martedì 31 luglio 2007

Bettini:”Scalfaro presidente del Comitato per Veltroni è una straordinaria opportunità“

Per i Democratici di Roma e del Lazio è una straordinaria opportunità ed un vero onore avere alla guida del Comitato promotore che sosterrà Walter Veltroni a segretario del Pd una figura come Oscar Luigi Scalfaro.
Da Scalfaro in questi anni è venuta una lezione, energica e vitale, di rispetto dei principi di libertà delle istituzioni democratiche e soprattutto della costituzione italiana. Questi sono i valori a fondamento della nuova formazione politica che stiamo costruendo insieme a tanto popolo italiano
da http://www.democraticiinrete.it/

"La democrazia italiana è malata. Ecco le dieci riforme per cambiare"

Veltroni: sistema in crisi, il Partito democratico nasce per fermare la deriva
Tra i punti riduzione dei parlamentari, una nuova legge elettorale, il federalismo e una corsia preferenziale per i testi del governo
(Ansa)ROMA - Se abbiamo voluto chiamare «democratico» il partito nuovo che stiamo costruendo, è anche e soprattutto perché è la democrazia la questione cruciale del nostro tempo. Siamo entrati nel ventunesimo secolo sull'onda delle speranze suscitate dalla vittoria della democrazia sui totalitarismi che avevano insanguinato il Novecento. Ma oggi quella corrente calda ha perso buona parte della sua forza, frenata dall'attrito con questioni dure, come il divario tra il carattere globale dei nuovi problemi (e dei nuovi poteri) e la dimensione ancora prevalentemente nazionale delle istituzioni politiche, la persistente debolezza delle istituzioni internazionali, la fatica con la quale avanzano i processi di integrazione sopranazionale e post-statuale, a cominciare dall'Unione Europea.
E se perfino le grandi democrazie appaiono troppo piccole, è inevitabile che sia messo in dubbio il fondamento più profondo della democrazia stessa: quella visione umanistica della storia che ritiene possibile, per la coscienza e l'intelligenza delle donne e degli uomini, orientare il corso degli eventi. Perché ritiene che la storia non sia determinata meccanicisticamente dalla sola legge della necessità, ma possa essere influenzata dal responsabile esercizio della libertà. Dirsi «democratici», oggi significa dunque anzitutto lavorare per aprire alla democrazia orizzonti più ampi: a cominciare dal multilateralismo efficace nelle relazioni internazionali e da una visione politica e non solo mercantilistica dell'integrazione europea. E tuttavia, anche per contribuire ad aprire un nuovo ciclo, un ciclo sopranazionale, nella storia della democrazia, dopo quelli delle città antiche e degli stati moderni, è necessario disporre di istituzioni nazionali forti, perché efficaci e legittimate, di un sistema politico capace di pensare in grande e di agire con rapidità e di un efficace e trasparente governo di prossimità. Il nostro Paese non dispone oggi di istituzioni nazionali e di un sistema politico adeguati a questi fini. La democrazia italiana è malata, per così dire, su entrambi i lati del suo nome composto: quello della «crazia», ovvero dell'autorevolezza e della forza delle istituzioni; e quello del «demos», ovvero della legittimazione popolare della politica.
Non è necessario dilungarsi nella descrizione: è sotto gli occhi di tutti la crisi di autorità di un sistema istituzionale e politico, qualunque sia il colore del governo del momento, allo stesso tempo costoso e improduttivo, tanto invadente nell'occupazione del potere e nell'ostentazione dei suoi segni esteriori, quanto impotente nell'esercitare il potere vero, quello che serve ad affrontare i problemi del paese; tanto capace di frammentarsi inseguendo e cavalcando la degenerazione corporativa della società, quanto inadeguato al bisogno, che pure il paese esprime, di unità, solidarietà, coesione attorno a obiettivi di bene comune. La democrazia italiana sta andando in crisi per assenza di capacità di decisione, per la prevalenza della logica dei veti delle minoranze sulle decisioni delle maggioranze. La democrazia non può essere un'assemblea permanente che si conclude con la convocazione di un'altra assemblea. La democrazia è ascolto, partecipazione, condivisione. Ma, alla fine, è decisione. Lo disse Calamandrei durante i lavori della Costituente: «La democrazia per funzionare deve avere un governo stabile: questo è il problema fondamentale della democrazia. Se un regime democratico non riesce a darsi un governo che governi, esso è condannato… Le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici».
Il Partito democratico nasce per porre un argine a questa deriva, nella quale la politica stessa finisce per alimentare l'antipolitica, e per avviare, con la sua stessa costituzione, un'inversione di tendenza: dalla divisione all'unità, dall'invadenza alla sobrietà, dall'arroganza inconcludente alla forza dell'efficienza e della produttività. Per dare concretezza a questa linea di lavoro, il Partito democratico al quale penso si impegnerà seriamente a fare dieci cose concrete.
Primo: superare l'attuale bicameralismo perfetto, assegnando alla Camera la titolarità dell'indirizzo politico, della fiducia al governo e della funzione legislativa e facendo del Senato la sede della collaborazione tra lo Stato e le autonomie regionali e locali. Senato e Camera manterrebbero potestà legislativa paritaria nei procedimenti di revisione costituzionale.
Secondo: operare una drastica riduzione del numero dei parlamentari, coerente con la specializzazione delle due camere: 470 deputati e 100 senatori porterebbero l'Italia al livello delle altre grandi democrazie europee come quella francese alla quale sempre di più dobbiamo saper guardare.
Terzo: riformare la legge elettorale, in modo da ridurre la assurda frammentazione e favorire un bipolarismo basato su competitori coesi programmaticamente e politicamente. Il governo sarebbe così capace di assicurare l'attuazione del programma per il quale è stato scelto dagli elettori, come in tutte le grandi democrazie europee. E, infine, la ricostruzione di un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti, mediante la previsione per legge di elezioni primarie per la selezione dei candidati. Tutto questo è ora reso ancora più necessario dalla positiva sfida del referendum.
Quarto: rafforzare decisamente la figura del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo mini-stro, in modo da garantire unitarietà e coerenza all'azione di governo e coesione alla maggioranza parlamentare, attribuendogli, ad esempio, il potere di proporre nomina e revoca dei ministri al Presidente della Repubblica.
Quinto: rafforzare il sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, prevedendo quorum rafforzati per la modifica della prima parte della Costituzione e per l'elezione delle cariche indipendenti, uno Statuto dell'opposizione, l'attribuzione alla Corte costituzionale delle controversie in materia elettorale, norme rigorose contro il conflitto d'interessi.
Sesto: previsione di una corsia preferenziale, con tempi certi, per l'approvazione dei disegni di legge governativi e voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell'esperienza inglese.
Settimo: escludere nei regolamenti parlamentari la costituzione di gruppi che non corrispondano alle liste presentate alle elezioni e rivedere le norme finanziarie che oggi premiano la frammentazione, comprese quelle sul finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito.
Ottavo: completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme particolari di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali, con uno sguardo particolare alle grandi aree metropolitane.
Nono: attuare l'articolo 51 della Costituzione, prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne e di capilista donne a pena di inammissibilità delle liste. Il Partito democratico applicherà alle proprie liste la quota del 50 per cento.
Decimo: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative, valorizzandone l'apporto di freschezza e di entusiasmo essenziale per la rivitalizzazione della democrazia e al tempo stesso la funzione di responsabilizzazione, di socializzazione e di apertura, essenziale nel delicato percorso dall'adolescenza alla maturità. Si tratta, come è ovvio, di proposte aperte, che implicano un iter non semplice di revisione costituzionale e legislativa, che a sua volta presuppone la convergenza di un ampio schieramento di forze. Molte legislature sono trascorse invano, da quando il tema della riforma della politica, delle sue regole, delle sue istituzioni, è entrata nell'agenda del paese. Ora la crisi di autorità della politica sta diventando un'emergenza democratica. Il Partito democratico al quale penso nasce per riportare l'Italia tra le grandi democrazie d'Europa. È una urgenza assoluta. Se non vogliamo che si avveri la lucida profezia di Calamandrei.
Walter Veltroni
da il Corriere della Sera, 24 luglio 2007

PD/ Anche Veltroni va on line, ora sito ma in futuro you tube

Roma, 30 lug. (Apcom) - Dopo il messaggio su You Tube di Enrico Letta, anche il candidato in pectore per il Partito democratico Walter Veltroni affiderà le proprie idee e le proprie proposte per una "nuova stagione" al mondo di Internet. Sarà attivo infatti da mercoledì il sito www.lanuovastagione.it con il quale il Comitato per Walter Veltroni vuole promuovere la partecipazione del popolo della rete alla fase costituente del Partito democratico. Sul sito troveranno posto un blog, un social network ma in futuro saranno introdotti anche contributi You Tube, Flickr, Twitter e Canocchiale.
"Il sito servirà per conquistare il consenso degli italiani ora ma soprattutto dopo le primarie del 14 ottobre, quale che sia il loro esito - ha spiegato Veltroni -. Dobbiamo considerare la rete non come un gadget per farsi vedere moderni, ma la rete è un perno del tessuto democratico, un luogo di esercizio della democrazia, un posto del sapere e della conoscenza globale. Useremo You Tube, Canocchiale, blog non come se fossero il palco di un comizio del 2000".
"Verrà un tempo - ha concluso il sindaco - in cui i partiti ascolteranno le opinioni dei loro iscritti attraverso la rete".
da notizie.alice.it
il cannocchiale

lunedì 30 luglio 2007

La mia proposta

Buttò là due temi che mi piacerebbero venissere affrontate nei due dibattiti che abbiamo pensato di organizzare durante il mese di settembre prendendo spunto da alcune parole individuate attraverso il gioco dell'alfabeto democratico ed accorpandole in macro-tematiche:
- sviluppo, impresa e innovazione;
- welfare, pensioni e lavoro.
Per inciso questi argomenti costituiscono alcuni dei punti fondamentali del manifesto programmatico presentato da Veltroni in occasione della sua conferenza al Lingotto di Torino. Aggiungo questa considerazione in quanto è emerso durante il nostro incontro la volontà di voler appoggiare come candidato alle prossime elezioni primarie del PD l'attuale sindaco di Roma.
Per quanto riguarda la prima macro-tematica, Veltroni ha sottolineato come non ci possa essere futuro senza crescita e come la lotta debba essere fatta alla povertà e non alla ricchezza.
Lo sviluppo è collegato necessariamente all'impresa, all'innovazione e alla ricerca; è necessario favorire meccanismi che migliorino il funzionamento dei mercati ed una espansione di questi ultimi anziché un loro ridimensionamento. A ben guardare tutte e quattro le parole più quella di mercato richiamano aspetti sociali, processi dal basso e dunque temi di sinistra. Forse è proprio questa consapevolezza che distingue oggi la sinistra definita "moderata" da quella "radicale": i fini perseguiti dalle due sinistre sono gli stessi e li conosciamo bene: l'egualitarismo, la solidarietà, la tutela dei più vulnerabili, così come la convinzione che l'azione collettiva, sia attraverso lo Stato che attraverso organismi della società civile, sia necessaria all'efficace perseguimento di questi obiettivi". Ciò che le distinge sono gli strumenti: la sinistra "radicale" non riesce ancora ad accettare parole come liberalizzazioni, privatizzazioni, impresa.
Anche la seconda macro-tematica viene richiamata nel discorso da Veltroni che sottolinea come sia necessario un nuovo patto tra le generazioni su Welfare e previdenza in modo tale che "Non si occupi solo dei pensionati e di chi ha un lavoro, ma anche di quelli che un lavoro dovranno trovarlo domani" e che "Bisogna smettere di ragionare solo per blocchi sociali, perché così escludiamo intere parti di una società che cambia". Anche su questo aspetto risulta inutile il richiamo al "mostruoso connubio" tra sindacato e sinistra "radicale" che non permettono una decisa riforma delle pensioni e non riescono ancora ad accettare la parola flessibilità.
Se ci riflettiamo un attimo l'approccio seguito da Veltroni di fronte a due temi centrali come sviluppo e lavoro tendono a rovesciare decenni di storia della sinistra tutta centrata sulla lotta al capitale.
Ed in fondo è proprio la consapevolezza che non c'è contrapposizione tra società e mercato, tra impresa e lavoratori che costituisce la novità dichiarata del PD, un partito in cui una parte, quella dei DS, prende formalmente distanza dall'ideologia comunista e dall'altra, quella della Margherita, si smarca definitivamente dalla tradizione democristiana.
Come ha ben ricordato Veltroni essere di sinistra non significa necessariamente essere socialisti: "Non erano socialisti Gandhi o Martin Luther King". "Io sono di sinistra se m'impegno per l'uguaglianza delle opportunità di partenza, se sento mio il dramma di chi lascia il proprio paese alla ricerca di una futuro, se faccio mia la disperazione di un contadino del sud del mondo che vede diventare arido il suo terreno per colpa della desertificazione. Sono di sinistra se non penso che i problemi ecologici siano inutili allarmismi, se mai nulla riuscirà a convincermi che le armi si devono poter comprare al supermercato, se sento che il bambino africano che non ha da mangiare è mio figlio. Se sono tutto questo allora potrò dire che sono di sinistra. Potrò anche non sapere di esserlo, ma ciò per cui mi batto mi definisce meglio di qualunque cosa".
Sandro

Decalogo per le Assemblee costituenti del Partito Democratico

1. È indetta per il 14 ottobre 2007 l’elezione dei componenti della Assemblea costituente nazionale e, in collegamento con essi, del Segretario politico nazionale del Partito Democratico. È inoltre indetta, per quella stessa data, l’elezione dei componenti delle Assemblee regionali e, in collegamento con essi, dei segretari regionali del partito. Nella Regione Trentino Alto Adige si eleggono i componenti delle assemblee provinciali di Trento e Bolzano e i relativi segretari provinciali; le due assemblee provinciali costituiscono insieme l’Assemblea regionale che elegge il proprio coordinatore, eventualmente anche prevedendo la turnazione in tale incarico fra i due segretari provinciali.
2. Con successivo Regolamento vengono stabilite le modalità di elezione delle Assemblee provinciali e dei Segretari provinciali, da tenersi entro il 31 dicembre 2007.
3. Possono partecipare in qualità di elettori e di candidati tutte le cittadine ed i cittadini italiani che al 14 ottobre abbiano compiuto sedici anni nonché, con i medesimi requisiti di età, le cittadine e i cittadini dell’Unione europea residenti, le cittadine e i cittadini di altri Paesi in possesso di permesso di soggiorno, i quali al momento del voto dichiarino di voler partecipare al processo costituente del Partito Democratico e devolvano un contributo minimo di € 5,00, ridotto a 2 € per le elettrici e gli elettori che non ancora compiuto venticinque anni.
4. Qualora sia stata eletta una maggioranza assoluta di componenti l’Assemblea a sostegno di un candidato Segretario, il Presidente dell’Assemblea costituente nazionale lo proclama eletto
all’apertura della prima seduta dell’Assemblea stessa; in caso contrario il Presidente indice in quella stessa seduta un ballottaggio a scrutinio segreto tra i due candidati collegati al maggior numero di componenti l’Assemblea e proclama eletto Segretario il candidato che ha ricevuto il maggior numero di voti validamente espressi La stessa regola si applica per i segretari regionali.
5. L’Assemblea Nazionale, convocata da Romano Prodi che ne assume la Presidenza, si riunisce per la prima seduta il 27 ottobre 2007. Essa approva il Manifesto e lo Statuto nazionale del Partito, ed assolve ad ogni altra funzione attribuitale dalle norme transitorie e finali dello Statuto. La prima seduta delle Assemblee costituenti regionali è convocata da Romano Prodi entro 30 giorni dallo svolgimento delle elezioni. L’Assemblea come primo adempimento procede all’elezione del proprio presidente tra i propri componenti a scrutinio segreto; nel caso in cui nessun candidato abbia conseguito nella prima votazione la maggioranza dei componenti si procede a una seconda votazione di ballottaggio tra i due candidati più votati. Nel rispetto dei principi stabiliti dallo Statuto nazionale, tali Assemblee approvano il rispettivo Statuto regionale, ed assolvono ad ogni altra funzione attribuita loro dalle norme transitorie e finali degli Statuti nazionale e regionale.
6. Per l’assegnazione dei seggi ai fini dell’elezione della Assemblea Nazionale, si fa riferimento ai collegi e alle circoscrizioni di cui alla legge 4 agosto 1993, n. 277 (legge Mattarella Camera). Milleduecento seggi vengono distribuiti tra le circoscrizioni in proporzione al numero di residenti e milleduecento seggi in proporzione al numero dei voti conseguiti dall’Ulivo nelle elezioni del 2006 per la Camera dei deputati, in entrambi i casi sulla base del metodo dei quozienti interi e dei più alti resti. I seggi così assegnati a ciascuna circoscrizione vengono ripartiti tra i collegi in proporzione ai voti conseguiti dall’Ulivo nelle elezioni del 2006 per la Camera dei deputati sulla base del metodo dei quozienti interi e dei più alti resti. Ogni collegio elegge almeno 3 delegati. Un ulteriore seggio è assegnato ai collegi in cui abbia partecipato al voto un numero di persone pari a più del 20 per cento dei voti ottenuti dall’Ulivo nelle elezioni per la Camera dei deputati del 2006. Gli italiani residenti all’estero eleggono 60 rappresentanti
7. Le liste per l’elezione dell’Assemblea Nazionale sono plurinominali con alternanza di genere. Occorrono tra 100 e 150 firme per presentare una lista di collegio. Nessuno può candidarsi in più di un collegio. La lista indica può indicare] un candidato Segretario nazionale. Ci si può collegare nella circoscrizione con una dichiarazione di intenti. Devono essere presentate, a pena di nullità, tra il 21 e il 22 settembre. Con un sistema analogo a quello vigente per la Camera fino al 1992, si assegnano prima i seggi pieni nei collegi con la proporzionale (quoziente corretto a + 2), poi i seggi non assegnati e i voti non utilizzati (resti) confluiscono a livello circoscrizionale. Le liste che a quel livello hanno ottenuto più del 5% dei voti si suddividono i seggi residui col medesimo metodo; i seggi in questo modo assegnati a ciascun gruppo di liste vengono attribuiti alle liste di collegio con i resti più grandi. Le liste che si collegano a livello circoscrizionale devono avere metà capilista uomini e metà capilista donne.
8. Le dichiarazioni di candidatura alla carica di Segretario Nazionale sono presentate entro il 30 luglio 2007 unitamente a una dichiarazione di intenti e a un numero di firme compreso tra duemila e tremila, di cui almeno cento in cinque diverse regioni.
Le dichiarazioni di candidatura sono accettate se corredate, entro i termini previsti per la presentazione delle liste, da dichiarazioni di liste presentate in almeno 25 diversi collegi, in non meno di 5 differenti regioni. Le dichiarazioni di candidatura alla carica di Segretario Regionale sono presentate entro il 12 settembre 2007 unitamente a una dichiarazione d’intenti e a un numero di firme compreso tra 500 e 750 per le Regioni fino a un milione di abitanti e tra 1000 e 1500 per le Regioni con popolazione superiore a un milione di abitanti.
9. Per essere ammessi al voto, che si svolge in unica giornata dalle ore 7 alle ore 20, occorre esibire al seggio un documento di identificazione e, ad eccezione dei non ancora maggiorenni e dei
non cittadini, la propria tessera elettorale. Saranno determinate con successivo regolamento le modalità di voto per i non ancora maggiorenni e i non cittadini e per gli studenti universitari
fuorisede nella loro sede universitaria.
10. Le schede contengono una colonna per ciascuna lista, all’interno della quale sono presenti, nell’ordine, dall’alto in basso, i nominativi dei candidati di collegio, preceduti dal candidato alla carica di Segretario nazionale sostenuto dalla lista. Gli elettori possono esprimere un unico voto in un’unica colonna di ciascuna scheda. Il voto si considera valido in qualsiasi punto della colonna sia stato apposto un segno. Sono considerate non valide le schede che presentino segni di votazione che ricadono all’interno di due o più colonne. Lo scrutinio inizia subito dopo il voto dell’ultimo elettore presente nel seggio al momento della chiusura..

L'avvio della fase costituente per il PD in Toscana

I Democratici di sinistra e i Dl-La Margherita della Toscana hanno deciso di avviare la fase
costituente per il Partito Democratico costruendo delle iniziative capillari e aperte, presentando a livello nazionale dei rispettivi partiti una serie di proposte.
Il futuro Pd dovrà essere un partito federale in cui il ruolo dei territori dovrà essere di primo piano già a partire dalla prima fase di costruzione del nuovo partito. Dovranno essere eletti dai cittadini organismi a livello regionale e locale affinché l’ossatura e la legittimazione del partito sia concreta ad ogni livello.
Come Ds e Margherita toscani ci impegniamo ad elaborare una proposta di “legge elettorale” per
l’Assemblea Costituente, al fine di partecipare attivamente alla discussione nazionale e che
riguarderà, più precisamente, i nodi delle modalità di presentazione delle candidature, di come
garantire il pluralismo nelle rappresentanze elette e di come sarà assicurato il giusto equilibrio tra igeneri.
Proponiamo di realizzare come Ds, Margherita e associazionismo ulivista in ogni comune, quartieree frazione un luogo aperto di incontro con la società e con i cittadini. Crediamo che tali luoghi non dovranno essere ridotti a comitati promotori chiusi e composti per quote, ma che invece debbano essere aperti al contributo di soggetti singoli e collettivi. Perciò promuoveremo la costruzione di 1000 luoghi di incontro (gazebo, banchetti, presìdi, assemblee ecc.) che con cadenza settimanale si propongano come momenti di colloquio tra i cittadini e gli esponenti dei partiti, gli amministratori, personalità ecc. In ognuno di questi luoghi, oltre alla distribuzione di materiale informativo e di alcuni gadget che stiamo preparando, vanno raccolte, mediante un modulo che sarà prodotto a livello regionale, le manifestazioni di disponibilità a partecipare alla fase costituente e ad aderire al futuro partito. L’intento è di creare una vasta banca dati di cittadini da ricontattare in occasione della elezione dell’Assemblea costituente e di ogni appuntamento di dibattito.
In ogni occasione verrà inoltre messo a disposizione dei cittadini una sorte di “libro bianco” per il
Partito Democratico. Si tratta di un quaderno in cui ognuno potrà scrivere le proprie proposte sulla fase costituente, sulle priorità programmatiche, sui valori, sulle idee alla base del Pd. Lo scopo è quello di raccogliere tutti questi contributi in un testo regionale – il Manifesto del Pd toscano – da elaborare e proporre prima della elezione della Assemblea Costituente.
Nel mese di giugno individueremo un fine settimana in cui attivare tali luoghi in tutta la Toscana,
anche per facilitare una rilevanza mediatica adeguata. Da quel weekend, ogni settimana il gazebo, il banchetto o l’assemblea deve essere riproposta, anche in maniera itinerante. Questo comporterà un notevole dispendio di energie, ma crediamo che solo così sarà possibile fare della fase costituente davvero un momento di ripartenza e di allargamento alla società, oltre che di grande coinvolgimento di chi già adesso è iscritto ai partiti e alle associazioni uliviste. I gazebo – o luoghi analoghi – vanno previsti anche all’interno delle feste di partito, che devono essere fortemente caratterizzate dall’Ulivo e dal progetto del Pd.
Al tempo stesso dovrà essere avviata in ogni realtà una campagna di ascolto e di incontro con tutte le realtà organizzate della società. Ad ogni livello, gli esponenti dei Ds, della Margherita e delle associazioni uliviste – insieme – dovranno proporsi come “ambasciatori” del Pd nei confronti di tutti i sindacati, le organizzazioni di categoria, le associazioni di volontariato, culturali, ambientaliste, di donne, di giovani, sportive, ricreative ecc. Un lavoro diffuso e capillare di presentazione e di confronto. L’obiettivo è quello di far conoscere a chiunque il progetto del Pd, di ascoltare le critiche e i suggerimenti, di raccogliere disponibilità a collaborare e a costruire patti di consultazione e di confronto.
A livello regionale viene costituito un coordinamento tra Ds e Margherita sui temi della formazione politica, con l’obiettivo di organizzare durante la fase costituente momenti formativi utili al percorso di costruzione e consolidamento del Pd.
Riguardo alla comunicazione prevediamo di aggiornare il sito “www.ulivotoscana.it” e di attivare
nuovi strumenti sul web (siti, blog, newsletters, ecc.) e altri momenti di informazione ai cittadini.

Andrea Manciulli, Segretario regionale Ds Toscana
Caterina Bini, Segretaria regionale Dl-La Margherita Toscana
da www.ulivotoscana.it

Il manifesto programmatico di Veltroni

Il discorso di Walter Veltroni pronunciato il 27 giugno 2007 al Lingotto di Torino rappresenta la sua candidatura ufficiale alla leadership del Partito Democratico. Quattro i punti fondamentali su cui costruire la "nuova Italia": ambiente, patto tra generazioni, tasse e sicurezza.
Nel corso del suo discorso Veltroni ha sottolineato come non ci possa essere futuro senza crescita richiamando uno slogan di Olaf Palme: "La battaglia da combattere non è contro la ricchezza, ma contro la povertà". Così facendo ha rovesciato decenni di storia della sinistra tutta centrata sulla lotta al capitale. Ma ha sottolineato anche come sia decisivo per il PD la lotta alla precarietà e la necessità di favorire un sistema fondato sul talento, sull'innovazione e sul merito.
In un paese che assicuri "le stesse opportunità al figlio di laureati e a quello di chi ha la terza media".
Veltroni ha anche detto come necessario sia ridurre la pressione fiscale di almeno un punto in tre anni e continuare la lotta all'evasione fiscale ammonendo come debba essere combattuto tanto il commerciante evasore quanto l'impiegato pubblico che non fa il suo dovere.
Così come decisivo per il Pd sarà lanciare "una grande lotta alla precarietà".
Un nuovo patto tra le generazioni su Welfare e previdenza in modo tale che "Non si occupi solo dei pensionati e di chi ha un lavoro, ma anche di quelli che un lavoro dovranno trovarlo domani" e aggiungendo che "Bisogna smettere di ragionare solo per blocchi sociali, perché così escludiamo intere parti di una società che cambia".
E ancora, l'ambiente. Il sindaco di Roma ha invocato un ambientalismo del sì: sì alla Tav, sì allo smaltimento dei rifiuti ecologicamente compatibile, sì a tutto quello che la tecnologia ci mette a disposizione per conservare il pianeta.
E perfino sulla sicurezza ha rotto gli schemi di una tradizione difficile a sradicarsi. "Voglio più forze dell'ordine per le strade, più coraggio nei diritti per gli immigrati che lavorano ma anche più severità per quelli che delinquono, senza se e senza ma". E ha aggiunto come la microcriminalità non esiste: "Per la vecchietta lo scippo non è micro, affatto".
Non dobbiamo dimenticare infatti come Veltroni sia stato tra i primi sindaci a sottoscrivere il patto sicurezza e a metterlo in pratica ad esempio sulla questione dei rom dando via libera al progetto di espellere fuori dalla città migliaia di rom costruendo quattro enormi campi fuori Roma.
"Una nuova Italia richiede un cambiamento profondo". Anche istituzionale ("Serve un'altra legge elettorale, che assicuri governabilità"), di comportamenti ("Basta insulti e veleni"), di credibilità ("Il Pd sostegna una grande riforma della politica"). E se questo cambiamento non arriverà, ben venga il referendum: "Se non ci riuscirà una legge, allora ci penseranno i quesiti".

Per vedere il discorso integrale di Walter Veltroni clicca quì:

Riunione 11 luglio - Regolamento quadro per l’elezione delle Assemblee Costituenti dell’Ulivo-Partito Democratico

Articolo 1 (Indizione dell’elezione e titolari dell’elettorato attivo e passivo)

1. È indetta per il 14 ottobre 2007 l’elezione dei componenti dellaAssemblea Costituente Nazionale e, in collegamento con essi, delSegretario politico nazionale del Partito Democratico. È inoltre indetta,per quella stessa data, l’elezione dei componenti delle Assembleeregionali e, in collegamento con essi, dei Segretari regionali del partito.Nella Regione Trentino Alto Adige si eleggono i componenti delleAssemblee provinciali di Trento e Bolzano e i relativi Segretari provinciali;le due Assemblee provinciali costituiscono insieme l’Assemblearegionale che elegge il proprio Segretario, eventualmente ancheprevedendo la turnazione in tale incarico fra i due Segretari provinciali.

2. Possono partecipare in qualità di elettori e di candidati tutte le cittadineed i cittadini italiani che al 14 ottobre abbiano compiuto sedici anninonché, con i medesimi requisiti di età, le cittadine e i cittadinidell’Unione Europea residenti, le cittadine e i cittadini di altri Paesi inpossesso di permesso di soggiorno, i quali al momento del votodichiarino di voler partecipare al processo costituente del PartitoDemocratico e devolvano un contributo minimo di € 5, ridotto a € 2 perle elettrici e gli elettori che non abbiano ancora compiuto venticinqueanni.

3. Con successivo regolamento vengono stabilite le modalità di elezionedelle Assemblee provinciali e dei Segretari provinciali, da tenersi entro il31 dicembre 2007.

Perchè voglio il Partito Democratico

di Michele Salvati
Mercoledì scorso Il Foglio ha pubblicato (e lo ringrazio per questo) un mio appello per la costituzione immediata di un partito di centrosinistra, o, se si preferisce, di sinistra moderata: userò sempre queste espressioni come sinonimi. Il nuovo partito potrebbe chiamarsi Partito Democratico (il nome più semplice e forte oggi a disposizione) e dovrebbe nascere da un processo costituente, da una fusione, che coinvolge tutti i partiti che condividono il progetto: essenziali, per le loro dimensioni e la loro storia, sono la Margherita e i Democratici di sinistra. Il segretario di questo partito deve essere (non uso più il condizionale) Romano Prodi. Le ragioni di questa proposta sono spiegate, e le principali obiezioni ribattute, nel testo dell´appello. Su questo giornale è appena uscito un articolo di Mario Pirani, che le riporta correttamente; qui le riprendo in modo schematico, rispondendo anche alle critiche effettive che la proposta ha ricevuto.Do per scontate le seguenti affermazioni: (a) la coalizione di centrosinistra vuole vincere le prossime elezioni politiche (se si osserva come il centrosinistra effettivamente si comporta, non è poi un´affermazione così scontata); (b) per vincere le elezioni deve ottenere i voti degli elettori moderati, anche di molti che hanno votato per il centrodestra nel 2001, senza perdere possibilmente quelli della sinistra più radicale; (c) la struttura attuale della coalizione, una struttura paritetica tra una dozzina di partiti e partitini, non trasmette agli elettori un messaggio comprensibile e attraente: l´Ulivo è in forte crisi; (c) quello che soprattutto manca - se rimane in vita il sistema elettorale che abbiamo - è un grosso partito con leadership autorevole sul versante di centro della coalizione, un partito che possa strappare una buona fetta di elettori moderati a Forza Italia. Insomma, manca una "Forza Italia" di centrosinistra; (d) la ragione di ciò sta nel fatto la Margherita, che potrebbe svolgere questo ruolo, è più debole dei Ds, che invece non possono svolgerlo. Non possono svolgerlo perché sono divisi al loro interno tra una componente moderata e una radicale e sono percepiti, giustamente, dagli elettori come un partito di sinistra e, per di più, ex comunista.Di qui la proposta, che ha il duplice scopo di spostare verso il centro l´asse della coalizione e di dare agli elettori un´immagine più chiara di che animale sia il centrosinistra: un partito più grande di riformisti moderati e uno o più partiti più piccoli di riformisti radicali. Insomma, non si vuole creare nulla che già non ci sia: si vuole solo organizzare meglio ciò che già c´è e non è destinato a cambiare in tempi brevi, una maggioranza di riformisti moderati e una minoranza di radicali. La soluzione limpida è allora quella del Partito democratico sotto la leadership di Romano Prodi. È una soluzione che probabilmente dovrà scontare - durante il processo costituente - scissioni significative nei due principali partiti e soprattutto nei Ds (si fa fatica a immaginare la sinistra di questo partito che accetta di diventare una componente molto minoritaria all´interno del Partito democratico), ma nella quale l´accento sta sul processo di fusione, non sui costi di scissione. Ed è una soluzione i cui promotori possono essere alcuni leader politici più credibilmente di altri: quelli che a suo tempo si sono maggiormente spesi per un Ulivo come una federazione stretta e meno hanno sostenuto la completa autonomia o addirittura l´egemonia dei loro partiti. Le critiche che ho ricevuto sono di due tipi, dal "lato del cameriere" e "dal lato della storia", per usare la famosa espressione di Hegel. Non sottovaluto le prime, perché il lato del cameriere è fondamentale in politica: ma i nomi che avevo incautamente menzionato come esempi di leader riformisti di grande qualità, ma meno adatti di altri a farsi promotori del Partito democratico per le posizioni che hanno sostenuto in un recente passato (Marini, D´Alema, Amato), volevano solo esemplificare un problema politico: che ci sono dei limiti di credibilità all´impiego degli stessi uomini per tutte le stagioni, specie quando le stagioni si succedono rapidamente. Ho la massima stima di tutti e non ho risentimenti personali con nessuno. A Massimo D´Alema devo una esperienza straordinaria come deputato e membro della commissione bicamerale. Giuliano Amato è un caro amico, di cui, oltretutto, dubito che intenda continuare a impegnarsi in politica, in questa politica, cosa di cui tutti dovrebbero molto rammaricarsi e non pochi fare un mea culpa. Finiamola qui. Le critiche serie sono dal lato della storia. I partiti non si inventano, mi si dice, sono cultura, memorie, bandiere, canzoni, rapporti personali: non sei mai stato in una sezione dei Ds, non hai percepito la presenza dei fantasmi, dei vecchi ritratti di Lenin, Togliatti e Berlinguer che si impolverano in soffitta? Per quali motivi i militanti offrono con entusiasmo il loro lavoro gratuito nelle feste dell´Unità? Perché i Ds stanno insieme nonostante le differenze di convinzioni politiche? Che canzoni, che memorie, che bandiere ci sarebbero per il Partito democratico? La "canzone popolare" dell´Ulivo? Al di fuori delle emozioni e tornando al ragionamento. È proprio necessario che il socialismo - la grande tradizione del movimento operaio europeo - debba fondersi in una melassa indistinta di tradizioni riformistiche diverse? Vogliamo forse lasciare quanto resta di quella tradizione nel nostro sfortunato paese o all´estrema sinistra o a partitini alleati della destra, horribile visu, com´è per il nuovo Psi di Gianni De Michelis? Non era forse - il disegno di D´Alema e Amato - un grande tentativo per salvarla, per fare dell´Italia politica un paese più omogeneo agli altri grandi paesi europei, un "paese normale"?Sì, lo era, ma non poteva funzionare e, come uno dei tanti figli di quella tradizione, ne sono addolorato: un mio saggio sul prossimo numero de "Il Mulino" tenta proprio di spiegare perché, nel paese del duello a sinistra tra socialisti e comunisti negli Anni '80 e poi della rivolta populista degli Anni ´90, la costruzione di un partito di socialismo democratico egemone sull´intero spettro del centrosinistra era destinata a fallire. In astratto esiste ancora la possibilità di un suo equivalente funzionale, come direbbero i sociologi: il Partito democratico, appunto. I popolari hanno fatto il primo passo, confluendo nella Margherita: e non si dica che la loro tradizione politica era meno profonda e meno nobile di quella del movimento socialista. Perché non possono farlo i democratici di sinistra? Il passaggio dall´astratto al concreto dipende solo dal numero, dalla qualità e dall´entusiasmo dei promotori: la domanda nel paese è grandissima. I partiti non si inventano? Non è vero, i partiti nascono e muoiono. Nascono per iniziativa di persone che percepiscono la loro necessità storica: e quale necessità è più impellente di quella di contrastare questo centrodestra, quale progetto più entusiasmante di quello di costruire un paese civile? Non "normale", civile. Naturalmente non se ne farà nulla. Si cercheranno subordinate meno costose in termini di consuetudini politiche e di posizioni di rendita. Si cercherà di rappezzare l´Ulivo. A questi tentativi, come partigiano del centrosinistra persino nella sua versione attuale di armata Brancaleone, auguro sinceramente il più grande successo.
La Repubblica, 15 aprile 2003

APPELLO PER IL PARTITO DEMOCRATICO

I riformisti con i riformisti. Michele Salvati e il coraggio di dividersi

“Con questi leader non vinceremo mai". Chi gridò questa frase a Fassino e Rutelli e Nanni Moretti , lo stesso che poco prima aveva implorato D'Alema:-Massimo, dì"qualcosa di sinistra". Per l'implorazione è stato accontentato, non da D'Alema., ma da Sergio Cofferati. La prima affermazione risuona ancora per l'aria: il popolo dell'Ulivo è sempre in attesa di un atto di coraggio da parte (lei suoi politici, di una riorganizzazione dei centro-sinistra che sia in grado di prevalere sul centro-destra. Atti di coraggio, riorganizzazioni parziali. ci sono stati.
La presidenza di Aprile a Sergio Cofferati è recentissima e il disegno è chiaro: mettere insieme secondo una prospettiva riformismo radicale" un pezzo importante della coalizione di centro-sinistra. Un pezzo col quale si può essere in disaccordo, ma che non si può cancellare o mortificare. Un pezzo che la storia italiana del secolo scorso ha consegnato al nuovo millennio. che è indispensabile alla coalizione e che richiede a gran voce una identità politica autonoma. L’iniziativa di Cofferati è sicuramente uno strappo. una minaccia alla coesione interna dei Ds; ma essa deve essere apprezzata soprattutto nel suo significato di riassetto comprensibile del centro-sinistra, mirando a riunire l'intero popolo della sinistra radicale, ora diviso tra un partito internamente eterogeneo, partitini e movimenti. E a riunirlo in una prospettiva “riformista", almeno nel senso, limitato ma importante, di prospettiva di governo e di lealtà alla coalizione: Cofferati non è Bertinotti. Come atto di coraggio, ancor più meritoria è stata la decisione del Partito popolare di sciogliersi nella Margherita: un partito storico, una grande tradizione politica. una cultura profonda si sono messi in gioco per confluire in un contenitore di cui il nome stesso indica la provvisorietà, l'essere stato pensato come prima tappa di un partito che dovrà raccogliere tutte le tradizioni riformistiche moderate del nostro paese. Manca ancora l’atto di coraggio finale e questo chiama in causa soprattutto, ma non soltanto, i Ds.
I Ds sono l'epicentro della crisi. Il partito comunista e stato un partito con una grande forza organizzativa. con una identità spiccata e, con una separatezza quasi comunitaria rispetto al resto della società civile e politica, la famosa "diversità" di cui parlava Enrico Berlinguer. E questo straordinario patrimonio era innervato da una cultura e da urla ideologia che richiedevano un cambiamento profondissimo - da[ comunismo al socialismo democratico e liberale per potersi adattate con successo alla situazione politica del “dopo-muro". La scissione del '91. non seguita da un lavoro serio di chiarimento, ha lasciato nei Ds due soggetti che coesistono faticosamente: i due soggetti che, grosso modo, si sono contati nelle due mozioni principali dei congresso di Pesaro. Queste sono affermazioni tagliate con l'accetta. ma basta l'accetta per sbozzare il problema che le ragioni per stare insieme. come quelle dei separati in casa. sono in buona misura di natura opportunistica. di convenienza più che di principio. Quando finisce l'amore come tra coniugi separati, c'è sempre una storia comune una consuetudine alla convivenza. e può rimanere molto affetto: ma ognuno in casa propria potrebbe anche essere una scelta migliore Lo dimostrano i riti di partito che ancora si celebrano: nella conferenza programmatica di Milano è stato presentato un programma che. per tenere insieme opinioni tanto distanti. dice molto poco e raramente sceglie con chiarezza tra opzioni diverse: un programma che poteva forse avere un senso quando il Pci era un partito (auto)costretto a una opposizione permanente ma non ne ha alcuno per un partito, i Ds, che è reduce da una esperienza di governo durata cinque anni e vuole ripeterla. Perché diciamo che i Ds sono l'epicentro della crisi, delle difficoltà maggiori dell’Ulivo? Perché l’unione apparente dei separati in casa ostacola la formazione dell' unico soggetto politico che potrebbe, in alleanza con altri, contribuire in modo determinante alla sconfitta del centro-destra. E' stato notato tante volte che la debolezza strutturale della coalizione di centro-sinistra dipende dall'assenza di un forte partito di sinistra moderata (o di centrosinistra, senza trattino: è la stessa cosa) che competa ad anni pari con Forza Italia nella caccia all'elettore mediano. Forza Italia ha ovviamente le armi che le danno i quattrini e le televisioni di Berlusconi, e bisognerà eliminarle. Ma anche senza di esse, Forza Italia si troverebbe nella situazione privilegiata, da un punto di vista elettorale, di essere il più forte partito della sua coalizione, nonché di essere percepito dagli elettori come un partito di destra moderata (o di centrodestra, se si preferisce); ovvero, se non consideriamo i partitini di origine democristiana, come il partito della coalizione di centro-destra più spostato verso il centro. Anche dopo la formazione della Margherita, così non è per il centro-sinistra, dove il partito più forte rimangono i Ds, percepiti dall'elettorato come un partito di sinistra, e per di più di origine comunista. Le soluzioni al problema sono solo tre, ci sembra: (a) la Margherita cresce rapidamente a spese dei Ds e conquista l'egemonia sulla coalizione; (b) i separati in casa si dividono, i riformisti radicali confluiscono in un soggetto politico che raccoglie, sotto la direzione di Cofferati, anche gran parte delle forze di sinistra disperse tra partitini e movimenti, e i riformisti moderati confluiscono con Margherita in un nuovo partito di centrosinistra (o sinistra moderata); (c) i Ds nel loro insieme confluiscono con la Margherita nel partito di cui abbiamo detto e diremo meglio in seguito. Per ora chiamiamolo Partito democratico.
La prima soluzione, (a), è possibile ma lenta, destinata a protrarsi tra recriminazioni competizione accanita e polemiche per un tempo non prevedibile. nel tempo prevedibile continuerebbe la situazione attuale, quella in cui non si riesce neppure a convocare una riunione dello stato maggiore dell'Ulivo. La seconda e la terza sono difficili e rischiose ma contengono in se stesse, se ben gestite, una straordinaria carica di auto-promozione e dì auto-affermazione. La differenza tra di esse sta nel fatto che la soluzione (b) prevede che i Ds si dividano mentre la (c) prevede che entrino nel loro insieme nel nuovo partito di centro-sinistra. Nel primo caso si arriverebbe a un partito più piccolo ma più omogeneo; nel secondo caso resterebbe una componente di sinistra radicale (non tutta di origine comunista), ma in condizioni nettamente minoritarie, all'interno di un partito dove la componente moderata e di origine non comunista avrebbe un ruolo egemonico. Poiché per arrivare a un nuovo partito dovrebbe avviarsi un processo costituente che coinvolge sia i Ds che Margherita, il verificarsi dell'una o dell'altra delle due soluzioni dipende dalla probabilità - ragioniamo ora sui Ds - che una parte dì questo partito accetti o non accetti il programma politico e i rapporti di forza del Partito democratico. Nel ragionamento che segue facciamo l'ipotesi che non l'accetti, che a noi sembra quella più probabile: se abbiamo ben capito gli orientamenti di Cofferati e del correntone, un'iniziativa della maggioranza volta alla costituzione in termini brevissimi del Partito democratico costituirebbe un rovesciamento totale del loro disegno politico, un diktat inaccettabile, la scomparsa della "sinistra" in quanto tale, la diluizione dell'eredità della sinistra italiana (d'origine comunista) in un contenitore a prevalenza centrista e moderata. Per quanto sia forte il tabù anti-scissione all'interno dei Ds - e lo si è visto anche nella recente conferenza programmatica - di seguito ragioniamo nell'ipotesi che l'iniziativa della maggioranza risulti inaccettabile all'interno partito e che a una scissione si addivenga.
La scommessa del Partito democratico esige coraggio, ma non è insensata. A differenza dei militanti e degli iscritti, gli elettori legati alle identità politiche della Prima repubblica, e dunque ai Ds in quanto prosecuzione del vecchio Pci, sono meno numerosi di quanto si creda, e se essi confluiranno in prevalenza nel contenitore cofferatiano se ne guadagna soltanto in chiarezza.
La prospettiva del Partito democratico è esaltante: è la riunione di tutte le correnti riformistiche moderate della storia italiana di cui tanto si è parlato a proposito dell'Ulivo. Gli elettori (oltre che i commentatori politici esteri « ) apprezzano la semplicità, la rapida comprensibilità. Verrebbe finalmente a formarsi un partito di sinistra moderata (o centrosinistra, se si preferisce), con un nome immediato, semplice e fortemente evocativo (basta con la botanica, con le Daisies e gli Olive trees che ci fanno prendere in giro nelle corrispondenze estere) nel quale la componente di lontana origine comunista non sarebbe dominante. Non sarà facile per Berlusconi tacciare di comunista un partito che ha per segretario Romano Prodi e dove siedono in direzione Francesco Rutelli accanto a Piero Fassino, a Enrico Borselli, a Pierluigi Castagnetti, ad Arturo Parisi (e Walter Veltroni? Era stato uno dei primi a parlare di partito democratico, si decida); dove siede Lapo Pistelli accanto a Claudia Mancina, Roberto Villetti accanto a Franco Monaco, Rosa Jervolino accanto a Nicola Rossi, Umberto Ranieri accanto a Enrico Letta, Giorgio Tonini accanto a Franca Chiaromonte, Natale D’Amico accanto a Marina Magistrelli, Giorgio Bogi accanto a Enrico Morando, Pierluigi Bersani accanto a Roberto Pinza, Sergio Chiamaparino accanto a Riccardo Illy e via seguendo. Tutti rappresentanti di grandi tradizioni riformiste, già moderate in origine o che si sono venute moderando in un processo di evoluzione di cui è stato dato conto pubblicamente e credibilmente. L’elenco, abbiamo detto, potrebbe continuare facilmente. L’abbiamo però improvvisato (ci scusiamo con chi dovrebbe esserci e non c’è) per sollevare subito un problema politico generale. Scorsi i nomi che abbiamo azzardato in via esemplificativa, ci si potrebbe infatti subito chiedere conto dell’omissione di alcune personalità di sicuro orientamento riformista e di spessore ed esperienza politica assai maggiori di molte di quelle che abbiamo menzionato. Perché non abbiamo menzionato Franco Marini o Massimo D’Alema? Non perché il loro contributo al partito democratico sia giudicato poco significativo. Al contrario, lo è moltissimo. Ma perché essi sono segnati da un ruolo dominante in scommesse politiche recenti che puntavano su esiti radicalmente diversi da quello che stiamo auspicando Marini perché pensava, come molti popolari, a un ruolo del suo partito non schierato organicamente con la sinistra, perché non voleva legarsi le mani. E D'Alema perché pensava, con gran parte del suo partito, a un ruolo egemonico dei Ds, sulla base dell'erronea analogia tra l'Italia e i paesi "normali", dove l'alternanza avviene tra un partito conservatore e un partito socialdemocratico. E' per questi motivi profondi, radicati nel passato che entrambi furono piuttosto tiepidi nei confronti dell'Ulivo come entità distinta dai partiti della coalizione, e di Romano Prodi come leader politico di questa entità. Sicuramente essi hanno modificato il loro giudizio, ma il ruolo che hanno avuto nel recente passato rende difficile immaginarli come protagonisti della scommessa che stiamo proponendo. E le stesse considerazioni che abbiamo svolto per D'Alema possono essere fatte per Giuliano Amato, la cui partecipazione al prossimo governo del Partito democratico e del centro-sinistra solo una persona insensata potrebbe considerare poco importante Insomma - ironia della sorte - si ritornerebbe a una vecchia e giustissima idea di D'Alema: che in un paese "normale" il candidato premier dev'essere il segretario del partito più importante della coalizione. E questo non può che essere Romano Prodi, se il centro-sinistra vuole vincere.
Continuiamo con i problemi Abbiamo dato per scontato che all'interno del Partito democratico i riformisti moderati di provenienza Ds troverebbero un ambiente più congeniale, sarebbero meno "separati in casa" di quanto avviene ora ne] loro partito. E' proprio così? A parte il fatto che esiste un continuum tra riformisti moderati e radicali e che molte personalità importanti non sono facilmente collocabili nei due campi, i legami della storia comune sono fortissimi: sono proprio i moderati, oggi, ad accusare i cofferatiani di inclinazioni scissionistiche. E forse che nel Partito democratico essi troverebbero solo rose e fiorì? Ogni contenitore partitico, in democrazia " contiene" posizioni individuali o di gruppo diverse: lo stare insieme è sempre frutto di un giudizio politico, mai di una completa identità di vedute. In particolare, sono ben noti ì contrasti che hanno attraversato Ulivo quando si sono toccati temi sensibili come quelli della famiglia, della scuola, della riproduzione e della bioetica. Oppure, scendendo di intensità, i contrasti sugli stessi temi delle riforme istituzionali. Questi ultimi è nostra impressione, sarebbero facilmente componibili in un contesto in cui esistesse un Partito democratico e la competizione tra micropartiti si fosse drasticamente attenuata. Rimarrebbero i primi, per quanto laica possa essere la concezione di democrazia condivisa da laici e cattolici: ma non dovrebbe essere difficile trovare mediazioni alte e, in casi estremi, ricorrere al voto secondo libertà di coscienza. E' sulle questioni di politica internazionale e sulle politiche economiche e sociali che si stabiliscono le discriminanti serie: e qui, ci sembra le differenze tra i riformisti moderati dei Ds e coloro che provengono da altre tradizioni sono assai minori di quelle che esistono, in casa Ds, tra riformisti moderati e radicali. Ma non potrebbe, questa riorganizzazione dei contenitori, creare maggiore difficoltà nel costruire una coalizione di centro-sinistra efficace ai fini di raggiungere il suo scopo principale, quello di sconfiggere il centro-destra? Non svolge forse Fassino un ruolo meritorio, anche se ingrato, nel cercare di tenere insieme in un unico partito riformisti moderati e radicali, le due componenti fondamentali di una coalizione di centro-sinistra? Abbiamo già indicato il motivo per il quale la nostra risposta è nettamente negativa.- il vero scopo della riorganizzazione è quello di creare un partito di sinistra moderata (o di centro-sinistra, se si preferisce) non riconducibile ai conflitti del XX secolo e della Prima repubblica, non apparentabile al Partito comunista. Un grande partito, egemonico nella coalizione di centro-sinistra. Come abbiamo già detto, questo potrebbe essere un partito in cui confluiscono tutti i Ds, se ne accettano il programma e la direzione politica. Anche se non l'accettassero e ci fosse una scissione, non si vede perché le relazioni tra moderati e radicali dovrebbero peggiorare se ognuno sta nel partito che gli è più congeniale. Sotto la guida di Cofferati, il partito più radicale sarà un partito riformista nel significato limitato, ma importante, di essere una parte organica e leale della coalizione di centro-sinistra, un partito che non ha dubbi sulla propria partecipazione al governo, una volta che si sia stipulato un programma comune: non si rischia per nulla di ingrossare le fila bertinottiane anzi è probabile che queste si assottiglino notevolmente. Insomma. c'è soltanto da guadagnare in termini di chiarezza. E la chiarezza è importante in politica: quando oggi un elettore vota Ds, che cosa compra? Compra Salvi o Morando, Fumagalli o Turci? E non si ribatta che, anche ieri, nel Pci, poteva comprare Amendola o Ingrao, perché questo significa non aver capito nulla della dífferenza che intercorre tra un partito di permanente, necessaria. opposizione e un partito di governo. Domani, col Partito democratico e col partito cofferatiano, sarà chiarissimo che cosa l'elettore vuole comprare: una politica riformistica liberale e moderata o una politica (ancora riformistica, quantomeno nel significato minimo dell'espressione) ma più radicale e '”di sinistra", nel senso tradizionale del termine. E sarà una competizione chiara e onesta. Ci sono i movimenti, si potrebbe ancora obiettare, e questi sono parte integrante della democrazia, quella forma di partecipazione che dà corpo e sangue a un sistema di rappresentanza elettorale. Senza movimenti, senza una vivace società civile, la sola rappresentanza elettorale corre sempre il rischio di ridursi a un arido meccanismo di selezione delle élites e la democrazia, allora, si impoverisce. Dividendosi tra moderati e radicali, non c'è forse il pericolo, per la sinistra, di tagliare i ponti con i movimenti? Al contrario. Siamo convinti che i rapporti tra politica rappresentativa e politica di movimento si chiariscano e si semplifichino-, a coloro che partecipano ai movimenti (se si tratta di movimenti che si orientano a sinistra: non sempre è così) si offre una scelta chiara di contenitori se intendono anche partecipare alla democrazia rappresentativa, l'unica che per ora conosciamo. E in questa ciò che conta sono i voti che si ricevono, non il numero delle persone che scendono in piazza. Insomma: coloro che fanno politica di movimento, i pacifisti i new global, i girotondini, possono decidere se costruire un proprio partito, possono iscriversi al (o votare per) il Partito democratico o il partito più radicale (o altri partiti esistenti). Ma almeno si troveranno di fronte dei programmi intelligibili. Chi teme che "i movimenti" confluiranno in massa nel partito di Cofferati (o addirittura in quello di Bertinotti) potrebbe avere delle sorprese; e comunque, se così avverrà, vorrà solo dire che questi ultimi partiti hanno fatto un'offerta di politica rappresentativa più convincente.
Prima di discutere dell'ultimo problema vero che i nostri capitani coraggiosi devono affrontare, sbarazziamoci di due problemi finti, strettamente collegati. Si sarà notato che abbiamo usato le espressioni "sinistra moderata" e "centrosinistra" come equivalenti, proprio come abbiamo considerato equivalenti le espressioni destra moderata" e "centrodestra”. In un sistema politico bipolare lo sono di fatto: si riferiscono esattamente alle stesse politiche, alla stessa visione del mondo. Se fossimo in un paese dove esiste un sostanziale bipartitismo e un unico grande partito copre (quasi) interamente l'arco della sinistra riformista (Germania, Regno Unito, Spagna), la prima espressione, sinistra moderata, sarebbe quella propria, quella che i commentatori adotterebbero. In Italia le cose stanno in modo diverso e definire di sinistra moderata il Partito democratico potrebbe urtare qualche suscettibilità: se così è, chiamiamolo di centrosinistra (togliamo almeno il trattino) e finiamola lì. Strettamente connesso è il secondo problema: a quale raggruppamento del Parlamento europeo dovrà aderire í] Partito democratico? Non neghiamo che si tratti di un (piccolo) problema che andrà risolto, ma se un disegno politico come quello che proponiamo si fa frenare da queste difficoltà è meglio neppure cominciare.
E veniamo all'ultimo (Last but not least) problema serio. Finora abbiamo argomentato come se il nostro problema fosse quello di "vendere" il Partito democratico ai riformisti moderati dei Ds. E' invece ovvio che esiste un problema almeno altrettanto importante, quello di "venderlo alla Margherita. Se i riformisti moderati dei Ds e quelli di Margherita non danno vita, insieme e subito, al Partito democratico, allora è meglio che ognuno stia a casa propria e noi saremmo i primi a consigliare ai moderati Ds di rassegnarsi a convivere con i loro radicali. L'operazione politicamente significativa non è quella delle scissioni nelle due case (ce ne sarebbero anche in Margherita, probabilmente, sia a destra. sia a sinistra, verso i radicali di Cofferati), ma la costruzione immediata del Partito democratico. E' questa che cambierebbe la faccia del centro-sinistra, che ne farebbe una coalizione politica comprensibile anche a chi di politica si interessa poco (e sono la gran parte degli elettori), che gli consentirebbe di combattere con maggiore efficacia contro il centro-destra. E' questa che si lascerebbe alle spalle la Prima repubblica e il XX secolo. Margherita è già il frutto di una operazione di fusione, e abbiamo detto più sopra dei merito che dev'essere riconosciuto ai popolari. Vorranno i suoi leader, che non hanno ancora del tutto digerito la prima, imbarcarsi in una seconda, di portata ancor maggiore? Quale interesse li può spingere, individualmente o come gruppo, in questa avventura?
Un politologo ragionerebbe così, giustamente tenendo conto degli interessi dei protagonisti, mostrando che in una fusione i "posti" si riducono e che pochi vincono ma molti perdono, ricordando che le scissioni sono state tante ma le fusioni riuscite pochissime. Noi non siamo politologi. Non ci rivolgiamo agli interessi di breve periodo delle singole personalità del ceto politico, ai singoli dirigenti dei Ds e dì Margherita, o di qualsiasi altro gruppo politico voglia partecipare all'iniziativa. Ci rivolgiamo al loro discernimento e al loro coraggio, ricordando loro che discernimento e coraggio - la capacità di rompere routine e innovare, quando è necessario - sono i caratteri di chi è animato da una vera vocazione per la politica. Viviamo in un momento in cui le condizioni di salute dell'Ulivo non potrebbero essere peggiori: non si riesce neppure a convocare una riunione. Ma a volte, quando i piccoli passi già sembrano difficili, í grandi passi sono perfettamente possibili. se si ha il coraggio di rischiare. E per indurre i promotori del Partito democratico a rischiare, ricordiamo loro un famoso apologo che Bertolt Brecht racconta ne accorsero trafelati dal Gautama Buddha: “ Maestro, c’è una casa in fiamme, ma gli abitanti si rifiutano di uscire. Alcuni si lamentano che fuori piove, Altri non vogliono abbandonare le loro masserizie. Che cosa dobbiamo fare?” Rispose Buddha: “Chi, avvisato del pericolo, si rifiuta di correre ai ripari, merita di perire”.

P.S. A un appello ai capitani coraggiosi non si confà di entrare nell’ingegneria dell’operazione: congressi straordinari, il momento e le forme della discesa in campo di Prodi, elezioni, candidature, primarie, distribuzione di incarichi et similia. Non sappiamo ancora se sono coraggiosi i capitani cui ci rivolgiamo: sicuramente sono dei politici e degli organizzatori esperti. Se si convincono che l’operazione è opportuna, che bisogna rapidamente reagire alla scelta di campo di Cofferati, che veramente la casa brucia, i modi per far irrompere col massimo effetto un Partito democratico nella politica italiana li troveranno loro.
Michele Salvati
Il Foglio, 10 aprile 2003

domenica 29 luglio 2007

Breve storia del Partito Democratico

Il Partito Democratico (PD) sarà un partito politico italiano di centro-sinistra, la cui fondazione è prevista per il 14 ottobre 2007. L’intento del costituendo partito è riunire i moderati de L’Unione, in continuità con le esperienze de L’Ulivo.
Aderiscono al progetto, aperto alla cittadinanza, i Democratici di Sinistra, La Margherita, il Partito Democratico Meridionale (fondato da Agazio Loiero), il Movimento Repubblicani Europei (fondato da Luciana Sbarbati), il movimento Progetto Sardegna (fondato da Renato Soru), il gruppo Alleanza dei Riformisti (associazione socialdemocratica, scissasi dallo Sdi e guidata da Ottaviano del Turco), il movimento Italia di Mezzo (fondato da Marco Follini) nonchè il movimento Ecologisti per l’Ulivo. Tra le altre forze dell’Unione, si è detta disposta ad entrare nel PD, ma solo in un secondo momento, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, mentre lo SDI di Enrico Boselli, I Socialisti Italiani di Bobo Craxi e le ex correnti della sinistra-DS, ora Sinistra Democratica, si sono invece rifiutati di entrare nel PD.
Il progetto, che ha in Romano Prodi (attuale Presidente del Consiglio) il suo principale sostenitore ed ispiratore, prevede la costituzione di un partito unitario che unisca le cosiddette “culture riformiste italiane”, cioè quella cristiano-democratica e sociale, quella liberale e socio-liberale, quella socialdemocratica nonché culture politiche maggiormente legate alla storia degli ultimi decenni come l’ambientalismo. Tra gli obiettivi del progetto, vi è anche l’intenzione di un coinvolgimento maggiore della società civile e del cosiddetto “popolo delle primarie”.


Storia

Le prime proposte per un partito riformista unitario (2003)
Le prime proposte riguardanti la nascita di un partito unitario dei riformisti del centrosinistra provengono da Michele Salvati, economista e giornalista, e all’epoca deputato eletto nelle liste dei Democratici di Sinistra.
In alcuni articoli pubblicati sui quotidiani Il Foglio e La Repubblica nell’aprile 2003, Salvati delinea un ipotetico nuovo partito, comune alle forze socialiste, liberaldemocratiche e cristiano-democratiche, in cui alcuni protagonisti della dirigenza di centrosinistra (come Massimo D’Alema e Franco Marini) decidano di porsi in secondo piano, e che abbia come linea politica un nuovo rapporto coi sindacati, col mondo dell’economia, e, tra gli scopi, quello di modificare, semplificandolo e stabilizzandolo, il quadro politico e partitico italiano.
Accolta con iniziale scetticismo, sia per l’attacco diretto ad alcuni dei maggiori leader di Ds e Margherita, sia per l’appartenenza di Salvati alla corrente più piccola dei Ds, quella liberal, l’idea iniziale di Salvati verrà sostanzialmente riproposta il 18 luglio, almeno in parte, da Romano Prodi, all’epoca presidente della Commissione Europea.

Dalla Lista Uniti nell’Ulivo al Partito Democratico
Per approfondire, vedi le voci Uniti nell’Ulivo e L’Ulivo (federazione).
Romano Prodi, tra i primi a lanciare l’idea di una lista unitaria. Il progetto vero e proprio di un partito unitario del centrosinistra nasce nell’estate del 2003, quando Romano Prodi, allora Presidente della Commissione Europea, lanciò e patrocinò l’idea di una lista unica in vista delle elezioni europee del 2004; la proposta viene subito respinta dai partiti della sinistra radicale e vista con perplessità dall’Udeur.
La proposta di Prodi venne invece accolta da quattro soggetti politici dell’area riformista di quella che si sarebbe chiamata in seguito L’Unione: i Democratici di Sinistra, La Margherita, i Socialisti Democratici Italiani e i Repubblicani Europei. Nacque così la lista Uniti nell’Ulivo, dalla cui esperienza deriva direttamente il progetto del PD.
La lista ottenne un buon risultato ed affermandosi come la lista più votata nel Paese, scelta da circa un terzo degli elettori recatisi alle urne (31,1%).
La lista unica viene riproposta in alcune regioni in occasione delle elezioni regionali del 2005, ma il progetto si arena per le indecisioni della Margherita nel giugno dello stesso anno, che impediscono la presentazione di una lista unica anche alle elezioni politiche del 2006 (verrà presentata soltanto per la Camera dei Deputati, riunendo DS, Margherita e Repubblicani Europei). I Socialisti Democratici Italiani, dopo l’esperienza di Uniti nell’Ulivo, hanno formato nel 2006, con i Radicali Italiani, la lista-movimento La Rosa nel Pugno mentre, nel 2007, rifiutando gli espliciti inviti provenienti da Prodi e dai DS, intervenuti al loro congresso, hanno annunciato di non voler aderire al costituendo PD e di volersi, invece, impegnare nella rifondazione del Partito Socialista Italiano.
Dopo il risultato delle primarie e dopo la vittoria dell’Unione alle elezioni politiche del 2006, nelle quali la lista unitaria (L’Ulivo) alla Camera prende più voti dei singoli partiti divisi al Senato, il progetto del Partito Democratico riprende vita. Ad ogni modo, sia alla Camera che al Senato prendono vita i gruppi parlamentari unitari dell’Ulivo, guidati rispettivamente da Dario Franceschini e Anna Finocchiaro.
Oltre a DS, Margherita e MRE, interessate al Partito Democratico si sono mostrate, in diverse forme e condizioni, anche altre formazioni minoritarie del centrosinistra, quali I Socialisti, e il Partito Socialista Democratico Italiano.
Successivamente, molti socialisti e laici preferiranno impegnarsi in progetti differenti e maggiormente legati alle culture politiche tradizionali, come la ricostituzione del vecchio Partito Socialista Italiano, lamentando lo scarso senso di laicità che, a loro avviso, caratterizzerebbe i cattolici della Margherita.
Interessati al progetto sono anche numerosi protagonisti della società civile: tra questi troviamo i promotori di una prima Associazione per il Partito Democratico (che più tardi si unirà ad altre associazioni in forma federativa), in cui troviamo esponenti del mondo della cultura, del giornalismo, dell’economia e della politica (Gad Lerner, Fabrizio Onida, Michele Salvati, Riccardo Sarfatti, ed altri).

L’evoluzione del progetto e la futura nascita del partito
Rappresentanti dei Democratici di sinistra, de La Margherita e del Movimento Repubblicani Europei si sono incontrati, al di fuori del loro mandato politico, il 9 e 10 ottobre 2006 in un seminario ad Orvieto per discutere dell’avanzamento del progetto del Partito Democratico: in quella sede è stata ribadita la necessità di un progetto riformista unitario, pur con alcuni distinguo ed esitazioni; forti riserve permangono tuttora sia nei DS che nella Margherita.
Nei Democratici di Sinistra si è mostrata da subito contraria al Partito Democratico la sinistra interna, il vecchio correntone, guidata da Fabio Mussi e Cesare Salvi, che ha presentato una mozione esplicitamente dissenziente al congresso dell’aprile 2006, denominata A sinistra - Per il socialismo europeo. Una terza mozione congressuale Per un partito nuovo, democratico e socialista, è stata presentata da esponenti importanti del partito, come Gavino Angius, fino al 2006 capogruppo al Senato, e Mauro Zani, non contraria a priori al progetto di una nuova formazione politica ma estremamente critica nei confronti del metodo della discussione ed in merito ad alcune questioni ritenute fondamentali come la collocazione europea, e favorevole ad una ipotesi di federazione che non si limiti a Ds e Margherita.
Nella Margherita è ancora aperto il confronto tra la corrente degli ulivisti del Ministro della Difesa Arturo Parisi, e la corrente popolare rappresentata dal Presidente del Senato Franco Marini, anche se la mozione unica del presidente Francesco Rutelli è stata sostenuta compattamente dal partito.
Nel frattempo si sono create numerose associazioni, che rivendicano la partecipazione attiva dei cittadini, anche di quelli non iscritti ad alcun partito, alla formazione del Partito Democratico. Fra queste la Associazione per il Partito Democratico 11 Febbraio 2006, una Federazione delle Associazioni per il Partito Democratico (gestita da Massimo Cacciari, Sergio Cofferati, Leopoldo Elia, Virginio Rognoni, Michele Salvati, Riccardo Sarfatti, ed altri), oltre a Libertà e Giustizia e all’Associazione della Sinistra per il Partito Democratico (alla quale hanno aderito Giancarla Codrignani, Fabio Zanzotto, Giuliano Montaldo, Davide Ferrari, Gregorio Scalise e Giuseppe D’Agata).
Ad ogni modo, a seguito del seminario di Orvieto tra le dirigenze dei due partiti principali, hanno avuto luogo, nell’aprile del 2007, i congressi nazionali di DS e Margherita (quasi parallelamente), e si è stabilito il percorso che porterà alla nascita del nuovo partito nella primavera del 2008, attraverso un congresso unitario
costituente; l’esordio alle urne dovrebbe coincidere con le elezioni europee del 2009.

La redazione del Manifesto per il Partito Democratico
Romano Prodi in prima persona, nel corso del 2006, incarica tredici personalità di spicco del mondo della cultura e della politica (Rita Borsellino, Liliana Cavani, Donata Gottardi, Roberto Gualtieri, Sergio Mattarella, Ermete Realacci, Virginio Rognoni, Michele Salvati, Pietro Scoppola, Giorgio Tonini, Salvatore Vassallo, Luciano Violante, più Giorgio Ruffolo che abbandonerà in corso d’opera la stesura del testo per contrasti col resto del gruppo di lavoro) di redigere un Manifesto per il Partito Democratico, utile a enunciare
i valori del nuovo soggetto politico, e possibile bozza e base provissoria per un futuro manifesto di valori da redarre successivamente la nascita del partito.
E’ un documento che viene reso pubblico nel dicembre del 2006, consta di quattordici pagine ed è diviso in tre parti:
1. Noi, i democratici
2. L’Italia, una nazione d’Europa
3. L’Ulivo, il nostro partito
I concetti cruciali espressi dal Manifesto sono:
- l’interesse nazionale unisce gli aderenti al progetto del Partito Democratico;
- le parole chiave del nuovo soggetto saranno libertà e dignità;
- la collocazione internazionale sarà estranea al PPE, e in sinergia ma esterna al PSE;
- è irrinunciabile il metodo delle elezioni primarie nella scelta dei candidati;
- la laicità è da intendere come presenza pluralista, valorizzata e attiva di diverse visioni morali e delle varie religioni (non secondo l’accezione francese dunque);
- è da sottolineare l’importanza della difesa della Costituzione, conservando i rapporti da essa previsti tra Stato e Chiesa.

Il 4° Congresso nazionale dei DS
Il congresso dei DS si divide proprio sull’idea e la proposta del Partito Democratico: la mozione favorevole al nuovo percorso è quella di Piero Fassino, rieletto segretario con il 75% circa dei voti. Critici sono gli aderenti alla mozione di Gavino Angius, che vuole sottolineare l’importanza del socialismo nel nuovo soggetto, e la sua necessaria adesione al PSE; nettamente contrari molti esponenti del cosiddetto correntone guidato da Fabio Mussi.
Nella sua relazione introduttiva, Piero Fassino introduce le caratteristiche principali del Partito Democratico:
«Diamo vita al Partito Democratico non per un’esigenza dei DS o della Margherita o di un ceto politico. No.
Il Partito Democratico è una necessità del Paese, serve all’Italia. Vogliamo dare vita ad un soggetto politico non moderato o centrista, bensì progressista, riformista e riformatore. Un partito che faccia incontrare i valori storici per cui la sinistra è nata e vive – libertà, democrazia, giustizia, uguaglianza, solidarietà, lavoro – con l’alfabeto del nuovo secolo: cittadinanza, diritti, laicità, innovazione, integrazione, merito, multiculturalità, pari opportunità, sicurezza, sostenibilità, sopranazionalità. E per questo dovrà essere un partito del lavoro, dello sviluppo sostenibile, della cittadinanza e dei diritti, dell’innovazione e del merito, del sapere e della conoscenza, della persona e della laicità, della democrazia e dell’autogoverno locale, dell’Europa e dell’integrazione sopranazionale, della pace e della sicurezza».
L’elezione alla segreteria di Piero Fassino - che nella sua relazione lancia segnali di apertura ai critici come Angius e agli oppositori come Mussi - è sostanzialmente l’approvazione da parte della base dei DS della creazione del nuovo soggetto politico. La contrarietà del correntone pone tuttavia gravi problemi rispetto all’unitarietà del partito: Mussi ed il vecchio correntone annunciano, in un intervento appassionato e drammatico, la propria uscita dai DS e la volontà di costituire un nuovo soggetto a sinistra del partito Democratico.
Da parte della corrente di Gavino Angius, è stata chiesta una totale rielaborazione del Manifesto per il Partito Democratico (manifestando comunque, durante il congresso, disponibilità alla presenza nel gruppo dirigente che porterà i DS nel PD), e la certezza dell’adesione al PSE. Solo la settimana successiva l’assise congressuale, Angius deciderà di abbandonare i DS. Conseguenza di questa scissione a sinistra dei DS è la formazione del gruppo parlamentare e del movimento politico chiamato Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo.
Riguardo all’appartenenza europea, Fassino, proprio nella sua relazione introduttiva, ha ribadito lo stretto legame col PSE dei DS e del futuro Partito Democratico.
La relazione di Fassino ha inoltre lanciato ulteriori segnali di apertura nei confronti di un eventuale nuovo interesse nel progetto da parte dello SDI.

Il 2° Congresso federale della Margherita
Anche il congresso della Margherita si svolge con l’obiettivo del Partito Democratico, e l’unica mozione presente, quella del presidente del partito Francesco Rutelli, è decisamente favorevole. Sia Rutelli sia il premier Romano Prodi, nel congresso della Margherita confermano la distanza (seppur in allenza) rispetto al PSE, in contrasto con la posizione assunta dai DS. Inoltre, l’assise della Margherita non ha presentato quei contrasti interni e quelle frizioni presentate dai DS, coerentemente con l’ispirazione unificatrice delle forze di centrosinistra che il partito di Rutelli ha avuto sin dalla sua nascita come lista elettorale nel 2001, e come partito nel 2002; proprio Rutelli ha concluso rivolgendosi significativamente a Fassino:
«Già adesso siamo lo stesso partito, parliamo lo stesso linguaggio, siamo accomunati dalle stesse priorità. (...) Da adesso dobbiamo dire noi».
Le uniche critiche vengono dal ministro della Difesa Arturo Parisi e Willer Bordon (già capogruppo della Margherita alla Camera nella quattordicesima legislatura), che chiedono lo scioglimento delle correnti interne in vista della nascita del PD, e dall’ex segretario del PPI Gerardo Bianco, che decide di abbandonare il partito.

Il problema della collocazione europea e altri nodi problematici
La collocazione europea è uno tra i principali nodi circa il Partito Democratico, per via del fatto che attualmente i DS fanno parte del Partito Socialista Europeo mentre La Margherita è membro fondatore del
Partito Democratico Europeo.
Tra le maggiori preoccupazioni, specularmente delle minoranze diessine e dell’ala popolare della Margherita, è l’idea di rinuncia delle proprie identità storiche in un progetto che non rappresenterebbe una sintesi, bensì o un compromesso al ribasso che porterebbe a un partito senza identità, oppure la fagocitazione da parte di una cultura politica storicamente diversa. In specie, i diessini Valdo Spini e Gavino Angius, nonostante non facciano parte delle correnti di sinistra dei DS, hanno più volte espresso le loro perplessità sul Partito Democratico a causa proprio del fatto che potrebbe non collocarsi nel PSE. A tal proposito, il PSE, nel recente congresso tenutosi a Porto, con una modifica del proprio Statuto, definendosi come forza politica
aperta a tutti i partiti europei “di ispirazione socialista, progressista e democratica” ha prospettato la possibilità di un allargamento a partiti e movimenti progressisti che non provengono necessariamente dallo storico campo delle sinistre europee; modifica considerata come un’apertura ai problemi avanzati dalla Margherita in Italia, che però ha mostrato di non cambiare il suo atteggiamento di chiusura verso un ingresso nel PSE, nemmeno dopo questa modifica. Il contrasto tra DS e Margherita sulla collocazione internazionale prosegue anche durante la stagione dei congressi che dovrebbe sancire lo scioglimento dei due soggetti
politici e la creazione del Partito Democratico: Rutelli e Prodi propongono l’alleanza col PSE, Fassino sostanzialmente chiede l’adesione al PSE e all’Internazionale Socialista, dopo le aperture del congresso di Porto e alla luce della presenza di numerosi partiti non espressamente socialisti nei ranghi dell’Internazionale Socialista, e della collaborazione di questa e del suo presidente George Papandreu con altri soggetti politici come il Partito del Congresso Indiano, il Partito dei Lavoratori brasiliano e il Partito Democratico americano.
Altro tema caldo è la laicità del partito e, in rapporto al dibattito politico contingente, l’approvazione del disegno di legge del governo sui DiCo (ma non solo), con profondi contrasti tra la cosiddetta ala teodem della Margherita e il resto del partito e dei DS.

Comitato promotore “14 ottobre”
Il primo atto formale verso la costituzione del nuovo Partito viene effettuato il 23 maggio 2007 con la nomina di un Comitato promotore, il “Comitato 14 ottobre” (nome proposto da Paolo Gentiloni), così chiamato con riferimento alla data in cui sarà eletta l’assemblea costituente del Partito Democratico.
Tale comitato, nato con 45 membri, potrebbe vedere crescere il numero dei suoi componenti: oltre ad esponenti di Ds e Margherita, annovera anche politici provenienti da esperienze diverse (come l’ex Udc Marco Follini e il socialista Ottaviano Del Turco) e personalità della società civile, come il giornalista Gad Lerner, il presidente di “Slow Food” Carlo Petrini e l’esponente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Tullia Zevi.
Questo l’elenco completo dei 45 membri: Giuliano Amato, Mario Barbi, Antonio Bassolino, Pier Luigi Bersani, Rosy Bindi, Paola Caporossi, Sergio Cofferati, Massimo D’Alema, Marcello De Cecco, Letizia De Torre, Ottaviano Del Turco, Lamberto Dini, Leonardo Domenici, Vasco Errani, Piero Fassino, Anna Finocchiaro, Giuseppe Fioroni, Marco Follini, Dario Franceschini, Vittoria Franco, Paolo Gentiloni, DonataGottardi, Rosa Iervolino Russo, Linda Lanzillotta, Gad Lerner, Enrico Letta, Agazio Loiero, Marina Magistrelli, Lella Massari, Wilma Mazzocco, Maurizio Migliavacca, Enrico Morando, Arturo Parisi, Carlo Petrini, Barbara Pollastrini, Romano Prodi, Angelo Rovati, Francesco Rutelli, Luciana Sbarbati, Marina Sereni, Antonello Soro, Renato Soru, Patrizia Toia, Walter Veltroni e Tullia Zevi.
La prima riunione del Comitato è stata fissata per il 30 maggio si terrà un seminario su compiti, modalità e obiettivi dell’Assemblea costituente del Pd che sarà eletta il 14 ottobre con le primarie. Sono state decise le regole per le primarie del 14 ottobre: formazione di liste per l’elezione all’Assemblea Costituente collegate al candidato segretario, il quale potrà essere appoggiato anche da più liste, numero minimo di 100 firme per la presentazione delle candidature.
Leader destinato è il sindaco di Roma Walter Veltroni, indicato dai Ds e da subito appoggiato anche dalla Margherita; gli altri esponenti che avevano mostrato posizioni alternative ed avrebbero potuto candidarsi alle primarie per l’elezione del segretario sono Pier Luigi Bersani, Enrico Letta, Rosy Bindi e Arturo Parisi.
Soltanto quest’ultimo però non ha ancora rinunciato a sfidare Walter Veltroni sulla leadership,
rappresentando il suo principale oppositore interno. La sua critica nasce dal fatto che Walter Veltroni si mostra eccessivamente equilibrato sulle posizioni di tutto il centro-sinistra anzichè prendere una netta posizione politica che sarebbe propria di un aspirante leader di partito. Determinante per il malumore di Arturo Parisi è stato il rifiuto di Walter Veltroni di firmare per il referendum relativo all’abolizione dell’attuale legge elettorale. In realtà Walter Veltroni ha sempre affermato di essere antiproporzionalista ed appoggia la causa referendaria quanto Arturo Parisi, tuttavia intrattiene rapporti amichevoli con i piccoli partiti dell’Unione e non nasconde il suo progetto di fare del partito democratico una grande casa di tutti i riformisti che accolga anche le anime del centro-sinistra che in questa fase costituente ne sono fuori.

Fondazione in corso: prevista per il 14 ottobre 2007
Sede: da definire
Coalizione: L’Unione
Ideologia: da definire
In Parlamento: 196 deputati, 96 senatori e 19 euro-parlamentari
Partito europeo: da definire
Internazionale: da definire
Organo ufficiale: da definire
Sito internet: http://www.ulivo.it/

Testo estratto da: http://www.wikipedia.it/

Il Manifesto del Partito Democratico

Noi, i democratici

Noi, i democratici, amiamo l’Italia. Amiamo la ricca umanità della sua gente; il suo patrimonio ineguagliabile di storia, arte e cultura; l’intreccio di splendide città, di magnifici ambienti naturali e paesaggi che da secoli attrae viaggiatori stranieri. Amiamo il senso profondo di ospitalità e di solidarietà degli italiani, la loro attenzione alla qualità della vita, la loro straordinaria capacità di produrre cose che piacciono al mondo.

Noi democratici abbiamo fiducia nell’Italia. Perché è un paese vitale, creativo, operoso, pervaso da un diffuso spirito d’intraprendenza. Un paese che ha contribuito alla prosperità di molte altre nazioni, attraverso l’intelligenza e la tenacia di tanti nostri concittadini.
E crediamo che l’Italia possa farcela a stare al ritmo di un mondo che cambia sempre più in fretta. Siamo convinti che saprà mantenere e migliorare i suoi livelli di vita, se non coltiverà la pretesa illusoria di serrare la porta o di chiudere gli occhi di fronte alle sfide globali, se accetterà di affrontarle insieme all’Europa, se riuscirà a ritrovare slancio, coesione e fiducia.

Ma l’Italia di oggi non è all’altezza delle sue ambizioni e delle sue possibilità. È un paese bloccato, smarrito, che rischia il declino. Il senso civico appare inaridito e il rispetto della legalità è troppe volte umiliato. La classe dirigente è terribilmente invecchiata e quasi esclusivamente maschile. Le donne sono ancora in larga parte escluse dai luoghi della rappresentanza politica. I giovani si scontrano con rendite e privilegi nelle imprese e nelle professioni, nella scuola, nell’università e nella ricerca, nella politica e nella pubblica amministrazione. Guardano con preoccupazione al futuro e faticano a costruirsi una vita autonoma.

Anche per questo, siamo un paese che fa pochi figli. Avvertiamo i segni di un pessimismo diffuso che riguarda la stessa identità dell’Italia come nazione. L’Italia rischia di tornare ad essere una «espressione geografica», divisa al suo interno tra aree forti, integrate in Europa, ed aree marginali e dipendenti; tra ceti capaci di competere con successo nel mondo globale e vasti strati sociali in sofferenza, di nuovo in lotta con la povertà. A sua volta, la politica è frammentata e rissosa. Si rivela troppo spesso debole nei confronti degli interessi forti ed incapace di svolgere una funzione nazionale. Piuttosto che aiutare l’Italia a rimettersi in moto tutta insieme, finisce per rappresentare o amplificare i particolarismi, attraverso partiti al tempo stesso troppo fragili e troppo invadenti. Diventa concreto così il rischio che si affermino leader populisti, e che nella società prevalgano pulsioni contrarie alla democrazia.

I problemi italiani si collocano d’altro canto in uno scenario più ampio. La democrazia ha vinto i totalitarismi del secolo scorso, ma deve oggi far fronte a sfide di prima grandezza. È spesso prigioniera degli interessi consolidati, più che interprete delle speranze dei deboli.

I partiti faticano un po’ ovunque a promuovere la partecipazione e a selezionare una classe dirigente credibile, capace di guardare lontano. Lo sviluppo tecnologico, l’intensificarsi degli scambi e delle comunicazioni rendono la nostra vita più dinamica e più ricca, ci rendono più aperti, ci fanno vivere meglio e più a lungo, accrescono la varietà delle cono- scenze a cui possiamo accedere, consentono a un numero crescente di persone, soprattutto tra i giovani, di sentirsi e di essere cittadini del mondo. E cittadini più informati, educati al dialogo con persone di altre culture, costituiscono una preziosa risorsa contro i rischi ricorrenti di chiusure e intolleranze. La democrazia rimane però per lo più relegata nei confini nazionali ed è quindi debole di fronte a fenomeni di dimensione globale come il drammatico deterioramento dell’ambiente e del clima, il terrorismo e i conflitti internazionali, dinamiche demografiche squilibrate, flussi migratori difficilmente controllabili, grandi disuguaglianze tra diverse aree del mondo, abusive ingerenze di interessi econo- mici che minano la sovranità di paesi deboli e ne ostacolano lo sviluppo economico e civile.

Il XX secolo, insieme a tante straordinarie conquiste, ci ha consegnato un modello di sviluppo che condanna milioni di persone e intere aree del pianeta alla povertà e che, se non subirà modifiche radicali, renderà la terra invivibile. Un modello di sviluppo che compromette la libertà delle nuove generazioni e su cui dunque la politica deve intervenire. Di fronte a sfide così impegnative, tutte le tradizionali famiglie politiche del centrosinistra europeo faticano a trovare, da sole, risposte adeguate. Solo da una comune ricerca può nascere quel pensiero nuovo di cui abbiamo bisogno per capire e governare i grandi cambiamenti nei quali siamo immersi. È per questo che vogliamo costruire un partito nuovo, di donne e di uomini, che superi definitivamente le barriere ideologiche che nel secolo scorso hanno diviso le forze riformatrici e aiuti l’Italia a guardare con fiducia al secolo che è appena iniziato. Con il Partito democratico intendiamo portare a compimento un percorso iniziato da più di dieci anni, con la feconda intuizione dell’Ulivo.

Vogliamo anche contribuire a rinnovare la politica europea, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale. E intendiamo concorrere a costruire nel mondo una nuova alleanza tra tutti quelli che vogliono fare della globalizzazione una opportunità per molti piuttosto che l’occasione per rafforzare il potere e la ricchezza di pochi.

Ci riconosciamo nei valori di libertà, uguaglianza, solidarietà, pace, dignità della persona che ispirano la Costituzione repubblicana e nell’impegno a farli vivere in Europa e nel mondo. Questi valori discendono dai molti affluenti della cultura democratica europea. Hanno le loro radici più profonde nel cristianesimo, nell’illuminismo e nel loro complesso e sofferto rapporto. Traggono alimento sia dal pensiero politico liberale, sia da quello socialista, sia da quello cattolico democratico. Sono maturati nella dialettica tra queste diverse tradizioni e dal confronto con le sfide proposte dalle culture ambientalista, dei diritti civili e della libertà femminile, oltre che nella condanna delle ideologie e dei regimi totalitari del novecento. Sono anche frutto di una lunga sequenza di conflitti, basati su appartenenze religiose o di classe, e di tragici errori. Oggi possiamo considerare alle nostre spalle quei conflitti e quegli errori. Oggi sono i valori che ci uniscono e gli obiettivi comuni che intendiamo realizzare a definire la nostra identità politica.

Per questo, oggi, noi, i democratici, possiamo proporre, assieme, un progetto forte e credibile per rinnovare l’Italia e costruire l’unità dell’Europa.


L’Italia, una nazione d’Europa

Noi democratici pensiamo l’Italia come una grande nazione d’Europa. Una comunità culturale e politica fondata sui valori democratici della Costituzione e sulla capacità di arricchire le proprie radici nell’incontro e nel dialogo con altre culture e altri popoli. Noi democratici vogliamo l’unità dell’Europa. Un’Europa politica, dotata di una sua Costituzione, e non un semplice mercato comune. Un’Europa capace di promuovere il proprio sviluppo e di valorizzare il proprio modello sociale. Un’Europa che favorisca l’autogoverno responsabile delle sue comunità e l’unificazione della sua società civile intorno ai principi della democrazia, del dialogo culturale, della partecipazione e dell’inclusione. Un’Europa capace di parlare con una voce sola sulla scena internazionale e di dare alla imprescindibile solidarietà transatlantica con gli Stati Uniti d’America un carattere paritario.

Un’Europa impegnata, in primo luogo insieme alle altre grandi democrazie, nella costruzione di un ordine mondiale fondato su istituzioni multilaterali. Un’Europa consapevole che ciò è condizione per combattere efficacemente le povertà, salvaguardare gli equilibri ambientali sulla linea già espressa con gli accordi di Kyoto, promuovere la democrazia, i diritti umani e il dialogo tra le culture, rifiutando la logica dello «scontro di civiltà». Un’Europa potenza civile, che sappia, anche con una comune politica di difesa, dare il proprio contributo per garantire e preservare la pace nel mondo e combattere il terrorismo fondamentalista con la forza e gli strumenti della legalità internazionale. È interesse nazionale dell’Italia valorizzare, in Europa, la sua vocazione mediterranea, tanto più a seguito dell’impetuoso sviluppo dell’Asia. Come principale proiezione dell’Europa nel Mediterraneo, l’Italia può svolgere una funzione politica, economica e culturale di primaria importanza, ed affrontare in forme nuove e più efficaci lo storico squilibrio tra il Nord del Paese e ilnostro Mezzogiorno.

Noi vogliamo che l’Europa, in particolare grazie all’Italia, operi per trasformare il Mediterraneo da epicentro dei conflitti mondiali a luogo privilegiato del dialogo e della collaborazione tra popoli, culture, religioni, impegnandosi in primo luogo per garantire la sicurezza di Israele e il diritto dei palestinesi ad uno stato pacifico e democratico, per favorire l’ingresso della Turchia nell’Unione europea, per la stabilizzazione dei Balcani e la loro piena inclusione nella casa comune europea. Noi vogliamo un’Italia più libera, più giusta e più prospera. Per questo intendiamo partecipare allo sviluppo del modello sociale europeo, rilanciandone i due principi ispiratori di fondo: la valorizzazione dell’iniziativa, dei talenti e dei meriti; la promozione di un tessuto sociale solidale, attento al benessere di tutti, in cui nessuno si perda o resti indietro. Vogliamo investire nella produzione e nella diffusione delle conoscenze. Vogliamo un’Italia più capace di fare sistema, di darsi obiettivi condivisi e perseguire un disegno comune. E pensiamo che sia necessario un profondo cambiamento del nostro sistema produttivo, sia incentivando l’innovazione e la crescita delle imprese, sia valorizzando i talenti custoditi nelle pieghe del nostro variegato territorio, nel fitto tessuto delle comunità locali che da sempre alimentano la nascita di nuove imprese e la nostra grande tradizione artigianale.

Dobbiamo coltivare il capitale umano, il senso civico e la coesione sociale, senza i quali i nostri distretti industriali non sarebbero mai decollati e la vocazione turistica di tanta parte del nostro paese verrebbe sprecata. Noi vogliamo un’Italia più unita, più omogenea sul piano economico e sociale. Per questo mettiamo al centro della nostra azione il Mezzogiorno. Dobbiamo assolutamente cogliere, come nazione, l’opportunità di farne il principale raccordo che, attraverso il Mediterraneo, unisca l’Europa e l’Asia. In questo quadro, la predisposizione di adeguate piattaforme logistiche, infrastrutture di comunicazione e reti telematiche, è fondamentale per attrarre stabilmente capitali e iniziative imprenditoriali. A questo fine vogliamo chiamare a raccolta tutte le migliori energie della nazione, per un progetto che richiede ingenti risorse economiche, ma soprattutto un impegno straordinario per riformare profondamente il settore pubblico, per combattere inefficienze, favoritismi, corruzione e mettere in moto le grandi riserve di ingegno di cui il Mezzogiorno è ricco.

Noi democratici vogliamo che l’Italia dia ad ogni persona uguali opportunità di affermarsi grazie alle proprie capacità, alla creatività, al merito. Vogliamo un paese che premi le persone in base al loro lavoro e alla loro capacità di creare opportunità di lavoro per altri, più che in base alle eredità e alle rendite. La competenza, l’operosità, l’ingegno, la fatica, la capacità di creare imprese com- petitive devono essere concretamente riconosciute e apprezzate, in tutti i campi e ad ogni livello. Per questo combattiamo le rendite corporative, la gerontocrazia, il nepotismo, che bloccano l’innovazione, ritardano l’assunzione di responsabilità da parte dei giovani, mortificano e sprecano i migliori talenti del nostro paese. Per questo ci battiamo perché si affermi il principio di responsabilità, in base al quale il primario ospedaliero incapace, il dirigente pubblico inefficiente, l'imprenditore che non è in grado di stare correttamente sul mercato, il lavoratore dipendente inoperoso, devono essere adeguatamente sanzionati e fare un passo indietro, a vantaggio di persone più meritevoli e capaci.

Per questo non smetteremo mai di indignarci di fronte alla pervicace mancanza di fiducia nella capacità di pensiero e di progetto delle donne, avvertibile in tutti i settori della società, dal lavoro alla vita privata. Su questo tema colpisce la distanza culturale che ci separa dagli altri paesi europei. Una società che si dica civile deve mutare a fondo l’atteggiamento culturale verso la donna, attuando una rappresentazione mediatica meno arretrata, stereotipata e discriminatoria, attraverso iniziative di formazione, codici deontologici e leggi. Per questo ci impegniamo a dare valore alle differenze, a realizzare compiutamente le pari opportunità, rendendo effettivo quanto finora è rimasto troppo spesso scritto sulla carta.

Noi democratici siamo convinti che l’Italia abbia bisogno di una cura straordinaria di concorrenza nei mercati e di efficienza nel settore pubblico. Una cura necessaria sia per liberare le energie che servono a rilanciare lo sviluppo, sia per promuovere un maggior riconoscimento del merito, una più forte mobilità sociale, una più avanzata uguaglianza delle opportunità. Più concorrenza, anzitutto.

Le imprese non devono essere assistite, protette o guidate, ciò che le deresponsabilizza e le espone a rapporti opachi con la politica. Hanno bisogno di buoni servizi, di energia a costi ragionevoli, di un carico fiscale non superiore a quello degli altri paesi europei, di reti infrastrutturali moderne, siano esse pubbliche o private. E di sanzioni efficaci in caso di abuso di posizione dominante o di altri comportamenti illeciti.

L’Italia ha anche bisogno di una pubblica amministrazione più efficiente, che produca da un lato migliori servizi per le imprese e renda effettivi i diritti dei cittadini, specie di quelli con minori risorse e capacità di relazione; dall’altro consenta di recuperare le grandi capacità di lavoro esistenti nel settore pubblico, oggi mortificate dalle intrusioni della politica, dal mancato riconoscimento dei meriti, dall’assenza di sanzioni per chi non si impegna.

Ma vogliamo anche che il nostro diventi un Paese più giusto, in cui il benessere sia diffuso. Siamo convinti che senza coesione non c’è sviluppo. Per questo non smetteremo mai di lottare per l’uguaglianza, contro la povertà e l’emarginazione. Per noi ogni persona ha diritto ad una buona formazione, alle cure migliori, ad un reddito adeguato. Per noi il lavoro è il cardine di una vita attiva e autonoma, strumento di realizzazione e di liberazione dal bisogno. Pensiamo ai lavori al plurale, a quello nella produzione e nei servizi, al lavoro di cura e a quello volontario; al lavoro che assorbe, che manca, che si perde e diventa troppo spesso dramma umano e fa miliare. L’impegno per una piena e buona occupazione è un cardine della nostra azione. Riteniamo importante promuovere tutti i lavori, anche nelle forme nuove, flessibili e autonome; ma vogliamo che la flessibilità non sia pagata con la precarietà e con le intollerabili insicurezze di oggi. Vogliamo tagliare le con- venienze al lavoro nero e sommerso, che produce sfruttamento e favorisce la piaga intollerabile delle «morti bianche».

Vogliamo che le tutele non riguardino più solo il posto di lavoro, ma anche la capacità dei lavoratori di stare sul mercato. Non accettiamo che maternità, cura della malattia, studio e riqualificazione siano visti come incidenti deprecabili e non come benefici per la società intera.

Per questo assegniamo un ruolo centrale alla formazione di qualità lungo l’intero arco della vita e intendiamo legare i redditi di disoccupazione allo svolgimento di attività formative e alla disponibilità al lavoro. Alla questione salariale che è aperta nel nostro paese, vogliamo ricercare risposte che premino il merito e la fatica. Vogliamo democrazia nei luoghi di lavoro, corrette relazioni sindacali, partecipazione attiva delle lavoratrici e dei lavoratori.

Noi democratici vogliamo rifondare il nostro stato sociale, che tende a offrire tutele solamente a chi ha o ha avuto un lavoro stabile lasciando gli altri indifesi, in primo luogo i giovani e le donne.

Vogliamo ridisegnarlo in funzione del lavoro, delle giovani generazioni e della mobilità sociale. Vogliamo uno stato sociale universalistico, quanto alla platea dei destinatari; selettivo, in base ai bisogni, nelle prestazioni; equo, in base ai redditi familiari, nella contribuzione. Proponiamo un modello attivo di stato sociale che non si limiti a proteggere dai rischi ma stimoli la crescita delle opportunità personali e sociali attraverso servizi di qualità e integrati sul territorio. In particolare, dobbiamo colmare storiche carenze nei servizi per l’infanzia, i disabili e gli anziani non autosufficienti.

Sappiamo che la prosperità dell’Europa, e dell’Italia in particolare, dipenderanno dalla nostra capacità di sviluppare conoscenze evolute ed idee creative, di puntare sull’innovazione e la qualità dei nostri prodotti, valorizzando al meglio la straordinaria sedimentazione di competenze, gusto, cultura che proviene dall’ambiente in cui viviamo e dalla nostra storia. Secondo noi si deve quindi investire di più nell’istruzione, nella ricerca e nell’arte, sapendo che la cultura è elemento costitutivo della civiltà europea e non uno mero strumento per la produzione.

Vogliamo assicurare un futuro alla cultura italiana favorendo la piena internazionalizzazione della nostra comunità scientifica, spesso segnata da eccessivo provincialismo. Vogliamo rafforzare e sviluppare un forte sistema pubblico di Università e centri di ricerca di eccellenza, affermando il principio dell’autonomia, della competizione tra le strutture sulla base di una valutazione rigorosa dei risultati, del rinnovamento generazionale su basi meritocratiche del corpo docente.
Crediamo in una scuola inclusiva, sempre più integrata in un sistema europeo della formazione, che garantisca effettivamente le pari opportunità, che valorizzi le differenze e che contribuisca a costruire un’etica pubblica condivisa intorno ai principi della Costituzione.

È nella scuola che si innestano le radici della cultura democratica e civile indispensabile ad una convivenza sempre più multiculturale. Anche con la scuola si previene il teppismo, la violenza e il razzismo. Per questo vogliamo restituire prestigio agli insegnanti. Vogliamo sostenere un sistema scolastico pubblico integrato (statale e non statale) che garantisca una elevata soglia di qualità ai percorsi formativi ed escluda i diplomifici.
Nel campo dell’istruzione superiore vogliamo dare un sostegno effettivo ai «capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi», di cui parla la Costituzione, perché possano studiare in centri di eccellenza di livello internazionale ed acquisire quella cultura cosmopolita che serve alla classe dirigente di un grande paese come l’Italia.

Vogliamo rilanciare l’industria culturale e della comunicazione italiana, essendo consapevoli che i media oggi costituiscono un settore strategico sia come veicolo di informazione e cultura sia come opportunità di lavoro altamente qualificato.

Questo settore nel nostro Paese è oggi più di altri ingessato a causa di una limitata concorrenza, ed in particolare a causa del carattere oligopolistico del mercato pubblicitario e televisivo che va a nostro avviso superato.

Non possiamo limitarci ad acquistare contenuti se non vogliamo condannarci da un lato alla subalternità culturale e dall’altro a stare fuori da una delle più importanti industrie globali. Il cinema italiano è stato tra i protagonisti della cultura del Novecento. È noto che il «racconto» è il cuore dell’identità culturale di un Paese e noi vogliamo che sopravviva e si diffonda. È importante, oltre che economicamente strategico, restituirgli il suo ruolo nella cultura internazionale. A questo fine, non pensiamo a pratiche protezionistiche quanto ad incentivi per le coproduzioni europee che siano in grado di stare sul mercato mondiale. Vogliamo che la musica, il teatro e le altre forme di espressione artistica siano parte integrante della formazione culturale e abbiano quindi l’attenzione e il sostegno necessari. Vogliamo reagire allo scadimento della proposta televisiva puntando sulla qualità dei contenuti e l’obiettività dell’informazione, a cominciare dal servizio radiotelevisivo pubblico.

Vogliamo un giornalismo della carta stampata libero da condizionamenti e interessi di impresa estranei all’attività editoriale. Vogliamo promuovere la libera circolazione dei prodotti dell’ingegno, anche attraverso le nuove forme di scambio rese possibili dalle tecnologie informatiche, se prive di fini di lucro, che consideriamo un fondamentale fattore di libertà, di eguaglianza e di diffusione della conoscenza.

Nel progettare l’Italia di domani, non possiamo peraltro dimenticare che essa viene ogni giorno resa migliore dallo spirito di sacrificio di milioni di immigrati. Noi crediamo che siano necessari un sistema di programmazione degli ingressi realistico, ed una politica repressiva efficace per contrastare l’immigrazione illegale, per reprimere i trafficanti e gli sfruttatori, per punire chi si arricchisce con il lavoro nero. Ma vogliamo anche una politica dell’accoglienza che garantisca i diritti dei lavoratori stranieri e che, facendo questo, tuteli nei fatti anche i lavoratori italiani. Vogliamo norme e procedure chiare che consentano agli immigrati onesti di dormire tranquilli, di essere rispettati e fare progetti per la loro vita.

Diciamo chiaramente che lo straniero che condivide i valori della nostra Costituzione, che è inserito nel nostro paese e contribuisce alla nostra vita sociale deve avere la possibilità, se lo desidera, di diventare italiano. Diciamo chiaramente che le centinaia di migliaia di bambini stranieri nati in Italia, che frequentano le stesse scuole, parlano la stessa lingua e nutrono gli stessi sogni dei nostri figli sono italiani a tutti gli effetti e come tali devono essere riconosciuti di diritto.
Diciamo chiaramente che i talenti di questi bambini non devono andare sprecati, a loro spettano le stesse opportunità di qualsiasi altro bambino italiano.

L’Italia deve irrobustire la cultura e la pratica della legalità. Per questo vogliamo una magistratura responsabile e indipendente, secondo i principi della Costituzione, e una giustizia efficiente, capace di assicurare l’attuazione del diritto in tempi ragionevoli. L’Italia deve liberarsi dalla mafia e dalle forme deviate di esercizio del potere politico e burocratico, che hanno costituito in alcune aree del Paese vere e proprie «strutture di dipendenza», e tengono soggiogata la società civile, distorcendo i rapporti tra cittadini e istituzioni. Vogliamo uno Stato impegnato a difendere i cittadini da tutte le forme di criminalità, anche quelle che sembrano meno gravi, ma colpiscono duramente la libertà e la sicurezza di tante persone, soprattutto le più deboli. Per questo siamo profondamente grati a chi opera nelle forze dell’ordine con professionalità, senso delle istituzioni e spirito di sacrificio.

Contro la prepotenza degli interessi particolari, più forte quando le istituzioni sono deboli, vogliamo preservare l’autorevolezza dei poteri pubblici e la loro effettiva capacità di esprimere una efficace funzione redistributiva e regolatrice. D’altro canto non riteniamo che l’intervento pubblico debba essere necessaria- mente affidato ad istituzioni statali e siamo convinti dell’importanza della sussidiarietà. Pensiamo che in molti settori, dalla formazione professionale all’istruzione, dalle politiche sociali alla promozione dello sviluppo economico, alla tutela del nostro patrimonio storico-culturale e ambientale, l’intervento pubblico, debba valorizzare la voce e il ruolo delle comunità locali, delle imprese, delle associazioni economiche, del volontariato e delle famiglie.

Per rafforzare la democrazia abbiamo bisogno di istituzioni adeguate, ma anche di classi dirigenti responsabili, così come di una concezione matura della cittadinanza, alimentata dalla consapevolezza da parte di ciascuno dei propri diritti e dei propri doveri, da un rinnovato senso dello stato, da una chiara, diffusa responsabilità per il bene comune, da una più solida etica pubblica, da un sincero patriottismo costituzionale.
Noi democratici riconosciamo il fondamentale valore della Costituzione come patrimonio comune di tutto il Paese, che il referendum del giugno 2006 ha contribuito a radicare nella coscienza degli italiani. Per rendere le nostre istituzioni democratiche più solide secondo noi è necessario completare la riforma federale dello Stato, attuandone gli aspetti più innovativi, tra cui il federalismo fiscale, e correggendo le disposizioni che si sono rivelate portatrici di conflitti e di incertezze.

Abbiamo bisogno di governi stabili e autorevoli, così come abbiamo bisogno di un Parlamento formato da un numero di componenti più ridotto e più efficiente nelle modalità di lavoro, più rappresentativo non solo dei territori ma anche dei generi. Noi pensiamo ad una Camera titolare dell’indirizzo politico e della funzione legislativa. E ad un Senato che costituisca la sede di rapporti collaborativi tra lo Stato e gli altri soggetti istituzionali che compongono la Repubblica, che concorra paritariamente all’approvazione delle modifiche alla Costi- tuzione e che abbia il potere di richiamo delle leggi approvate dalla Camera, con la funzione di suggerire correzioni e miglioramenti.

Vogliamo una legge elettorale per il Parlamento nazionale che stabilisca un chiaro rapporto fra l’eletto, il territorio e gli elettori, contrasti la frammentazione partitica e favorisca l’evoluzione del sistema politico italiano verso una compiuta democrazia dell’alternanza. E pensiamo che alle stesse finalità si debbano ispirare tutte le norme che incidono sulla rappresentanza, come i regolamenti parlamentari o la legislazione sul finanziamento della politica.

Al centro del nostro impegno politico non c’è una astratta ideologia ma ci sono le persone, le loro necessità materiali, intellettuali e spirituali, la loro naturale aspirazione al benessere e alla libertà, i loro diritti. Non ci piacciono invece la cultura, la mentalità e le politiche che puntano solo al vantaggio egoistico e all’arricchimento individuale. I progetti dei singoli, nella società che vogliamo, sono progetti di persone aperte agli altri, che affermano diritti ma anche ricono- scono doveri. La società che vogliamo riconosce il valore e coltiva l’etica del lavoro, attraverso cui le persone mettono alla prova la loro responsabilità e i loro talenti.

È una società intessuta da un denso reticolo di associazioni no profit e di volontariato. La società che vogliamo riconosce il valore e favorisce la formazione della famiglia, dentro cui le persone mettono alla prova la solidarietà e il reciproco rispetto tra i generi e le generazioni. Abbiamo d’altro canto ben chiari i limiti della politica, non crediamo nella onnipotenza dello Stato, difendiamo la sua laicità, abbiamo a cuore la difesa dei diritti civili e lottiamo contro tutte le discriminazioni. Secondo noi la politica e la legge devono intervenire con cautela sui temi che hanno a che fare con la scienza e la tecnica in riferimento alla vita umana, al suo inizio, alla sua fine e alla sua riproduzione.
Si tratta di questioni che vanno acquisendo una rilevanza centrale nel dibattito pubblico, perché sollevano inediti e radicali interrogativi di natura etica, che sfidano l’intelligenza e la coscienza. Noi riteniamo che solo il dialogo tra diverse visioni religiose, etiche e culturali può portare a soluzioni normative ragionevoli e condivise, rispettose del criterio irrinunciabile della di- gnità della persona umana e capaci di far incontrare il valore della libertà di ri- cerca e di scelta col principio per cui non tutto ciò che è tecnicamente possibile è moralmente lecito.

Noi concepiamo la laicità non come un'ideologia antireligiosa e neppure come il luogo di una presunta e illusoria neutralità, ma come rispetto e valorizzazione del pluralismo degli orientamenti culturali e dei convincimenti morali, come ri conoscimento della piena cittadinanza – dunque della rilevanza nella sfera pubblica, non solo privata – delle religioni. Le energie morali che scaturiscono dall’esperienza religiosa, quando riconoscono il valore del pluralismo, secondo noi rappresentano infatti un elemento vitale della democrazia.

E la laicità dello Stato, così come sancita dalla Costituzione, è garanzia che ogni persona sia rispettata nelle sue convinzioni più profonde e al tempo stesso si possa piena- mente integrare nella comunità nazionale.
In questo quadro, riteniamo che i rapporti fra lo Stato e la Chiesa cattolica siano stati validamente definiti dalla Costituzione e che ogni sviluppo di quei rapporti debba muoversi nel solco fis- sato dalla stessa Carta costituzionale.

L’Ulivo, il nostro partitoPer dare corpo a questo progetto serve un partito nuovo, un grande Partito democratico, che rinnovi la politica italiana, il suo costume, i suoi comportamenti. Un partito che aiuti la società italiana a trovare una sintesi, ad andare oltre i localismi e le chiusure corporative che impoveriscono il nostro presente e mettono a repentaglio il nostro futuro.

Serve un grande partito democratico che dia all’Italia governi stabili e un forte impulso riformatore. Per oltre un decennio questo progetto è stato coltivato all’ombra di un sentimento che ci accomuna e di un simbolo che ci rappresenta: l’Ulivo, il simbolo del nostro radicamento nella società italiana e della solidità dei nostri valori, dell’orgoglio di un’Italia operosa, del suo buon vivere, di un’Italia nazione d’Europa nel cuore del Mediterraneo, della nostra aspirazione alla fratellanza e alla pace.
Sottoscrivendo questo manifesto ci impegniamo a lavorare con piena convinzione, determinazione e lealtà per fare, a tutti gli effetti, entro la fine del 2008, dell’Ulivo il Partito dei democratici, il nostro partito.

Sottoscrivendo questo manifesto, ce ne sentiamo e ne siamo già parte. Sottoscrivere questo manifesto e versare una quota minima, saranno condizioni per partecipare, sulla base del principio «una testa un voto», alla formazione degli organi costituenti, secondo le regole definite in modo consensuale dal coordinamento dell’Ulivo. Ci impegniamo a lavorare con passione per costruire un partito di popolo, radicato e diffuso sul territorio, capace di rendere partecipati e condivisi i processi di riforma. Un partito che riconosca e rispetti il pluralismo delle organizzazioni sociali, che riconosca e rispetti la distinzione tra la sfera dell’intrapresa economica privata e la sfera dell’azione politica. Un partito che riconosca e rispetti il pluralismo delle posizioni che maturano al suo interno ma che rimanga sempre capace di identificare una linea programmatica comune e di portarla avanti in maniera coesa e coerente nelle istituzioni. Ci impegniamo a costruire un partito che, sin dalla sua fase fondativa, sia aperto alla partecipazione di una larga platea di cittadini, ed affidi al loro voto, diretto e segreto, la scelta della leadership.

Un partito capace di parlare al paese con una voce autorevole, che proponga il suo leader alla guida del Governo della nazione, un partito che affidi al metodo delle primarie la scelta delle candidature alle massime cariche di governo nelle Regioni e negli Enti locali.
Ci impegniamo a costruire un partito a rete, che preveda molteplici opportunità di adesione e di impegno, che assuma le differenze di genere, di ispirazione culturale, di interesse sociale e professionale. Un partito organizzato su base federale, che preveda una ampia autonomia regionale e territoriale. Per noi, i democratici, la politica è prima di tutto servizio, è una nobile forma di amore per il prossimo e per il nostro paese. Per questo vogliamo riscattarne il valore, difendendolo dalle degenerazioni affaristiche, dalle manipolazioni delle procedure democratiche, dalle oligarchie inamovibili, restituendo fiducia alle tante persone che sono disposte a impegnarsi per passione civile, in forma volontaria e a proprie spese.

Sappiamo che la politica, soprattutto quando implica l’assunzione di responsabilità istituzionali, richiede straordinarie doti di dedizione, talento e competenza. Attitudini che in larga misura maturano nella società e che, dentro un grande partito democratico, devono essere coltivate attraverso l’esperienza, la formazione e la ricerca. Al tempo stesso sappiamo che la politica può essere o apparire, per chi la pratica, fonte di privilegi personali inaccettabili, e può conferire posizioni di potere che si auto-perpetuano.

Noi crediamo quindi che, quando l’attività politica si svolge nelle istituzioni, deve poter godere del massimo rispetto ma deve anche essere sottoposta a stringenti forme di rendiconto, oltre che ad un periodico ricambio. Per questo nel nostro partito la partecipazione alla vita interna, l’assunzione delle candidature e degli incarichi, così come le nomine di competenza politica in enti ed istituzioni pubbliche, saranno regolate da un rigoroso codice deontologico e da norme statutarie che, ad ogni livello organizzativo e in ogni ambito istituzionale, stabiliscano un limite al rinnovo dei mandati. Il Partito democratico fa propria la norma antidiscriminatoria sulla rappresentanza minima del 40% per ciascuno dei due generi.
Siamo ben consapevoli che dando vita al Partito democratico realizziamo un cambiamento di portata storica.

Con la trasformazione dell’Ulivo in un partito superiamo definitivamente la prima lunga stagione della vita repubblicana e creiamo un soggetto destinato a segnare il profilo della politica italiana ed europea nel secolo che è appena iniziato. Abbattiamo definitivamente i muri ideologici del novecento e cominciamo a costruire ponti, tra culture politiche e setto ri della società italiana, tra i generi e le generazioni. Apriamo strade nuove per il futuro del nostro Paese.