruppi parlamentari, W ha incontrato il leader dell’opposizione Silvio Berlusconi; tra poche settimane Romano Prodi dovrà affrontare quella verifica di governo di cui sabato Veltroni ha parlato con Romano Prodi: tra un’intervista alle 9.15, un matrimonio celebrato alle 11.30 e un compleanno centenario festeggiato alle 10.30 a casa della signora Broccolo. Quello che parla con il Foglio è un Veltroni un po’ meno spagnolo, sempre meno tedesco, molto americano ma pure un po’ francese. E’ un Veltroni che fa un paio di assist al Cav., che rilegge in modo curioso un aspetto dello strappo di Fausto Bertinotti con Prodi e che, quando si parla di religione e di politica, non ha nulla da ridire sulle parole di Obama (“I laici sbagliano a chiedere ai credenti che entrano in politica di lasciare da parte la religione”). W sorride leggendo la prima pagina del Foglio di sabato sui leader cristiani in corsa in America per la presidenza; e alla domanda: “Che cosa significa Cristo in politica?”, dà una risposta che farà insospettire chi crede che sia “molto difficile essere laici nel paese delle chiese” (Eugenio Scalfari, Repubblica 16 dicembre).


Spiega Veltroni: “Cristo in politica è giusto e legittimo che lo porti chi ha Cristo dentro di sé. E che lo porti e non lo lasci a casa. L’idea che qualche volta la politica ha avuto anzi, che spesso la politica ha, fa parte di una visione del mondo che io non condivido: che la laicità dello stato – che io considero come un valore assolutamente indiscutibile e indisponibile – presupponga una sorta di rinuncia alle identità di ciascuno. Qui dentro però io ci vedo una delle chiavi della possibile convivenza del nuovo millennio: il tema del rapporto tra identità e dialogo. E’ un tempo, questo, in cui di fronte alla paura delle grandi trasformazioni economiche e finanziarie, e della circolazione delle persone con la loro visione del mondo e la loro religione, sembra prevalere in ciascuno l’idea di arroccarsi in una dimensione identitaria: un po’ per conforto, un po’ per rassicurazione; ma con l’idea che questo possa essere l’antidoto al processo di melting pot in corso. Tutto questo lo si può affrontare in due modi: lo si può affrontare accettandolo passivamente. Ma il rischio dell’accettazione passiva è che si finisca con il legittimare anche le forme attraverso le quali questa identità figlia di divisioni culturali, religiose, di concezioni della comunità pubblica diversa dalle nostre, si fa integralista, fino ai rischi del fondamentalismo. Oppure lo si può accettare con l’idea che l’identità non sia uno straccio. E che l’identità sia figlia della storia, delle culture, delle radici, delle ragioni e che sia un valore. Perché se è vero che è necessario il dialogo, il dialogo ha senso se ci sono tante identità. E se qualcuno afferma e difende queste identità. La grandezza della cultura politica dovrebbe essere quella di far convivere la propria identità con la disponibilità all’apertura. Qui sta l’idea del rapporto tra stato laico e punto di vista religioso”.


Veltroni ora entra nel cuore del discorso: “Personalmente non sono credente e non avrebbe senso che io fossi considerato un christian leader, anche perché esiste una sfera che è assolutamente personale che mi dà fastidio dover usare quando c’è qualcosa che è pubblico (ho visto, a proposito del rapporto tra politica e religione, trasformazioni troppo repentine determinate dalle contingenze del momento). Però vorrei che la mia idea fosse chiara: a me ha sempre culturalmente affascinato la vocazione pastorale della chiesa mentre mi piace meno quella chiesa che ogni giorno sforna prescrizioni morali di comportamento: lo considero un po’ una riduzione della grandezza della missione e della funzione della stessa chiesa. Io sono stato molto affascinato da Giovanni Paolo II, l’ho conosciuto ho avuto modo di parlare con lui diverse volte, mi piaceva enormemente la coesistenza in lui di identità e dialogo. Mi piaceva il fatto che sulle questioni che attengono alla responsabilità della chiesa lui avesse le sue posizioni, che per altro misurava con grandissima sapienza. Ma non dimentichiamolo mai è stato il Papa delle invettive contro il capitalismo egoista, è stato il Papa che ha denunciato lo strazio dell’Africa, è stato il Papa più impegnato per la pace e il dialogo tra le religioni. Ecco: a me interessa che nel Partito democratico ci siano persone che portano il punto di vista, le esperienze, la cultura religiosa con la disponibilità a incontrarle laicamente. Come dice il Dalai Lama, ‘la religione deve in qualche misura sempre essere consapevole del carattere parziale, limitato della sua funzione’”.


Manca però, nel discorso di Veltroni, un concetto chiave: la libertà di coscienza. Quella libertà che, due settimane fa, ha portato la cattolica Paola Binetti a votare “no” alla fiducia di Romano Prodi sull’emendamento che a sinistra continuano a chiamare “antiomofobico” e in realtà riguarda l’identità di genere, cioè una formula ideologica. Omofobia è una parola che Veltroni conosce bene; e che, in un certo senso, ha affrontato anche ieri in consiglio comunale, dove è stato votato un testo presentato dal consigliere della Rosa nel Pugno Gianluca Quadrana sul tema del registro delle unioni civili. Veltroni la pensa così. “Su questo argomento, a Roma, abbiamo già fatto un grandissimo passo in avanti. Mi spiego: tutto ciò che è previsto nelle politiche sociali lo diamo attraverso la residenza anagrafica, per cui se due persone risiedono anagraficamente nello stesso posto hanno la possibilità di accedervi indipendentemente dalla natura della relazione che li ha portati a vivere sotto lo stesso tetto. Ecco, penso che quello che si sta facendo in Parlamento con i Cus sia una base abbastanza giusta; cioè l’idea di avere definizione in forma privata dell’identità di relazione che c’è e che può essere diversa da quella della famiglia tradizionale, anche se io sono perché la famiglia costituzionalmente prevista sia assolutamente garantita. Però i Cus sono una buona base su cui ragionare”. E il matrimonio tra omosessuali? “I Cus sono una buona base su cui ragionare”, ripete Veltroni. Che poi aggiunge: “Non mi piace tra i cattolici, tanto quanto non mi piace tra i laici, quando si utilizzano vicende di questa delicatezza a fini simbolici. Alla mia domanda ai presentatori della proposta del registro sulle coppie di fatto, ‘cosa cambia nella vita delle coppie di fatto delle quali parliamo’ la risposta è: ‘Nulla, ma ha un valore simbolico’. Ecco, a me piacciono le cose concrete. Mi piace costituirmi parte civile con il comune quando un omosessuale viene aggredito. Mi piace dedicare una strada a un omosessuale che è stato ucciso e che è vittima dell’omofobia. Mi piacciono le cose che abbiano una loro concretezza nella vita delle persone”.

martedì 18 dicembre 2007

"IL Dì DEL PD"

Sabato 22 dicembre verranno consegnati i certificati di socio fondatore del Partito Democratico dalle ore 10.00 alle 13.00 in Piazza Montanelli e dalle ore 17.00 alle ore 20.00 presso la Fondazione I CARE, via I° Settembre, 43.
La manifestazione è rivolta a tutti coloro che hanno partecipato alle primarie del 14 ottobre o che comunque si riconoscono nel Partito Democratico.

martedì 11 dicembre 2007

Il Partito Democratico e le intese

Riportiamo la lettera del coordinatore del Partito Democratico, Goffredo Bettini, al direttore Mauro


Caro direttore,

la situazione politica italiana è quanto mai difficile e confusa; tuttavia è in movimento e a certe condizioni presenta nuove possibilità. La nascita del PD ha cambiato tutto. Mantenere il bandolo della matassa non è cosa da poco e abbraccia diversi compiti. In primo luogo: mantenere in vita il governo Prodi e sostenerlo con tutte le forze. Oggi, rappresenta politicamente e socialmente il compromesso più avanzato. E’ evidente che Berlusconi continuerà a giocare la sua partita per avere le elezioni presto. Ma per ora la spallata non gli è riuscita e si trova, anzi, nel mezzo di un centro-destra terremotato e senza progetto. Dunque non è affatto impossibile serrare le fila e mettere in campo da gennaio una agenda di governo di lungo respiro e durata. Il pensare all’oggi, non ci può vedere indifferenti sulle incognite del domani. La crisi del sistema politico è sotto gli occhi di tutti.

Urge la stagione delle riforme. Veltroni ha avuto coraggio di aprirla con decisione. L’attuale maggioritario produce il massimo dell’indecisione. Spinge a coalizioni che si raggruppano per combattere qualcuno. Berlusconi. I comunisti. Si vince ma poi non si governa. Possiamo avere l’ambizione di aprire una nuova storia politica? All’odio improduttivo, si può sostituire una più «mite», ma concreta e ferma, competizione tra progetti diversi?

Un proporzionale corretto da uno sbarramento che semplifichi il sistema dei partiti e realizzi un nuovo bipolarismo, un ritorno alla possibilità di scelta dei cittadini dei propri rappresentanti, sono principi che, oggi, potrebbero trovare il consenso dei più. Anche per evitare un referendum che imporrebbe ammucchiate «coatte» e che per il PD sarebbe il massimo della contraddizione rispetto alla sua «vocazione» maggioritaria e nazionale.

La «vocazione» maggioritaria, non significa l’illusione sciocca di poter far tutto da soli. Allude ad un’analisi dello stato della Repubblica. Al tentativo del PD di intrecciare modernità e inclusione. Modernità significa far crescere il Paese e renderlo competitivo nello scenario internazionale. Inclusione significa qualcosa di molto più profondo che una semplice solidarietà a chi non ce la fa. Significa ristabilire quella misura della giustizia che motiva lo stare insieme di una comunità. Non credo ad un nuovo centro politico, che raccolga solitariamente un moderatismo tecnocratico e razionalizzatore. Sarebbe un progetto rinsecchito e senza popolo. Vedo invece un grande spazio per una inedita alleanza tra un ceto produttivo, creativo e combattivo, soprattutto di medie e piccole imprese (che ha già preso da solo le misure alla globalizzazione ed è allarmato dallo spezzarsi dell’Italia), la sinistra democratica e quella parte del mondo cattolico socialmente responsabile e impegnata.

Cementare queste convergenze è l’obiettivo del PD per competere nel mondo ricostruendo lo Stato; per crescere ritrovando nella giustizia e nelle regole la ragione profonda dell’essere nazione europea. Ma se questo è: comprendo che Rifondazione rivendichi una sua autonomia. Semplicemente perché non pensa che i due termini, modernità e inclusione, possano andare credibilmente insieme. La sua è una critica radicale alla modernità. Ingrao ha detto: ho vissuto la sconfitta del Comunismo e la fine del Leninismo. Occorre aprire una pagina nuova, riflettendo anche sul perché quelle nostre antiche parole si sono accompagnate a tante morti, uccisioni e dolori. Auguro alla nuova formazione radicale e di sinistra di imboccare questa strada di riflessione, piuttosto che quella della giustapposizione di ceti politici che vivono di rendita sulle vecchie bandiere.

Questo nuovo quadro significa che il PD si lascia mani libere? No. Significa che il PD gioca più direttamente la sua partita nel Paese. E cercherà le alleanze a partire dalle intese sui programmi. E se farà compromessi nel centro sinistra (anche con la nuova «cosa rossa»), li farà a partire dalla posizione e dalla forza che gli avranno dato gli elettori e il Paese; in modo, dunque, chiaro e compatibile con la strada maestra che oggi indica per l’Italia.

sabato 8 dicembre 2007

PERCORSI DI PARTECIPAZIONE

Lunedì 10 dicembre il Comitato promotore PD Fucecchio organizza un incontro con Giancarlo Faenzi, Coordinatore territoriale PD Empolese-Valdelsa.
L'incontro avrà inizio alle ore 21,30 presso la Fondazione I CARE, via I Settembre 43 a Fucecchio ed è aperto a tutti i cittadini. Oggetto della serata sarà la valutazione dell'attuale fase politica nazionale e locale, l'organizzazione delle primarie e l'elezione degli organismi territoriali e locali.

venerdì 7 dicembre 2007

Le riforme possibili solo se il Governo tiene

Alla riunione del coordinamento nazionale il leader del Pd conferma il sostegno al Premier. Leggi in allegato l'articolo di Bruno Miserendino - tratto da l'Unità di venerdì 7 dicembre - che ripercorre la giornata politica appena trascorsa.

mercoledì 5 dicembre 2007

A Blair rispondo: un bipolarismo nuovo

Pubblichiamo la risposta di Walter Veltroni a Tony Blair

Fa un bell'effetto ritrovare nelle parole di Tony Blair che ho letto
nell'intervista a La Stampa di domenica i toni e i contenuti di lunghe
conversazioni avute con lui, ormai dieci anni fa, a Downing Street. Mi
colpisce la schiettezza e la linearità di ragionamenti che non hanno perso attualità e freschezza, penso soprattutto alle sue frasi che guardano a cosa
deve essere la sinistra del nuovo millennio, anche se non voglio sfuggire
alla parti dell'intervista che - con qualche forzatura - hanno portato ai
titoli tutti virati sui rapporti tra Partito democratico e sinistra radicale. Ma ci arriverò in seguito. Vorrei partire da una constatazione preliminare. L'ex primo ministro britannico ha parlato ad una iniziativa promossa dalla Confindustria a Venezia. Significa che una delle più grandi organizzazioni di interessi rifugge dall'antipolitica e al contrario si misura con una delle più lunghe e innovative esperienze politiche d'Europa. La scelta di Blair indica un
interesse forte per una politica capace di produrre decisioni.
E allora entriamo nel merito di quanto ha detto l'ex premier laburista. I temi
forti sono sostanzialmente tre e vanno letti insieme. Il primo si può
sintetizzare in una frase: "I partiti progressisti vincono solo quando
controllano le chiavi del futuro". Ecco, credo che l'esperienza che sta
impegnando il Pd nasca proprio da questa considerazione: che i vecchi schemi non reggono più, che gli strumenti di un tempo non sono più adeguati. E' da
questa consapevolezza che siamo partiti, raccogliendo l'esperienza di novità
dell'Ulivo ma volendo andare più avanti. Credo che l'affermazione di Blair,
vera in tutta Europa, sia ancora più vera in Italia, dove il sistema
politico ha accumulato più ritardi ed è sembrato a lungo non trovare
risposte. Mi è capitato di dire in un altro paese europeo in cui la
sinistra è in cerca di nuove idee, la Francia, che dobbiamo tutti "uscire dal recinto delle nostre sicurezze e delle convinzioni consolidate, trattenendo ciò che di buono e di attuale in esse c'è, e cercare, con apertura e con coraggio,
ciò che di altrettanto valido c'è nelle idee degli altri, così come ciò che
di fruttuoso ci può essere in tanti terreni ancora inesplorati". Blair parla
di innovazione e ricerca, di opportunità. E' il linguaggio della sinistra
moderna, perché io credo che non cambiano, non possono cambiare, i nostri
compiti fondamentali: crescita economica unita alla coesione sociale, meno
disuguaglianze e più opportunità, possibilità per ciascuno di mettere alla
prova le proprie capacità indipendentemente dalle condizioni di partenza. La
sinistra, ma io parlerei nel nostro Paese di centrosinistra, deve non
rinunciare ai propri compiti e aggiornare le risposte all'altezza delle
nuove sfide, la prima delle quali oggi è, sul terreno sociale,
quella della precarietà: a questa domanda che viene soprattutto dai giovani
dobbiamo saper rispondere rimettendo in moto l'economia (e i primi segnali
si possono già vedere nell'azione del governo Prodi) perché se l'economia va
male, non ci può essere giustizia sociale. L'ho detto e ripetuto: è la
povertà, non la ricchezza, il nostro primo avversario.
Il secondo tema affrontato da Tony Blair è quello della forma partito. Lui
viene da un vecchia solida formazione che ha saputo trasformarsi. Noi in
Italia abbiamo appena compiuto un passo fondamentale costruendo un partito
che fin dal suo atto di nascita vuole essere nuovo e vuole cambiare la
politica. Potrei sottoscrivere le parole di Blair quando parla di "un
organismo il più possibile aperto alla società", in cui a forme tradizionali
di militanza si accompagnino modalità diverse di associazione. Un partito che sia dove vive la gente e nei luoghi, reali e virtuali, dove vivono i saperi, le competenze, i valori.
Credo sia proprio questo l'obiettivo, e credo che l'avvio del Pd abbia già dato su questo terreno segnali di discontinuità. Quello che mi preme di sottolineare
è la vocazione all'ascolto (che cosa sono le primarie se non un ascolto di
massa al più alto livello) e alla permeabilità del partito rispetto alla
società. Un ascolto che deve saper produrre decisione.
E qui arriviamo al terzo argomento, quello forse più spinoso. Blair, che
viene da una secolare tradizione politica di bipartitismo e da un sistema
elettorale super selettivo, parla con preoccupazione dei condizionamenti
delle piccole "componenti radicali" e indica nel centro "il terreno dove si
conquista il consenso nel paese". Due annotazioni: l'ex premier parla
di "centro riformista" e con questa espressione designa il corpo sociale
attorno al quale costruire politiche di riforme. Nelle sue parole non c'è, e
non potrebbe esserci, alcuna allusione a quel concetto di centro tipico
della politica italiana. Il Pd è la grande forza del campo del centro sinistra, della cultura che deve rappresentare il riformismo e la radicalità dell’innovazione economica, sociale e ambientale. Questo partito, che non pretende di racchiudere in se tutte le risorse del cambiamento, può e deve oggi coltivare la sua vocazione maggioritaria. L’Italia deve uscire dal bipolarismo forzoso che ha portato a sminuire la forza innovativa dei programmi e che oggi costringe il paese ad una navigazione difficile, esposto come è al condizionamento dei singoli che finiscono per pesare più di milioni di elettori. Ci vuole un bipolarismo nuovo, fondato sulla energia di un programma di profondo cambiamento e sulla affidabilità e omogeneità della forza, o delle forze, che lo sostengono.
Una democrazia comprensibile, trasparente e che sa decidere. E' questo il
nostro modo di essere centrosinistra. E riprendere con Blair i discorsi
avviati a Blackpool nel 1996, quando l'ho conosciuto per la prima volta
mentre l'Ulivo era già al governo e il Labour si preparava a rompere il
decennio tatcheriano, mi appare come una sfida stimolante ma anche come il
segnale di quanti passi in avanti il Pd abbia già compiuto


Walter Veltroni

Parte dalla Toscana la campagna per la costruzione del PD sui territori

Walter Veltroni venerdì a Firenze. Via alla consegna dei Certificati di Fondatore. Potrà richiederlo anche chi non ha votato alle primarie

Firenze, 5 dicembre 2007 - Parte dalla Toscana, venerdì 7 dicembre, la Campagna nazionale per la costruzione del Partito Democratico sui territori. La campagna si apre con un'iniziativa, la prima in Italia, in programma a Firenze, alle 21, all'auditorium del Palazzo dei Congressi, alla quale interverrà il segretario nazionale del PD, Walter Veltroni, insieme a quello regionale, Andrea Manciulli.

In Toscana, così come previsto dal regolamento approvato dal Coordinamento regionale del PD, fin da subito, tutti i votanti delle primarie del 14 ottobre potranno ricevere il certificato di "Fondatore del Partito Democratico". Ma potranno richiederlo anche coloro che non hanno partecipato al voto di ottobre, rivolgendosi di persona agli Utap, gli Uffici tecnico-amministrativi provinciali.

Spetterà ai Coordinamenti territoriali del PD stabilire le modalità di consegna e il calendario delle iniziative per la distribuzione dei certificati. Ai Fondatori, al ritiro, sarà chiesto un contributo volontario.

I Fondatori saranno poi chiamati a prendere parte alle assemblee dei rispettivi Circoli di base, che saranno convocate, in una data compresa tra il 12 dicembre e il 31 gennaio, dai Coordinatori territoriali provvisori eletti il 24 novembre scorso. Nel corso delle assemblee dei Circoli, i Fondatori voteranno anche per eleggere i delegati alle assemblee comunale e territoriale.

Le autocandidature a delegato per i livelli comunale e territoriale possono essere presentate all'Utap o all'inizio dei lavori dell'assemblea di Circolo. Il voto avviene in forma segreta. Ogni Fondatore riceverà due schede: una per l'elezione dei delegati all'assemblea comunale e una per eleggere quelli dell'assemblea territoriale. Per ogni scheda esprimerà un voto per un uomo e un voto per una donna.

I delegati eletti nelle assemblee comunali e provinciali, insieme agli eletti delle primarie del 14 ottobre, si riuniranno poi, entro il 10 febbraio, per eleggere il coordinatore di circolo, il segretario comunale e il segretario territoriale.

IN ALLEGATO IL REGOLAMENTO APPROVATO DAL COORDINAMENTO REGIONALE DEL PD

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(da www.pdtoscana.it)