lunedì 1 ottobre 2007

Il PD farà scudo alla Costituzione

Il Partito democratico che nasce avrà nella Costituzione repubblicana, nei suoi principi fondamentali, nella tavola dei diritti e dei doveri dei cittadini e nei lineamenti architettonici dell’ordinamento della Repubblica, la costellazione che orienterà il suo cammino. Chiunque sia il segretario chiamato a guidarlo. Non possono esserci e non ci sono dubbi al riguardo.
La fedeltà del Partito democratico alla Costituzione del 1948 non solo non contraddice, ma dovrà ispirare il suo impegno per l’adeguamento della seconda parte della Carta, attraverso un definito e limitato, ma coraggioso, programma di riforme costituzionali, da realizzare in Parlamento attraverso la più ampia convergenza politica possibile. Essere fedeli ai valori costituzionali e in particolare a quell’attualissimo, programmatico secondo comma dell’articolo 3, che definisce “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, significa infatti nutrire un’idea alta e forte della politica, che è chiamata non a prendere atto della realtà sociale così com’è, con le sue ingiustizie e i suoi squilibri, ma ad operare per creare effettive condizioni di pari opportunità per tutti i cittadini.
Perché ciò sia possibile
, come ho avuto modo di dire più volte in queste settimane di confronto in vista della Costituente del Partito democratico, è necessario conferire al nostro sistema politico capacità di decisione: superando l’attuale bicameralismo perfetto, riducendo il numero dei parlamentari, riformando la legge elettorale, prevedendo tempi certi per l’approvazione o la bocciatura delle proposte di legge, rivedendo tutte le norme dei regolamenti parlamentari che incoraggiano la frammentazione dei partiti e dei gruppi, rafforzando i poteri del presidente del Consiglio sul modello europeo del governo del primo ministro e, contestualmente, il sistema di garanzie contro qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, anche prevedendo quorum qualificati per la modifica della prima parte della Costituzione. La nostra è una crisi democratica profonda, per molti versi senza precedenti. L’Italia ha bisogno, per uscirne, di una democrazia che decida.
Fa poi parte delle garanzie a presidio di una società che vogliamo aperta e libera, la netta distinzione tra la sfera politica e quella economica e sociale. Una distinzione che va tutelata attraverso una normativa contro il conflitto di interessi, che va sollecitamente approvata in Parlamento, ma anche attraverso un rigoroso codice etico che il Partito democratico dovrà darsi, prevedendolo esplicitamente nel suo Statuto, insieme ad un’autorità interna che vigili sulla sua applicazione. Difendere la Costituzione repubblicana significa anche rimuovere le cause di discredito della politica: quelle che hanno a che fare col suo scarso rendimento, ma anche quelle che derivano dall’eccesso di costi e dalla selva di privilegi e rendite di posizione, anacronistici e intollerabili per un Paese civile. E come dice il documento, occorrerà fissare i paletti che presidiano la sfera della politica e separano la funzione della regolazione e dell’indirizzo, che le appartiene, da quella della gestione, che deve essere esclusivamente dell’autonoma responsabilità della competenza.

Walter Veltroni
(da la Repubblica, 1 ottobre 2007)

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