mercoledì 19 settembre 2007

Sotto il riformismo, ambizioni vere, promesse da mantenere

Su MicroMega lungo confronto tra Paolo Flores D'Arcais e Walter Veltroni.
Pubblichiamo l'intervista a Walter Veltroni che apre il numero di settembre di MicroMega.

Berlusconi/Brambilla hanno fondato un nuovo partito per drenare una parte del non-voto, una quota dell’anti-politica di segno qualunquista.
Me esiste, probabilmente ancora più estesa, un’area democratica dell’anti-politica: cittadini impegnati nei movimenti degli scorsi anni, o con essi comunque simpatizzanti. Il centro-sinistra non fa nulla per cercare di “rappresentarli”. Anzi, sembra fare di tutto per respingerli, per convincerli che “i politici sono tutti eguali”, per farli restare a casa alle prossime elezioni. Eppure, da anni le elezioni le vince chi “perde meno” tra i suoi potenziali sostenitori dentro le fila del più grande partito italiano di massa, quello dei “nauseati” della partitocrazia.Perché il centro-sinistra diventa invece sempre più autoreferenziale, sempre più somma di apparati? Indigenza culturale dei suoi dirigenti? Interessi di nomenklatura (di “casta”!) ormai stratificati? Meccanismi di selezione che premiano servilismo e mediocrità?

Il Partito democratico nasce con la precisa intenzione di riconquistare alla politica, alla partecipazione, all’impegno, milioni di italiani che se ne sono allontanati e in particolare tanti giovani che dalla politica si sono finora tenuti lontani. Non mi nascondo le difficoltà di una simile impresa, ma so che è tutt’altro che impossibile: il nostro paese è ricco di risorse umane straordinarie e aspetta una politica capace di rimetterle in gioco.
Ecco, io penso che il Pd possa diventare lo strumento per quella che a me piace chiamare una nuova stagione democratica dell’Italia. A due precise condizioni. La prima: la politica deve tornare ad essere percepita non come guerra di posizione tra opposte fazioni, ma come strumento di cambiamento della realtà in cui viviamo, la realtà con la quale le persone si confrontano tutti i giorni.
Per questo ho parlato di ribaltamento dell’attuale gerarchia tra programma di governo e coalizione elettorale. Il bipolarismo italiano fino ad oggi si è retto su due coalizioni “contro”, che hanno messo insieme tutte le forze che era possibile reclutare in nome di un solo obiettivo: battere l’avversario. Il programma doveva essere il più ampio e generico possibile per farci stare dentro tutti. Poi, una volta al governo, ci si accorgeva che con quel programma e con quella coalizione non si era in grado di affrontare i nodi di fondo che stanno strangolando il nostro paese: la crescita più bassa d’Europa e il debito pubblico più alto; il tasso di occupazione più lontano dai parametri di Lisbona sia tra le donne, che tra i giovani, che tra gli anziani e la più vasta economia informale, col più ampio ricorso al lavoro nero del continente; la spesa previdenziale più alta e le pensioni più basse; una pressione fiscale tra le più forti e il più elevato tasso di evasione. E poi il deficit di infrastrutture e quello nella ricerca e nella formazione superiore. O la più alta spesa per le forze dell’ordine e un diffuso senso di insicurezza. E potremmo continuare a lungo nell’inventario delle contraddizioni che fanno della nostra, come ha scritto di recente Anthony Giddens, “la società bloccata per eccellenza nel vecchio continente”.
Il Partito democratico nasce come strumento per affrontare con coraggio e realismo questa difficile situazione, dicendo una cosa semplice e chiara: il programma di governo è il fine, la coalizione è il mezzo. Consentimi di dire che questa elementare verità rappresenta una svolta non solo politica, ma anche culturale e morale. Significa affermare una visione “antimachiavellica” della politica: suo fine ultimo non può essere la conquista e la conservazione di un potere fine a se stesso, mettendo in campo tutta la forza necessaria a vincere, incuranti della sua utilità per il governo, ma la ricerca del consenso in nome di un progetto e di un programma di cambiamento. Questo, per me, è il riformismo.


Il nuovo Partito democratico doveva nascere attraverso primarie costituenti. Capaci di coinvolgere almeno i quasi quattro milioni di cittadini che due anni fa avevano votato alle primarie per Prodi, e renderli così i fondatori della nuova formazione.
Tale impegnativa promessa, l’unica in grado di appassionare, o più modestamente e verosimilmente interessare nuove energie, esigeva il massimo di apertura a candidature alternative, e regole di confronto il più possibile “fair” (molto oltre le attuali norme di “par condicio”).
Ora, tutti i candidati rimasti (esclusivamente Ds e Margherita) si accusano reciprocamente di tentazioni verticistiche e di scarse aperture alla società civile. Ma perché si è fatto di tutto per cancellare qualsiasi candidatura anche solo vagamente “scomoda”, con norme capestro prima, e con interpretazioni delle stesse francamente capziose e smaccatamente oligarchiche, poi?
E perchè non si è preteso che la maggior parte della campagna dei candidati alla segreteria si svolgesse attraverso confronti diretti, unica forma per ridurre disparità di risorse comunicative, tentazioni retoriche, vaghezze programmatiche?


Lasciami fare una premessa, perché mi sembra che troppe volte siamo specialisti nel farci del male, nel non riconoscere e apprezzare esperienze e novità che noi stessi promuoviamo: ma quale partito, nella nostra storia e anche guardando altrove, è mai nato così? Quale partito, invece di nascere come spesso è accaduto da una scissione, da una separazione o comunque da una decisione di pochi, è mai nato in questo modo, da una fusione, da elezioni primarie, da una costituente eletta dai cittadini? E’ un grande processo democratico, quello in atto, e dovremmo considerare questa una cosa preziosa, da difendere e valorizzare. Stabilito questo, stavo dicendo prima che vedo due precise condizioni perché il Partito democratico possa diventare lo strumento del risveglio democratico dell’Italia. La prima è il primato del programma di governo, di un programma riformista. La seconda è quello che ho chiamato un “big-bang” democratico. Anche questa è una svolta culturale e morale, prima ancora che politica. Per tanto tempo si è sostenuto che decisione di governo e partecipazione democratica fossero tra loro in un rapporto inversamente proporzionale: per far crescere la prima bisogna ridurre la seconda, o viceversa. In realtà, l’esperienza dei paesi europei di successo, penso alle democrazie nordiche, ma da ultimo anche alla Spagna, ci dice che le riforme si fanno solo con la democrazia e non contro di essa, o se preferisci con più e non con meno democrazia. Il Partito democratico nasce per ricomporre, anche in Italia, questa frattura tra partecipazione e decisione. Dobbiamo riuscire a mettere la forza della democrazia al servizio delle riforme che servono al paese. E viceversa: fare dell’obiettivo delle riforme la ragione motivante di una nuova stagione di impegno democratico.
Per questo, con Romano Prodi, nei congressi dei Ds e della Margherita si è deciso di far nascere il partito nuovo, come tu dici giustamente, attraverso primarie costituenti, capaci di coinvolgere, mi auguro, milioni di cittadini italiani. E di segnare un elemento di discontinuità nella concezione stessa del partito: non più proprietà privata del circuito, più o meno esteso, dei suoi fondatori e dei suoi iscritti, ma una grande istituzione civile, uno strumento di partecipazione a disposizione di chiunque si riconosca nei suoi valori di fondo e voglia abitarlo, utilizzarlo per contribuire ad affrontare i problemi del paese.
Tu dici che le regole approvate dal Comitato dei 45 negano questa premessa. A me pare un pessimismo eccessivo. Naturalmente, ogni regola è un compromesso tra diverse esigenze. In questo caso, tra l’esigenza “costituente” di favorire il massimo di apertura e partecipazione dal basso e quella “congressuale” di promuovere un confronto tra opzioni politiche e programmatiche chiare. Come sai, nel Comitato dei 45, io non ero favorevole alla sovrapposizione dei due momenti. Pensavo fosse più giusto concentrarsi sulla fase costituente e rinviare ad un secondo momento la scelta del leader. Si è deciso di accorciare le tappe sotto la pressione, anche psicologica, della sconfitta alle amministrative, che ha segnato un momento di crisi del rapporto tra il centrosinistra e il paese. In ogni caso, abbiamo diversi candidati alla segreteria nazionale e avremo moltissimi candidati nelle liste per l’assemblea. Io mi sono impegnato, e ho chiesto agli altri candidati segretari di fare altrettanto, ad apparentarmi solo con liste fortemente innovative: per la mescolanza di provenienze politico-culturali, per la presenza di giovani, per la capacità di rappresentanza delle molte energie di cui dispone la società italiana: dal mondo produttivo a quello del volontariato, dal mondo della cultura a quello delle professioni.
Quanto alla gestione della campagna elettorale, ho espresso la mia disponibilità a partecipare a incontri diretti tra tutti i candidati. Confronti che non ci furono alle primarie di due anni fa, che pure vengono giustamente ricordate come uno straordinario evento democratico. E’ la prova di quanti passi avanti stiamo facendo e di come stia crescendo attorno a noi la voglia di democrazia.


Cosa impedisce al centro-sinistra di varare una riforma elettorale e costituzionale che al tempo stesso renda più efficiente il funzionamento delle istituzioni, abbatta radicalmente i costi della politica e ne riduca gli offensivi privilegi, dimostrando ai cittadini che “fare politica” non coincide con i rituali di iniziazione ad una “casta” che si riproduce per cooptazione?
Cosa impedisce che si proponga una sola camera legislativa, con non più di cento deputati, e una seconda camera di “garanzia”, federale, composta dai sindaci delle maggiori città (e di quelle più piccole, a rotazione)? Cosa impedisce che non siano consentiti più di due mandati (norma prevista dai Ds, “salvo eccezioni”)? Cosa impedisce un tetto per il numero di ministri e sottosegretari, e l’incompatibilità tra carica parlamentare e carica ministeriale (con le possibili eccezioni di Interni ed Esteri)? Cosa impedisce l’abrogazione delle Province, all’ordine del giorno quando furono create le Regioni, e quella di tante altre assemblee elettive (di quartiere, ecc.) che servono solo ai partiti per sistemare “funzionari”? Cosa impedisce che, almeno, la partecipazione a tale assemblee sia rigorosamente gratuita (senza “gettoni” e altri rimborsi, dunque)? Tutte proposte avanzate da MicroMega ventuno anni fa!

Come sai, uno dei primissimi contributi programmatici che ho offerto al dibattito in vista della costituente è stata la proposta di dieci concrete riforme delle nostre istituzioni e della nostra democrazia.
La prima è il superamento dell’attuale bicameralismo perfetto, specializzando i due rami del Parlamento: una Camera politica e un Senato delle autonomie. La seconda proposta è la drastica riduzione del numero dei parlamentari, in linea con le altre grandi democrazie europee. La terza è la riforma della legge elettorale, nella direzione di un bipolarismo basato su grandi forze politiche, e ripristinando un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti attraverso elezioni primarie per la selezione dei candidati.
Quarta e quinta proposta, il simultaneo rafforzamento del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo ministro, e del sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria.
Sesta proposta, il voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell’esperienza inglese.
La settima è la riforma dei regolamenti parlamentari e delle leggi di finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito, che oggi incentivano e invece dovrebbero scoraggiare la frammentazione.
L’ottava proposta è il completamento della riforma federale dello Stato, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali.
Nona proposta: prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne. Decima: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative e regionali.
Ho detto che si tratta ovviamente di proposte aperte al confronto, nel Pd e con l’opposizione. Ma sarebbe un risultato straordinario per il paese, se si impiegasse questa legislatura per approvarle insieme, in modo da poter andare alle prossime elezioni con un sistema politico finalmente adeguato agli standard democratici europei.


L’argomento principe di chi vuole assolvere gli evasori fiscali è che i soldi della tasse vengono sprecati per mantenere un esercito parassitario di clientele senza arte né parte. Argomento alquanto fondato, empiricamente parlando. Perché non lo si recide in radice, eliminando tale mostruoso spreco? Sarebbero i classici due piccioni… (democratico-efficientisti, oltretutto).
Ad esempio: stabilendo un rapporto massimo fisso (molto inferiore all’attuale) tra numero dei cittadini e numero dei dipendenti, dei funzionari e soprattutto dei dirigenti delle amministrazioni locali. Rinnovando completamente il regime dei concorsi (in modo da renderlo esclusivamente meritocratico). Ponendo fine alla piaga delle “consulenze” più o meno fittizie. Eccetera (affidando magari l’individuazione di questo “eccetera” ai molti ed emarginati Bassanini, invece di regalarli all’arruolamento di Sarkozy).

Mi pare che la tua proposta colga il punto centrale della questione fiscale: il rapporto tra il livello della pressione tributaria e contributiva e la qualità dei servizi pubblici. Non esiste infatti un livello ottimale di pressione fiscale. Ci sono paesi, a cominciare da quelli del Nord Europa, che hanno un livello di pressione molto alto, che tuttavia sostiene un sistema di infrastrutture, materiali e immateriali, e di servizi sociali, che rappresenta esso stesso un fattore di competitività economica, oltre che di qualità della vita. Così come ci sono paesi europei a bassa pressione fiscale assai meno competitivi e dove si vive decisamente peggio. Il problema italiano è che la pressione fiscale, che sconta un’ampia area di evasione, è concentrata sui contribuenti leali – e per questi arriva a livelli svedesi – mentre il corrispettivo in termini di infrastrutture e servizi è assai lontano dagli standard dei paesi scandinavi. E’ questo divario che sta diventando intollerabile. Se io sono un contribuente onesto della Lombardia o del Veneto, e penso al livello delle imposte che pago, mentre sono in fila perché aspetto da anni la Pedemontana o il passante di Mestre, è evidente che mi viene il nervoso.
Penso allora che il Pd possa e debba prendere due impegni: il primo è a riqualificare la spesa, rendendola produttiva, in termini di infrastrutture e servizi. Attenzione: riqualificare non è un altro modo, un modo furbo, di dire aumentare. Voglio essere assolutamente preciso su questo: per ogni euro di spesa in più nei settori o nelle politiche di innovazione, deve esserci una corrispettiva riduzione in settori o politiche improduttive, come quelli che tu denunci. Il governo, col ministro Padoa-Schioppa, si sta muovendo in questa direzione e ha tutto il mio appoggio. Dobbiamo stabilizzare il livello assoluto della spesa e dunque ridurne progressivamente l’incidenza sul Pil. Al contrario di quel che ha fatto il governo Berlusconi, che in cinque anni ha aumentato l’incidenza della spesa sul pil di 2 punti e mezzo.


La guerra all’evasione fiscale (dunque agli evasori) non viene ancora dichiarata. Eppure c’è una maggioranza del paese che paga le tasse fino all’ultimo centesimo, e sentirebbe questa guerra coma una guerra sacrosanta, come la propria guerra. Soprattutto se un governo dichiarasse che una quota superiore al 50% dell’evasione recuperata andrebbe immediatamente a diminuire il carico fiscale dei cittadini onesti.
In compenso, ogni volta che un dirigente del centro-sinistra parla di tasse, si perdono centinaia di migliaia di voti. Una politica di ineguagliato masochismo, dove si perde su entrambi i lati: presso i cittadini onesti e presso gli evasori.
Cosa impedisce una politica fiscale equa e rigorosa? Una assoluta semplificazione delle dichiarazioni, che le metta alla portata di ciascun cittadino, e che liberi dall’incubo degli errori formali. Ma poi una repressione impietosa dell’evasione volontaria, tanto più dura quanto più ricco l’evasore e la sua evasione (negli Usa, paese capitalistico per eccellenza, per frode fiscale i ricchi e potenti finiscono in galera accanto agli assassini e ai pedofili, e nessuno grida al giustizialismo).

Anche qui mi tocca fare una premessa: è ingeneroso dire che la guerra all’evasione fiscale non è stata dichiarata. I dati delle entrate dicono che l’area dell’evasione resta ancora molto grande, ma si è cominciata a ridurre, e di questo va dato merito al governo Prodi e in particolare a Vincenzo Visco, che da questo punto di vista sta portando avanti un lavoro enorme. Come ho detto nel discorso di presentazione della mia candidatura, al Lingotto di Torino, l'evasione è il cancro che corrode il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato, proprio in quanto determina una concentrazione del peso della spesa pubblica sulle spalle dei contribuenti onesti. Non solo: c’è il rischio che le misure di lotta all'evasione aggiungano nuovi compiti burocratici e nuovi costi a carico dei contribuenti che già pagano. E che altre innovazioni legislative innalzino le aliquote o allarghino le basi imponibili, mentre quelli che evadono tutto o quasi restano al riparo dalle une e dalle altre.
Per questo io penso che il Pd si debba impegnare a restituire ai contribuenti onesti, sotto forma di riduzione delle aliquote, ogni euro recuperato dalla lotta all’evasione fiscale, che non va in ogni caso utilizzata per aumentare il livello della spesa. A Torino ho detto anche di più: ho proposto al Pd di lavorare ad un profondo ripensamento del rapporto tra fisco e cittadino, che provochi una spirale virtuosa: man mano che lo Stato abbassa le aliquote e semplifica gli adempimenti, come tu chiedi giustamente, i contribuenti accrescono il livello di fedeltà delle loro dichiarazioni, e la loro recuperata fiducia nello Stato crea quel clima di condanna sociale dell'evasione che oggi manca.



La separazione rigorosa tra politica e religione, la neutralizzazione di ogni fede nella sfera pubblica della cittadinanza, costituisce la conquista fragilissima e irrinunciabile della modernità, premessa della democrazia liberale. La sua insegna è: “Etsi Deus non daretur”. La sfera pubblica, lo spazio comune, si salva dal rischio della guerra civile di religione solo se vive “come se Dio non ci fosse”. La scuola del grande Grozio (oltre tre secoli fa!) ricava la rivoluzionaria lezione della laicità necessaria da un secolo di guerre sanguinose, che sembrava non potessero avere fine.
Questa lezione è più che mai attuale, ora che le metropoli d’Europa non vedono convivere solo diverse interpretazioni di uno stesso Dio, ma religioni che per secoli si sono scontrate in armi da un estremo all’altro del continente.
Questa lezione è più che mai irrinunciabile, ora che le questioni etiche della vita, del sesso, della morte, sempre più “manipolabili” dall’uomo, diventano questioni immediatamente politiche. E quotidiane.
Eppure il centro-sinistra non manca occasione per il “bacio della pantofola”: dai privilegi fiscali inauditi (vedi MicroMega scorso) ai diktat della Chiesa gerarchica sulle questioni etiche. Cosa impedisce al centro-sinistra su questi temi il rispetto (per la laicità, oltre e prima che per la Chiesa) che caratterizza un riformista come Zapatero?

Tu mi insegni che Ugo Grozio è stato il padre del giusnaturalismo, la scuola di pensiero che riteneva che i principi fondamentali del diritto, quelli che oggi chiamiamo i diritti umani, potessero essere attinti dalla ragione senza la necessità di ricorrere alle religioni rivelate. Questo è il senso del suo “Etsi Deus non daretur”. La difficoltà del nostro tempo nasce in buona parte dalla diffusa sfiducia che la ragione possa giungere a conclusioni univoche, o almeno convergenti, sia rispetto ai diritti umani, perché una parte del mondo islamico, ad esempio, contesta come “occidentali”, o “cristiani”, e tutt’altro che universali, i diritti affermati dalla Carta dell’Onu; sia ancor più rispetto alle questioni etiche di cui parlavi tu, quelle relative alla vita e alla morte, alla sessualità e alla famiglia, che appunto, proprio per la loro inedita “manipolabilità”, stanno assumendo connotazioni sempre più politiche.
Io penso che la laicità, nel senso “groziano” del termine che tu giustamente proponi, sia innanzi tutto fiducia nella ragione umana, nella sua possibilità di essere terreno d’incontro e di dialogo anche tra culture diverse, in nome del comune riconoscersi in principi universali sui quali fondare la convivenza tra gli uomini e tra i popoli. E, allo stesso tempo, sulla comune ricerca di modalità sempre nuove di tradurli in una società che cambia e che propone sfide nuove e per certi versi inedite ad ogni generazione. Per questo io sono convinto che il Pd possa segnare, in Italia, un passaggio storico: il superamento degli storici steccati che hanno a lungo opposto laici e cattolici. Non in nome di un confuso e ambiguo sincretismo. Ma in nome di questo comune riconoscersi nei diritti umani e di questa medesima fiducia nella ragione.
So che questo è uno dei punti più controversi e contestati da quanti, sia nel mondo cattolico, che nella sinistra, hanno deciso di non aderire al Pd. Al quale contestano proprio quella che a me pare non solo una sua irrinunciabile caratteristica identitaria, ma una delle sue più grandi potenzialità: il suo voler essere abitabile sia per i laici, che per i cattolici, volendo usare un vocabolario antico. Perché solo un partito che rispetti e assuma fino in fondo, sul terreno culturale e politico, le preoccupazioni etiche del mondo cattolico rispetto al valore della vita umana, o a quello della famiglia, può avere la forza e l’autorevolezza di difendere lo spazio laico della mediazione politica e legislativa. Così come solo un partito che avverta come suo l’anelito di libertà e di autonomia individuale che percorre la travagliata vicenda della modernità può credibilmente porsi e porre, anche sul terreno politico-legislativo, la questione del senso del limite e del principio di responsabilità.
Penso che proprio la crucialità e la complessità degli inediti dilemmi morali che riguardano la manipolabilità della vita e della convivenza umana della quale tu parlavi, rendono indispensabile questa convergente tensione verso una laicità eticamente esigente, che al paradigma dell’aut-aut preferisca quello dell’et-et. Non si tratta di un escamotage diplomatico, ma dell’esigenza che tutti avvertiamo di un punto di vista più alto e per questo più completo, che orienti decisioni comunque difficili.


Le società multietniche sono società in primo luogo multireligiose. E le democrazie liberali non possono che rispettare la più rigorosa eguaglianza di tutte le fedi di fronte allo Stato. Perché, dunque, le comunità islamiche non hanno eguale accesso all’8 per mille, alla costruzione di moschee, all’istituzioni di scuole private, e insomma a tutto ciò che la legge garantisce alla Chiesa cattolica, e non lo hanno altre religioni (con la motivazione discriminatoria che si tratterebbe di “sette”)? O, se si ritiene ciò inaccettabile, perché tali privilegi non vengono abrogati per tutte le religioni (e sarebbe la forma più coerente di Stato laico, oltre tutto)?
Le società multietniche, in nome della eguaglianza delle rispettive “culture”, già tollerano di fatto, e sembrano talvolta tentate di farne “diritto”, vergognose violazioni dei diritti individuali, specie dei più deboli (donne, figli). Una recente sentenza ha assolto genitori islamici che avevano sequestrato una figlia che voleva vivere “all’occidentale”: essendo picchiata brutalmente e regolarmente aveva minacciato il suicidio. Dunque, per evitare il suicidio, anche il sequestro di persona era ammissibile…Due violenze invece di una, garantite dalla Repubblica!
Cosa intende fare il centro-sinistra perchè per un verso l’eguaglianza tra le confessioni religiose cessi di essere vuota retorica, e dall’altro perché nessun precetto di fede o di “cultura” possa essere invocato come giustificazione (e neppure come attenuante: aggravante, semmai) per la violazione di tutti i diritti individuali?

Da molti anni si discute alla Camera su un disegno di legge organico in materia di libertà religiosa. Credo sia tanto più necessario incoraggiarne l’approvazione, se si tiene conto che non con tutte le confessioni è possibile arrivare ad intese con lo Stato. Nel caso delle comunità islamiche, ad esempio, manca una autorità religiosa con la quale lo Stato possa rapportarsi e che possa considerare rappresentativa delle comunità, o anche solo di una di esse.
Per quanto riguarda il multiculturalismo c’è solo da applicare la Costituzione, che garantisce la pari dignità di tutte le persone, senza discriminazione alcuna, di lingua, razza, sesso o religione, così come garantisce la libertà di culto ad ogni fede religiosa. Ma nessuna appartenenza “comunitaria”, neppure quella alla propria famiglia, legittima comportamenti che violino i diritti umani fondamentali. Le comunità delle quali la persona fa parte sono una dimensione della sua esistenza che va rispettata come tale. Ma nella gerarchia dei valori, la libertà e la dignità della persona sovrasta le aspettative o le convenienze di qualsivoglia gruppo del quale essa sia parte.


Di fronte a casi clamorosi e francamente inammissibili come l’ex-uxoricida o il piromane o il pirata della strada in immediata libertà facile (ma le fattispecie si potrebbero moltiplicare), si scatena puntuale la canea contro il permissivismo dei magistrati. In tale canea i politici (anche di centro-sinistra) sono sempre in pole position. Si dimenticano di essere proprio loro gli autori di tutte le leggi - che i magistrati hanno l’obbligo di applicare - che impongono (o comunque consentono) tanto colpevole lassismo.
Leggi penali che hanno derubricato reati violenti, leggi procedurali che hanno reso più difficile la prova, più facili le avvocatesche procrastinazioni (fino alle calende greche delle sempre più frequenti prescrizioni), più incerta la certezza della pena (e certa la non-galera fino a tre anni!). A partire dalla depenalizzazione di fatto della falsa testimonianza, che dovrebbe essere invece reato gravissimo, perché grimaldello per la impunità di ogni altro reato.
Perché il centro-sinistra non ha ancora cancellato le infinite leggi-vergogna e “ad personam” dell’era berlusconiana? E perché non riconosce l’errore di aver votato molte di tali leggi, e delle altre responsabili del lamentato “lassisimo”, e non inverte radicalmente la rotta?

Per quanto riguarda le leggi-vergogna e “ad personam”, a Torino ho detto chiaramente che vanno cancellate. Punto e basta. Ma tu poni un problema più ampio e, se possibile, più grave: quello del bisogno di sicurezza dei cittadini, che giustamente metti in relazione con l’efficienza della giustizia e la certezza della pena.
Cominciamo col dire che la sicurezza non è né di destra né di sinistra. E’ un diritto primario di ogni cittadino e un dovere altrettanto primario per le istituzioni. E’ un diritto primario di ogni cittadino non essere aggredito nella sua persona o nei suoi beni, molestato e neppure turbato dallo spettacolo di una criminalità o una devianza all’opera indisturbata in intere zone o quartieri della città. E’ un diritto primario di ogni persona anziana poter girare per strada o prendere l’autobus senza la paura dello scippo. E’ un diritto primario di ogni donna poter tornare a casa la sera senza la paura di essere violentata. E’ un diritto primario quello dei bambini di poter giocare nei parchi senza correre il rischio di imbattersi in una siringa infetta. Guai se il centrosinistra non coglie questa domanda di sicurezza, che viene in modo particolare dagli strati popolari della società. E guai se non coglie il nesso sempre più stretto che la gente stabilisce tra sicurezza e immigrazione: se non vogliamo che monti in Italia una cultura razzista e xenofoba che ancora non c’è, dobbiamo essere accoglienti nei riguardi degli immigrati, dei loro diritti e dei loro bisogni, ma inflessibili nell’esigere da loro, come dai cittadini italiani, il rispetto della legge. E dobbiamo anche lavorare di immaginazione, per produrre soluzioni innovative, come quella che, come Comune di Roma, abbiamo costruito con la Romania per ridurre il numero degli arrivi e creare le condizioni per il rimpatrio dei Rom.
Per garantire sicurezza ai cittadini servono tre cose. La prima è più polizia per le strade. L’Italia spende per le forze dell’ordine una percentuale di pil superiore alla media europea. Ma una quantità eccessiva di queste risorse non riesce a tradursi in vero presidio del territorio. E anzi, abbiamo la giusta protesta dei diversi corpi che lamentano di non avere i soldi per la benzina delle volanti. La risposta è: coordinamento tra le forze di polizia e meno agenti negli uffici e più sulle strade. Sono anni che si dicono queste cose, è arrivato il momento di farle.
La seconda è un sistema giudiziario che restituisca certezza alla pena e ai tempi nei quali essa viene erogata. Questa della giustizia è una vera emergenza nazionale. Da quindici anni il paese assiste sgomento ad un dibattito sulla giustizia concentrato esclusivamente sul rapporto tra magistratura e politica. Non sarò io a negare l’importanza di questo aspetto e la necessità democratica di difendere l’autonomia della magistratura dai tentativi di una parte della politica di creare nuove impunità. E ho già detto che le leggi-vergogna vanno semplicemente cancellate. Ma agli occhi dei cittadini di cui parlavo prima il problema principale della giustizia non è questo: è la durata dei processi, che è oggi tre, cinque, dieci volte superiore alla media europea e a ciò che sarebbe ragionevole. Processi che durano anni rendono aleatoria una pena che dovrebbe essere certa contro chi commette un crimine. E rendono praticamente impossibile avere giustizia in caso di controversia civile, con costi economici immensi. Penso che il Pd dovrà mettere intorno ad un tavolo magistrati, avvocati, giuristi, esperti in cultura dell’organizzazione e porre loro una semplice domanda: come possiamo, insieme, lavorare per dare all’Italia, nel più rigoroso rispetto delle garanzie costituzionali, una giustizia che abbia finalmente tempi europei.
Terza cosa che serve, per un’efficace politica della sicurezza: dobbiamo occuparci delle carceri, non solo quando scoppiano. Le nostre carceri non possono essere discariche di umanità dolente. Devono essere quello che la Costituzione vuole che siano: luoghi di recupero, attraverso l’espiazione certo, ma anche attraverso un percorso di reinserimento, soprattutto per i più giovani e per chi si è macchiato di reati minori. Questi percorsi oggi mancano quasi del tutto, per le gravi carenze di strutture e di personale. Ma se i detenuti non riescono né a studiare né a lavorare, il carcere finisce per essere un’università del crimine, dunque un’istituzione più dannosa che utile, ai fini della sicurezza. Anche su questo è necessaria una svolta, se non vogliamo ritrovarci, tra qualche mese, a ridiscutere di amnistie o indulti a causa del sovraffollamento delle carceri.


Nel nostro paese c’è lo schiavismo, e il centro-sinistra lo tollera. Per porvi fine, la democrazia americana accettò il prezzo devastante di una guerra civile. E noi, sinceri “democratici”? In Italia, infatti, non c’è più prostituzione. C’è schiavismo sessuale. Donne (ma ormai anche ragazzi) comprate e vendute, “importate” con inganno e violenza. Ridotte in schiavitù, appunto. Perché per la “riduzione in schiavitù” non è stato ancora introdotto l’ergastolo? Perché non accade mai che uno di questi schiavisti finisca ucciso dalla polizia mentre cerca di fuggire nel corso di un’indagine? Se accadesse spesso, l’obbrobrio dello schiavismo verrebbe rapidamente meno.
E invece, si continua con le retate di prostitute, cioè di donne che non commettono alcun reato e sono anzi vittime di uno dei reati più gravi ed odiosi, paragonabili all’omicidio.

Esecuzioni sommarie a parte… sono d’accordo con te. Dobbiamo combattere ogni forma di racket, anche perché dietro ognuna di esse c’è un’organizzazione criminale, di solito di stampo mafioso, italiano e non più solo italiano. Il racket delle persone umane è naturalmente il più odioso e va combattuto con particolare energia. Senza dimenticare che dietro ogni prostituta-bambina sulle strade non c’è solo uno schiavista, che va colpito con tutto il rigore possibile. C’è anche un complice: il cliente, quello che compra quella schiava o quello schiavo, dopo averne apprezzato le caratteristiche fisiche, proprio come si faceva nell’antica Roma o nei porti americani prima della guerra civile che hai ricordato. Penso che dovremmo porci il problema di sanzionare anche questo tipo di connivenza con un crimine tanto odioso e disumano.



Se domani costruisco un miniappartamento dentro il Colosseo, posso evitare la galera, e il sequestro e l’abbattimento del manufatto? Sembrerebbe di sì, visto che si costruisce allegramente e sistematicamente sul demanio. Perché tali costruzioni non sono immediatamente confiscate, visto che “insistono” su terreno altrui (cioè nostro)? Perché le leggi non prevedono la galera per simili misfatti?
E perché, invece, una infinità di lacci e lacciuoli mette sullo stesso piano di questi criminali chi compie una piccola ristrutturazione in casa propria, che non danneggia nulla e nessuno, non aumenta volumi, ma è solo in violazione di regolamenti certosinamente quaresimali e nulla più?
E insomma: ogni tanto un episodio che finisce in tragedia riporta alla cronaca la piaga dell’abusivismo edilizio. Cosa impedisce di combatterlo radicalmente e definitivamente, come in non pochi paesi civili?

Se citi il Colosseo non posso evitare di farti l’esempio di Roma, per dirti che non è vero che non si fa e non si può fare nulla. In questi anni abbiamo abbattuto 500 mila metri cubi di costruzioni abusive, dall’Hotel Summit a tutti i fabbricati che facevano scempio del Parco dell’Appia Antica e del Parco di Veio, dall’edificio confiscato a un appartenente della Banda della Magliana nella borgata Finocchio alle villette e alle mansarde che la presunzione di impunità aveva fatto sorgere a due passi dalla scalinata della Trinità dei Monti, a Campo de’ Fiori o a via Frangipane, proprio alle spalle del Colosseo. E sempre lì in zona, l’area del Celio, esempio massimo di degrado e di delinquenza, ora è stata restituita alla vita del quartiere e dei cittadini, è diventata un bellissimo parco pubblico. Insomma, se è vero che non è semplice e che ci sono tempi che potrebbero essere accorciati, se si afferma nella pratica il principio che azzardarsi a costruire abusivamente non porta lontano, allora si arriverà al risultato radicale e definitivo che giustamente auspichi. A Roma stiamo dimostrando che è possibile, anche se la battaglia contro gli effetti devastanti causati da troppi anni di condoni edilizi è lunga è difficile, non c’è dubbio.


Negli ultimi cinquant’anni la vita media si è allungata di oltre dieci anni. Che senso ha che l’età pensionabile non si allunghi di almeno la metà di tale cifra? Fatti salvi i famosi lavori usuranti, miniere, altoforni, concerie, catene di montaggio, non certo i lavori “noiosi”. L’età media delle donne è di parecchi anni superiore a quella degli uomini, perché dunque non equiparare subito le età pensionabili?
Il lato sociale (irrinunciabile) di una politica di centro-sinistra dovrebbe rivolgersi ad obiettivi ben diversi dalla difesa indifendibile di età pensionabili da “anni sessanta”.
Lotta contro il lavoro precario, con nuove leggi e sanzioni pesanti per gli imprenditori che abusino della flessibilità. Sanzioni pecuniarie e penali che stronchino quell’altra forma di neo-schiavismo che è il nuovo caporalato dei campi e dei cantieri. Salario sociale per la disoccupazione, come in tanti paesi europei. E tante altre misure di un nuovo welfare, più ampio, più equo, più efficace (e certamente possibile, in abbattimento di evasione fiscale, sprechi burocratici da “casta” e infinite altre spese da privilegio).

A Torino ho ricordato che Vittorio Foa disse una volta che la destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell'oggi, la sinistra è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati. Non si potrebbe dire meglio, almeno dal mio punto di vista. Ma noi democratici, noi riformisti, noi donne e uomini del centrosinistra dobbiamo poi essere conseguenti, e mettere al centro delle nostre preoccupazioni la necessità di disegnare un sistema previdenziale che sia sostenibile dal punto di vista finanziario e che consideri come non possa più reggere, di fronte all’allungarsi della vita media, una situazione in cui di fatto i giovani precari devono finanziare con i loro contributi le pensioni dei padri senza al tempo stesso maturare il diritto di ricevere, un giorno, una pensione equivalente. Il governo Prodi e le confederazioni sindacali hanno firmato un ottimo accordo, che ammorbidisce lo "scalone", senza intaccare le prospettive di sostenibilità del sistema previdenziale. Il Pd dovrà aiutare e stimolare il governo a concentrare la gran parte dei suoi sforzi di elaborazione e di iniziativa sugli odierni fattori fondamentali di disagio e di disuguaglianza, proprio a partire dalle principali vittime del mancato adeguamento dello Stato sociale alla nuova realtà della società e dell'economia: i giovani condannati ad una precarietà indefinita, i bambini poveri, gli anziani non autosufficienti.
E’ questo che intendo, quando parlo della necessità di ripensare il nostro welfare, attraverso un nuovo patto tra le generazioni, per il futuro dell’Italia.


Un tempo la sinistra diceva “casa, ospedale, scuola” per contrapporre il proprio riformismo al conservatorismo dell’establishment.
Ma in intere zone del sud gli ospedali stanno virando verso il lazzaretto, e anche al nord il disservizio conquista ogni giorno nuovi traguardi. La sanità sta diventando di nuovo e sempre più “di classe”. E non è questione di risorse, ma di loro pessima e lottizzata utilizzazione (dove la volontà politica c’è, a parità di risorse si realizza un servizio sanitario pressocchè modello).
Nelle università si potrebbe sperimentare il costo differito (si pagherà un x% del proprio reddito futuro, deciso liberamente da università rese autonome, per tot anni o anche per tutta la vita. Chi pensa di fornire un servizio migliore chiederà una x più alta. Tutti potranno studiare, senza i rischi connessi al “prestito d’onore” americano, troppo simile ai mutui/casa. E le università, indirettamente, diventeranno anche armi anti-evasione. E saranno in concorrenza tra loro). Ma i licei dovranno essere trasformati perché si studi di più rendendo lo studio appassionante. Gli esempi esistono, basta cercarli e valorizzarli. E selezionare un corpo docente motivato e adeguatamente pagato.
La casa, in affitto o in proprietà, costa in Germania infinitamente meno che da noi. Cosa impedisce di studiare tutti i casi europei, per diventare il paese all’avanguardia in una politica sociale per la casa?

La sanità italiana vanta la migliore performance nel mondo dopo la Francia, nel rapporto tra risorse impiegate e risultati in termini di salute dei cittadini. Non lo dice solo Michael Moore: lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità. La quale peraltro boccia il sistema sanitario italiano quanto a “orientamento al paziente”: basti pensare alle liste di attesa. Ed è vero che tanti nostri ospedali sono, come strutture, dei lazzaretti. Come è vero che il trend della spesa si va facendo insostenibile, soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione.
Il nostro sistema formativo, sia scolastico che universitario, ha isole di eccellenza, ma è complessivamente inadeguato in termini di rendimento, in particolare nel Mezzogiorno. I risultati dell’indagine Ocse dello scorso anno sono allarmanti. Le competenze di un ragazzo trentino sono nella fascia alta d’Europa, quelle di un terzo dei ragazzi del Sud sono a livelli di semianalfabetismo. Sia il sistema universitario che quello della ricerca faticano a tenere il passo, non solo con i paesi Ocse, ma pure con quelli emergenti, Cina e India in testa. Dobbiamo riuscire ad attrarre studenti e docenti nelle nostre università: per questo abbiamo bisogno, ad esempio, di un sistema di campus universitari, come i tre che abbiamo in cantiere a Roma, a Tor Vergata, ad Acilia e a Pietralata, che permettano anche di calmierare il mercato degli affitti e di offrire ospitalità a costi accessibili.
La casa, come hai detto bene, è un bene inaccessibile a molte famiglie e in particolare a molte giovani coppie. E il prezzo degli affitti è uno dei principali ostacoli alla mobilità territoriale.
Sono tre esempi della necessità di quel nuovo riformismo che è la ragion d’essere stessa del Partito democratico. Un riformismo che non può avvalersi di risorse aggiuntive rispetto agli attuali livelli di spesa pubblica. Ma deve riuscire a fare meglio con le risorse attuali. Deve quindi concentrare la sua attenzione creativa sulla riorganizzazione dei diversi comparti della spesa sociale, con tutta la fatica che questo comporta, tanto più se si considera che gran parte di questa riorganizzazione significa essenzialmente riorganizzazione del lavoro. Chi convince chi lavora nella o per la sanità, nella o per la scuola, l’università, la ricerca, che è necessario cambiare il proprio modo di lavorare, per dare a quel lavoro un senso più compiuto, il senso di essere davvero utili alla collettività?
Torniamo al nodo, culturale e morale, prima ancora che politico, che ci ha portato a lanciare la scommessa del Pd. Dobbiamo accumulare motivazioni forti, che rendano comprensibile, “sensato” il cambiamento. Dobbiamo elaborare una cultura del cambiamento, che tenga fermi gli obiettivi di principio e semmai innalzi il livello della loro ambizione. E al tempo stesso adotti il necessario pragmatismo nell’adattare gli strumenti organizzativi agli obiettivi sociali.
Questo per me è il riformismo. E non si può farlo semplicemente dal governo. Serve un grande soggetto politico che non solo raccolga e rielabori idee per il cambiamento, ma accumuli la necessaria riserva di “senso” e quindi di “consenso”, che lo renda politicamente possibile.


La situazione televisiva italiana è di tipo bulgaro, anche se diviso in due. Monopolio delle televisioni commerciali, lottizzazione partitica delle reti pubbliche. Dovrebbe essere ovvia una svolta radicale: fine della lottizzazione (qualcosa tra BBC dei tempi d’oro e Banca d’Italia, per la Rai), non più del 49% di una rete nel privato, limiti draconiani per le quote pubblicitarie, ecc., nel più coerente spirito antitrust. E invece abbiamo solo la riforma Gentiloni (sulla carta), che cambia poco e nulla.
Ma Berlusconi e Confalonieri vanno sbraitando di “esproprio” già per la proposta Gentiloni, si dirà. Che ci si faccia condizionare, e dunque si consideri “avanzata” una proposta che ha la forza riformatrice di un brodino vegetale, è la dimostrazione di una subalternità rinunciataria, che subisce la devastante egemonia berlusconiana su agenda e sentire comune.
Cosa impedisce al centro-sinistra una vera riforma democratica della tv, antitrust e antilottizzazione?

Nelle condizioni date, che sono quelle definite dai rapporti di forza di questo Parlamento, la proposta Gentiloni è una buona proposta: introduce elementi di movimento nell’attuale rigido duopolio, anche guardando verso lo scenario nuovo che sarà determinato dalle nuove piattaforme tecnologiche e a soluzioni nuove per il governo della Rai. Credo sia arrivato il momento di chiedersi se sia giusto, oggi, che questa azienda abbia un consiglio di amministrazione che finisce, per la fonte di nomina e per il suo essere «piccolo parlamento», con il gestire l´azienda. Con il duplice rischio di una duplicazione di funzioni rispetto alla Commissione di vigilanza e di un oggettivo indebolimento e precarietà dei vertici aziendali e del senso di appartenenza di dirigenti e personale.
Ma non vorrei che ci limitassimo a parlare di assetti istituzionali. La questione di fondo è quale rappresentazione di sé il Paese si dà attraverso la televisione. E’ questo quel che mi preoccupa di più. In questi quindici anni si è costruito un grande circo Barnum che sembra organizzato per far emergere il peggio dalle viscere della società italiana. Non soltanto la Rai, ma tutto il sistema televisivo pubblico o privato è chiamato a un profondo cambiamento. Chi fa i palinsesti deve avere più fiducia in se stesso e negli italiani.


La ripresa dei lavori parlamentari vedrà il voto sulla richiesta della magistratura di utilizzare registrazioni telefoniche in cui compaiono parlamentari (anche Ds). Il centro-sinistra non ha fin qui neppure preso in considerazione ciò che alcuni anni fa la sinistra giustamente sosteneva: che i parlamentari, rispetto a un comune cittadino, dovrebbero avere solo la tutela della autorizzazione della Camera (o del Senato) al mandato d’arresto. L’attuale legge costituisce insomma un assurdo privilegio. Perché, anziché abrogarla tornando all’equo garantismo di qualche anno fa, si vogliono moltiplicare i privilegi anti-indagine per un parlamentare sospetto di crimini?
E perché si continua a fingere che non sussista comunque una questione morale, se un dirigente del centro-sinistra parla di “tavolo politico a latere” in una sporca faccenda di cordate finanziarie con “furbetti”?

In Italia non c’è più, e giustamente come dici tu, l’autorizzazione a procedere: anche i parlamentari possono essere indagati e processati come qualunque cittadino, salvo che per i reati di opinione, per i quali è prevista l’autorizzazione della camera di appartenenza, che deve valutare se l’ipotesi di reato contestata rientra o meno nella garanzia costituzionale per la quale nessun parlamentare può essere chiamato a rispondere delle opinioni o dei giudizi espressi nell’esercizio del suo mandato. Un’autorizzazione della camera di appartenenza è ugualmente richiesta per i provvedimenti restrittivi delle libertà fondamentali; ma se c’è una sentenza di condanna passata in giudicato il parlamentare entra in carcere senza bisogno di autorizzazione, come qualsiasi cittadino. Tra i provvedimenti restrittivi delle libertà fondamentali, oltre all’arresto, ci sono le perquisizioni (domiciliari e personali) e le intercettazioni telefoniche, che dunque devono essere autorizzate. Si tratta, mi sembra, di garanzie ragionevoli e motivate, alla luce di una cultura liberale.
Quanto al caso specifico, sia Fassino che D’Alema hanno chiesto alla Camera di autorizzare la magistratura ad utilizzare le intercettazioni che li riguardano. Dunque nessun limite verrà frapposto all’azione dei giudici.

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