lunedì 1 ottobre 2007

Ai lettori dico: non perdete la fiducia

Caro Padellaro,
è vero: delle lettere inviate a l'Unità non ne perdo una. Succedeva anni fa, quando dirigevo il giornale e avevo modo di leggere anche quelle poi non pubblicate, e accade così oggi. Quelle che avete scelto per rappresentare i tremila messaggi arrivati dopo il tuo appello perché cessino litigi e divisioni all'interno del nostro schieramento confermano, una volta di più, quanto siano grandi la saggezza e la voglia di unità del popolo di centrosinistra. Ma anche, e certo non possiamo nascondercelo, quanto sia forte il malessere che lo attraversa, e come crescano le preoccupazioni dopo tante attese e tante speranze. Sai bene che ho ben chiari questi sentimenti e questa situazione. Lo sai perché mi conosci, e anche perché, a proposito di lettere, ricorderai le mie, di qualche settimana fa, indirizzate ai gruppi dirigenti di Ds e Margherita e poi ai candidati alla segreteria del Partito democratico. Alla fine di entrambe esortavo, in buona sostanza, a non sciupare tutto proprio ora, a non ricadere nei vecchi vizi tipici della sinistra, in quella speciale capacità di farci male da soli, e spesso proprio nei momenti più ricchi di opportunità. Scrivevo anche che il Partito democratico potrà essere, se saremo all'altezza del compito, la terapia giusta, un modo per guarire da questa malattia. Io di questo resto convinto, e anzi, girando l'Italia in lungo e in largo, e toccando con mano quanta passione e quanto impegno animino la nostra gente, lo sono ancora di più, e proverò in poche righe ad accennare al perché.
Tu scrivi, all'inizio dell'editoriale di ieri, che il problema di fondo sollevato dal giornale e dai lettori non si risolve nemmeno se a parlare sono i fatti, se poi il messaggio che arriva agli italiani è quello delle divisioni, degli sgambetti tra i partiti che devono sostenere il governo. Hai ragione, ma inviterei al tempo stesso a non far caso sempre e solo alle cose negative - anche questo è un nostro antico vizio - e ad apprezzare di più quel che riusciamo a fare, anche se costa fatica, anche se porta via tempo e fa perdere un po' dello slancio iniziale. Vale per il governo, che certo è penalizzato da troppe polemiche e contrasti che ne appannano l'immagine, ma ha appena raggiunto l'accordo su una finanziaria che prosegue il percorso di risanamento dei conti pubblici, che ridistribuisce e sostiene i più deboli, che incentiva le imprese e lo sviluppo, e in quest'anno e mezzo ha portato avanti un'opera di risanamento finanziario che oggi fa rispettare all'Italia i parametri europei, ha rotto un lungo immobilismo con le liberalizzazioni e l'apertura dei mercati, ha restituito credibilità all'Italia sia in sede politico-istituzionale che in sede economica. E vale, cosa che mi riguarda direttamente, per il cammino del Partito democratico.
Se c'è una cosa che i lettori di questo giornale hanno sempre avuto a cuore, quella cosa, l'abbiamo appena detto, è l'unità. Bene: quando mai è successo nella nostra storia, e mi riferisco all'intera storia italiana, che un partito nascesse non per scissione, non dopo una spaccatura, ma per unione, per una volontà d'incontro sancita per giunta da centinaia di migliaia di persone? Il Pd nasce così. Nasce unendo, e nasce per unire. Culture, organizzazioni, uomini e donne, giovani. Le loro storie, le loro idee sulle questioni nuove, sul futuro. Perché non apprezzarlo pienamente e come si deve? Perché non farne un valore, un fattore di fiducia, un elemento concreto di unità? E poi, l'ho detto e lo ripeto: il Pd, per sua natura, sarà sinonimo di pluralità, di democrazia interna, di partecipazione responsabile. Ma per come lo intendo io, e per come lo costruiremo se toccherà a me il compito di farlo insieme agli altri, al suo interno non avranno cittadinanza logiche vecchie e piccole, improntate a personalismo, protagonismo e correntismo. Cominceremo da noi stessi. Il Pd sarà l'esempio di come diverse ispirazioni possono convergere in obiettivi chiari, in una politica condivisa. Diversità che non diventano divisione. E ancora: per la vocazione maggioritaria con cui nasce, io credo toccherà al Partito democratico, quando sarà il momento, essere il baricentro di uno schieramento che dovrà, e lì si vedranno i suoi confini, costruirsi attorno a cinque-dieci idee forza. Punti netti e qualificanti, con cui presentarsi di fronte agli italiani, per convincerli e per governare cinque anni, non «contro» qualcosa o peggio ancora qualcuno, ma «per» il Paese e in nome delle idee in cui si crede, senza continue divisioni, senza mediazioni estenuanti. Omogeneità dei programmi e coesione dello schieramento, perché sarà stabilito prima e con chiarezza chi ci sta e chi no. E allora, mi auguro, non ci sarà più bisogno di appelli all'unità.
Prima di allora, certo, il Pd dovrà essere protagonista anche del cambiamento della legge elettorale, nel segno del bipolarismo, del potere di scelta ai cittadini, e per l'appunto della stabilità. Anche qui, caro Antonio, i fatti potranno non bastare se non cambia lo spirito, se la politica non sarà in grado di ripensare e di riformare se stessa, però è evidente che una legge come l'attuale è fatta apposta per moltiplicare la frantumazione, per favorire i veti e le rendite di posizione nemmeno di piccoli partiti e movimenti, ma di singoli individui, nel caso attuale di singoli senatori. E per allargare, anche in questo modo, il divario che sempre più sta separando i cittadini dai partiti e dalla politica. Insomma, se io dovessi rispondere alla tua esortazione e alle preoccupazioni dei lettori de l'Unità, direi: non perdete la fiducia, i problemi ci sono e li vediamo, ma come sempre è nelle mani degli uomini la possibilità sia di danneggiare e compromettere il loro stesso cammino, sia di aprirlo a possibilità nuove, a soluzioni che guardano non ai singoli interessi ma al bene comune. Perché per noi e per il nostro Paese sia questa seconda ipotesi a realizzarsi, e non la prima, la cosa da fare è contribuire a far nascere nel modo migliore e più forte, il 14 ottobre, il Partito democratico.
Walter Veltroni
(da l'Unità, 1 ottobre 2007)

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