mercoledì 19 settembre 2007

1 Festa del Partito Democratico dell'Empolese Valdelsa

Da giovedì 20 a domenica 23 settembre si terrà la prima “Festa del Partito democratico dell’Empolese Valdelsa”. Sarà una manifestazione ricca di eventi politici, con un occhio di riguardo anche alla gastronomia e all’intrattenimento. Il luogo scelto per questo debutto è la piazza dei Continenti (vicino al municipio) a Montelupo Fiorentino (Firenze).
La Festa, che ha unito gli sforzi degli iscritti di Ds e Margherita, sarà un’occasione importante per discutere con amministratori e dirigenti sul progetto del nascituro Partito democratico, oltre a un’ opportunità unica di apertura ai contributi esterni di tanti cittadini per la costruzione del Pd.
Molti gli appuntamenti politici in calendario fra cui spicca venerdì 21 settembre alle 17,30 l’incontro con Walter Veltroni “Equinozio d’autunno: grandi passioni per la nuova stagione democratica” al mercato ortofrutticolo di Avane a Empoli. Un evento che coinvolgerà la compagnia Giallo Mare Minimal Teatro che ha realizzato un video nel quale si raccontano le passioni e i sogni dei giovani del Circondario e che verrà proiettato durante la serata; il maestro cioccolataio Antonio Calosi creerà una scultura di cioccolato che verrà donata a Veltroni, il tutto accompagnato dal jazz del sassofonista Nico Gori e del pianista Stefano Onorati.
Fra i dibattiti da segnalare giovedì 20 settembre alle 18,30 aperitivo con Vittorio Bugli, consigliere regionale Pd e presidente Attività produttive Regione Toscana e Gianluca Parrini, consigliere regionale Pd “Circondario e governance: sfide per lo sviluppo locale”; alle 21 l’apertura politica con il segretario della Federazione Ds Empolese Valdelsa Giancarlo Faenzi e il coordinatore della Margherita Empolese Valdelsa Marco Bacchi, a cui seguirà un’intervista all’onorevole de L’Ulivo Marco Filippeschi a cura di Franco De Felice, direttore Rai Tre Tg Toscana. Venerdì 21 settembre alle 21,30 dibattito sul tema “La Fi-Pi-Li e le infrastrutture del Circondario Empolese Valdelsa” partecipano Matteo Renzi, presidente della Provincia di Firenze e i Sindaci del Circondario.
Sabato 22 alle 18,30 “Se è nuovo è giovane. Idee giovani per il Pd dell’Empolese Valdelsa” aperitivo con Diego Ciulli, consigliere regionale Pd e Diletta Rigoli, Comitato Pd Empolese Valdelsa; alle 21 allo spazio dibattiti Maurizio Pascucci, Arci-Libera, parlerà delle esperienze di lavoro nei campi sottratti alla mafia, a seguire Francesca Balestri presenterà il libro “Come quei lampadieri”; alle 22 il Comitato 14 ottobre per il Pd e i Sindaci del Circondario presentano “il Manifesto del Pd dell’Empolese Valdelsa”.
Domenica 23 settembre alle 19 aperitivo con Alberto Fluvi, onorevole L’Ulivo e Stefano Marini, vice presidente del coordinamento nazionale Enti locali e per la Pace e i Diritti umani. Alle 21,30 chiusura della Festa con Andrea Manciulli, segretario Ds Toscana, e Caterina Bini, segretaria regionale Margherita, candidati in ticket alla segreteria regionale del Pd.
Per tutta la durata della Festa sarà attivo “Il luogo d’incontro per il Pd”, un gazebo dove si potranno trovare tutte le informazioni sul prossimo appuntamento con le primarie del 14 ottobre e dove sarà allestita una postazione internet collegata a tutti i siti dei candidati alla segreteria nazionale del Pd. Sarà uno spazio che ospiterà il dibattito e che cercherà di dare delle risposte a tutti coloro che hanno dubbi o curiosità sull’iter che porterà alle primarie e alla costituzione del Pd.
Il Comitato per Veltroni di Fucecchio giovedì 20 settembre presenterà “L’alfabeto del Partito democratico: 22 parole per un linguaggio nuovo della politica” e domenica 23 alle 21 esporrà i contributi e le osservazioni raccolte durante i quattro giorni della manifestazione sull’alfabeto democratico.
Per tutta la durata della Festa saranno aperti il ristorante, la birreria e il bar. Ci sarà anche uno spazio per le associazioni animato da Anpi sezioni di Empoli e Montelupo; Associazione giovanile Suolo Pubblico; Comitato per Veltroni di Fucecchio; Arci-Libera; Amnesty International e Rete Lilliput.

domenica 16 settembre 2007

1 Festa del Partito Democratico del Circondario Empolese Valdelsa

Dal 20 al 23 settembre 2007 si svolgerà a Montelupo Fiorentino in provincia di Firenze la Prima Festa del Partito Democratico del Circondario Empolese Valdelsa.
Il Comitato promotore per il Partito Democratico di Fucecchio sarà presente è avrà a disposizione uno stand in cui poter presentare "L'Alfabeto del Partito Democratico di Fucecchio: 22 parole per un linguaggio nuovo della politica." Una politica che guarda ai contenuti e a programmi concreti da proporre e realizzare.
Clicca quì per vedere il depliant della 1 Festa del Partito Democratico Empolese Valdelsa.

La nuova stagione della scuola

Scuole aperte al pomeriggio e campus all'americana tra le priorità del Pd.
"Il Partito democratico avrà poche e precise priorità e tra le più importanti di tutte ci sarà il tema della formazione dei nostri giovani perchè ne va del futuro del Paese". L'attenzione nel nascente Partito democratico verso i temi della scuola, dell'università e della formazione è cnetrale per Walter Veltroni, che ha incontrato a Roma, insieme al ministro per la pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, e Dario Franceschini, i tanti docenti e studenti che hanno affollato la manifestazione romana dedicata al tema. Veltroni ha ricordato come il nostro Paese, proprio nel campo della formazione ha percentuali che lo portano distante dall'Europa: "C'è l'urgenza di capovolgere la situazione. Nella formazione c'è il futuro dell'Italia, occorre un salto qualitativo che ci faccia ripartire". Tra le priorità del Pd dovrà esserci il sostegno alla proposta di aprire le scuole al pomeriggio, così da renderle luoghi di aggregazione per i giovani. Ma anche la sperimentazione di "campus" sia a livello universitario che liceale, sul modello astatunitense. Luoghi dove poter dormire, studiare o fare sport. E per combattere il calo delle nascite e incrementare l'occupazione femminile occorrerà icnetivare la nascita di nuovi asili nido. Proprio dalla formazione della scuola, ha concluso Veltroni, "deve partire un grande Partito democratico e innovatore, come sarà il nostro Pd".

Cinque cantieri per l'ambiente

Energia, infrastruture, acqua e rifiuti, bellezza, qualità italiana: saranno le priorità del Partito Democratico
L’esigenza di difendere l’ambiente non è nata oggi, ha una storia già lunga. Fino ad oggi, però, il cammino per fronteggiare i problemi ambientali è stato frenato dalla tentazione di vedere l’ambiente come valore estraneo, se non antitetico, allo sviluppo economico. Che non sia così, lo testimoniano ad esempio i 200 mila posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni in Germania nel comparto delle fonti rinnovabili. O ancora lo dimostra il fatto, ricordato tre anni fa da Pasquale Pistorio a proposito di STMicroelectronics, che il 25% dei profitti di quell’azienda derivava dai vantaggi economici acquisiti con la scelta dell’efficienza e del risparmio energetici. Ora è arrivato il tema inedito e drammatico dei mutamenti climatici a svelare l’infondatezza, o almeno l’anacronismo, di questa opposizione tra ambiente e crescita economica. Combattere il global warming, prima ancora di un dovere etico verso le generazioni future, è un interesse molto pratico e molto urgente, sociale ed economico. Il clima che cambia, infatti, costa e costerà molto di più delle misure necessarie a stabilizzarlo; e già ora penalizza per primi e con più violenza i più deboli, siano gli agricoltori delle regioni africane colpite dalla desertificazione, gli anziani delle nostre città investite dalle ondate di calore o i poveri di New Orleans sommersa dall’uragano Katrina. La politica deve prendere rapidamente le misure di queste novità epocali. Se è vero che i problemi globali richiedono risposte globali, credo ad esempio che sarebbe bene dar seguito concreto all’idea di creare una vera e propria nuova istituzione internazionale, una sorta di Consiglio di Sicurezza dell'Ambiente, che abbia strumenti e poteri per prendere decisioni efficaci e vincolanti. E ad ogni modo è la politica del vasto campo del centrosinistra, del Partito democratico, che perderebbe credibilità e anche senso se non capisse che scongiurare il collasso climatico, tutelare l’ambiente, è oggi una parte decisiva dell’impegno per accrescere il benessere delle persone e delle comunità, dunque per adempiere alla sua stessa ragione sociale. L’Italia deve essere all’avanguardia nella lotta ai mutamenti climatici, rendendo concreti gli obiettivi fissati per il 2020 dall’UE. In questi mesi il governo ha compiuto scelte importanti: dal fondo per l’applicazione del Protocollo di Kyoto inserito nella Finanziaria 2007 alla riforma degli incentivi alle imprese che producono energia da fonti rinnovabili. Nei prossimi giorni altre indicazioni utili verranno dalla Conferenza sul clima organizzata dal Ministro Pecoraro Scanio. All’energia va dedicato un primo grande “cantiere dell’innovazione”, per fare dell’Italia un Paese leader nella diffusione dei pannelli solari, sia termici per il riscaldamento che fotovoltaici per produrre elettricità. Come stiamo prevedendo a Roma, tutte le nuove costruzioni utilizzino per il loro fabbisogno energetico una quota significativa di energia pulita; e affinando lo strumento delle deduzioni fiscali sulle spese sostenute dalle famiglie per ristrutturare la propria casa, ma anche con nuovi incentivi fiscali da concordare su scala europea, come proposto da Brown e Sarkozy, si dia un forte impulso agli interventi che concorrono a migliorare l’efficienza negli usi energetici residenziali: lampadine ed elettrodomestici ad alta efficienza, caldaie a condensazione, coibentazione degli edifici. Per accelerare la sostituzione degli apparecchi e dei sistemi più energivori e inefficienti, la via è quella indicata dallo stesso vicepresidente di Confindustria Pistorio: accompagnare gli incentivi con la fissazione di scadenze temporali dopo le quali sia vietata la vendita dei modelli che non soddisfano limiti minimi di efficienza. Il secondo cantiere dell’innovazione riguarda i trasporti. L’Italia soffre di gravi insufficienze quanto a reti e sistemi di trasporto: nel Nord i corridoi esistenti sono vicini al collasso, nel Sud le infrastrutture ferroviarie ma anche quelle stradali sono totalmente inadeguate. Questo vuol dire sovracosti per le imprese, spostamenti scomodi e insicuri per i cittadini, e un impatto ambientale notevole: quattro quinti delle merci e dei passeggeri viaggiano su strada, più che in ogni altro Paese europeo, e questo comporta più inquinamento e più emissioni dannose per il clima. Potenziare e modernizzare il nostro sistema delle infrastrutture è una priorità non più rinviabile: dobbiamo raddoppiare la quota del trasporto ferroviario, rendere più sicure strade e autostrade, dotare il Mezzogiorno di reti moderne ed efficienti. Tutti i soggetti che hanno idee da far valere, dagli enti locali alle forze economiche, dalle organizzazioni sindacali alle associazioni ambientaliste, contribuiscano alla scelta delle opere da fare, naturalmente tenendo conto delle risorse pubbliche e private attivabili. Una volta compiute le scelte, si proceda senza più tornare sulle decisioni, senza più l’intralcio di interessi corporativi o localistici. Un terzo cantiere dell’innovazione, che riguarda tutta l’Italia ma ha il suo cuore nel Sud, deve interessare le reti di protezione ambientale primaria, acque e rifiuti in testa. Ancora in molte parti del Paese mancano i depuratori e le acque reflue finiscono direttamente in mare, nei fiumi, nelle falde. Questa gravissima lacuna va colmata, e contemporaneamente bisogna realizzare le condizioni per un ciclo davvero unificato delle acque. Un ciclo che anche se gestito da aziende private, risponda però rigorosamente a criteri fissati in base all’interesse della collettività. Nel campo della gestione dei rifiuti va innanzitutto ristabilito con forza il principio di legalità, cominciando con l’inserire nel codice penale i reati delle ecomafie che li smaltiscono clandestinamente. Si può dimezzare entro cinque anni la quantità di rifiuti urbani e industriali che finisce in discarica, puntando sulla raccolta differenziata e su moderni impianti per il trattamento e la termovalorizzazione. Tra tutte le forme di smaltimento, la discarica è la più dannosa per l’ambiente e per la salute dei cittadini ed è anche quella economicamente più insensata, per lo spreco di materiali che potrebbero essere riusati, recuperati, riciclati. Il quarto cantiere dell’innovazione è quello della bellezza. L’Italia deve mettere a frutto la fortuna di custodire beni ambientali, paesaggistici, culturali di eccezionale pregio; di essere nella realtà, e nell’immaginario di tutto il mondo, il Paese della bellezza, materia prima che produce valore senza inquinare né dissipare risorse. Ma la bellezza non è soltanto nei tesori naturali o in quelli ereditati dal passato: la qualità estetica, accanto a quella ambientale e tecnologica, deve essere il segno anche del nuovo che si realizza, siano case o scuole, centri commerciali o edifici pubblici, automobili o persino capannoni industriali. Infine, il quinto cantiere dell’innovazione è quello della qualità italiana, di quella che Realacci chiama soft economy. L’infinita varietà di produzioni italiane devono riconoscibilità e competitività a due gambe poderose: un rapporto stretto con il territorio, con i suoi saperi e le sue tradizioni, e un forte tasso di conoscenza, di ricerca, di innovazione tecnologica. Dentro la soft economy c’è il turismo, c’è l’agricoltura dei prodotti tipici, ci sono i parchi e la rete delle mille economie territoriali che sono emblema del “made in Italy”. Dobbiamo promuovere e difendere questo tesoro, per esempio operando perché finisca lo scandalo per il quale su dieci euro di prodotti agroalimentari venduti nel mondo come italiani, solo uno è di prodotti veramente “made in Italy”. Energia, infrastrutture, acqua e rifiuti, bellezza, qualità italiana. Il Partito democratico dovrà impegnarsi al massimo per fare di questi cinque “cantieri dell’innovazione” altrettante occasioni vincenti per contrastare con efficacia i problemi ambientali e al tempo stesso per aprire una nuova stagione di sviluppo fondata sulla valorizzazione delle nostre eccellenze: di uno sviluppo davvero sostenibile, che non può vivere di solo Pil ma che pure al nostro Pil, nell’era della concorrenza globale, può fare solo un gran bene.

Messaggero (Roma) - 20 set. Melandri:«Storie e culture diverse nella lista di Veltroni per il Pd».


Con noi anche Pancalli e Ozpetekdi Caludio Marincola

«Roma naturalmente è un vetrina troppo importante, stiamo costruendo in collaborazione con le altre liste qualcosa che contenga l’“anima”, lo spirito innovativo della candidatura di Walter e al tempo stesso la qualità dell’esperienza romana».
Giovanna Melandri è tornata alla scrivania di ministro. Le vacanze - si fa per dire - le ha trascorse al Gemelli. Ricoverata. Lastre, antibiotici, riposo assoluto. Unica consolazione qualche buona lettura.
Un saggio l’ha colpita in particolare. Lo ha scritto un politologo brasiliano, Roberto Mangabeira Unger. «È un nuovo manifesto - lei sintetizza - in cui si coltiva l’idea di una sinistra in grado di superare le incrostazioni del secolo passato, una sinistra che esprima una nuova creatività».
Da due giorni il ministro Melandri vola più basso. Ha ripreso la solita routine. Si è rimessa al lavoro per “chiudere” la “sua” lista che oggi verrà presentata ufficialmente. Obiettivo: condensare in un elenco le diverse vocazioni del Pd.
Il nome della lista a dire il vero non spicca per originalità. Si chiamerà “Per Veltroni ambiente, innovazione, lavoro”. Ricorda da vicino quel combinato disposto che ha accompagnato Veltroni nelle ultime due tornate elettorali.
È così?«C’è la stessa esigenza di rimescolamento. Culture e storie diverse in contatto fra loro. Tireremo i fili di quello che è stato il discorso di Walter al Lingotto di Torino». La politica farà un passo indietro?
«Casomai il contrario. Questa lista avrà piena dignità politica. Sarà formata da molti giovani, giovani di varia origine e provenienza che in questi anni la politica l’hanno fatta ma in un modo diverso. Nelle associazioni, nel mondo del volontariato e del lavoro. Con un’attenzione alle esperienze sociali laiche e religiose e l’impegno garantire un rinnovamento generazionale».
I nomi?
«Luca Pancalli, l’ex commissario della Figc, che rappresenterà il mondo delle professioni; Ferzan Ozpetek, quello della Cultura; Tobia Zevi, presidente dei giovani della Comunità ebraica; Mattia Stella, presidente dei Giovani per la Costituzione; la nuotatrice Alessia Filippi (che si candiderà nel collegio di Tor Bella Monaca, ndr); Francesco Florenzano, presidente dell’Upter; Pietro Barbieri, presidente del Movimento per il Superamento dell’handicap; Michele Samogia, presidente di Kanimambo; Costanza Fanelli, presidente delle cooperative sociali; Paola Concia, per i Diritti. E ci saranno anche gli Ecodem, a partire da Roberto Della Seta, più alcuni rappresentanti del mondo sindacale, Agostino La Padula e Agostino Megale».
E i “pezzi da 90”?«Come ha detto Anna Finocchiaro, ”ci offriamo in garanzia per i più giovani”. Ci saranno Lilli Gruber e Silvia Costa, gli assessori capitolini Marco Causi e Jean-Léonard Tuoadì. Ringrazio anche il ministro Giuliano Amato che in Toscana si candiderà al posto numero 3 lasciando quello di capolista ad un giovane».
Anche voi, come Grillo, metterete il bollino blu?
«Noi non mettiamo bollini, facciamo una scelta, una selezione, apriamo porte e finestre. Una risposta anche a chi in questi giorni cerca scorciatoie populistiche usando una retorica che fa crollare il linguaggio ai vaffa...».

sabato 15 settembre 2007

Dar voce agli ascoltatori

Seguendo l’esempio di Sandro e Michele, scrivo a ruota libera una mia proposta democratica. Più che una proposta su temi concreti di vita quotidiana, vorrei puntualizzare quello che secondo me dovrebbe essere il modus operandi del futuro Partito Democratico, le regole non scritte su cui si dovrebbe basare l’attività di un partito che vuol nascere diverso rispetto ai suoi attuali “simili”. Per farla breve, vorrei scrivere due righe su PARTECIPAZIONE & DIALOGO.
La disaffezione dilagante tra i cittadini nei confronti della politica è all’occhio di tutti. Uno dei futuri compiti del PD, nonché fondamentale spinta propulsiva verso la sua nascita, riguarderà proprio la ricucitura di questo strappo tra cittadinanza e classe politica, giunto se mai possibile ai livelli dei primi anni ’90, dopo lo scandalo di Tangentopoli. In pochi anni siamo riusciti a compiere un doppio miracolo all’italiana, ma all’inverso: la perdita quasi totale della fiducia nei partiti, con il conseguente allontanamento di grosse fette di popolazione dalla vita politica attiva, e il contestuale dispendio di energie da parte dei partiti stessi (che nel frattempo si sono moltiplicati a dismisura) nel tentativo di prevalere l’un sull’altro, instaurando uno scontro verbale continuo in un linguaggio sempre più incomprensibile, che non ha fatto altro che alimentare ancor di più l’insofferenza della gente.
Ovviamente da 15 anni a questa parte la società è profondamente mutata, oggi viviamo in un mondo oltremodo complesso, avere una corretta visione d’insieme di ciò che ci circonda è molto difficile per chiunque, è ciò vale anche per la classe politica. Nonostante questa “attenuante generica” il gioco al massacro deve finire. In una qualsiasi comunità che voglia definirsi civile, per l’antipolitica non ci può e non ci deve essere posto. La sfiducia non deve portare alla rassegnazione, bensì alla reazione. L’incomprensione non deve condurre alla repulsione, bensì a stimolare il confronto.
Su queste due strade dovrà cimentarsi il futuro PD. Nell’instaurare un dialogo con la c.d. società civile in primis, ma con lo scopo ben preciso di rapportarsi con la gente tutta. Un dialogo in cui non c’è un solo interlocutore, una parte attiva che riferisce ed un’altra passiva che recepisce. Per fungere da portavoce, per essere il collegamento tra popolazione e istituzioni occorre fare un passo indietro e ricominciare ad ascoltare la gente. L’informazione gioca un ruolo cruciale in tutto questo. La partecipazione presuppone una conoscenza che oggi è collocata su un’asticella alquanto alta. La sfida è anche questa. La comunicazione politica deve riuscire ad avere una capacità di sintesi in grado comunque di stimolare l’interesse nella cittadinanza, così che ognuno possa sentirsi invitato ad esprimere la propria opinione, con lo scopo di limitare gli spazi dei monologhi ed aprire invece un dialogo per raccogliere i pensieri e le idee di ciascuna persona che vorrà partecipare a questa nuova stagione. L’apertura dovrà essere totale, non solo nella fase costituente del partito, ma questo processo dovrà caratterizzare sempre più l’attività del PD. Incontri col pubblico, quindi, non una volta l’anno, bensì con una frequenza maggiore, per avere la possibilità di recepire le istanze e le idee dei cittadini. Confronti periodici anche con interlocutori “di rappresentanza”: associazioni di categoria e dei lavoratori, dei consumatori, mondo del volontariato, rappresentanze dal mondo della scuola e della sanità. Stimolare la partecipazione ed ascoltare. Con momenti, poi, di pura democrazia partecipativa, come il voto alle elezioni primarie. O come, mi immagino, il voto su particolari questioni locali nelle quali sarà d’obbligo ascoltare l’opinione della comunità.
L’importanza di creare un grande movimento non si deve poi scontrare con la paura di creare un’unica grande voce. La capacità di decidere è una virtù, corollario se vogliamo della sopra auspicata semplificazione del complesso mondo in cui viviamo. Un grande partito, come il PD si appresta a diventare, ma soprattutto le persone che lo compongono, non dovranno mai stancarsi di dialogare al proprio interno. E’ auspicabile l’aggregazione di molti degli attuali partitini in pochi grandi soggetti, ma all’interno di questi vorrei trovare una miriade di voci che parlano ed il doppio di orecchie pronte ad ascoltarle, nella ritrovata convinzione che di infallibile non c’è nessuno, tantomeno il gruppo ristretto della classe dirigente di un partito.
E adesso largo ai temi…

Alessio

mercoledì 12 settembre 2007

3 gruppi di lavoro per promuovere il Partito Democratico di Fucecchio

Dopo un'accesa discussione, ieri sera (martedì 11 settembre) sono state individuate le future tappe che il Comitato per il Partito Democratico di Fucecchio percorrerà in vista delle elezioni primarie del 14 ottobre.

Verranno costituiti 3 gruppi di lavoro:

il primo si occuperà dell'organizzazione generale e della predisposizione delle sedi in cui si svolgeranno le elezioni primarie a Fucecchio. A tal riguardo le sedi dovrebbero essere 6: 2 in centro (Piazza XX Settembre e via I Settembre), 4 nelle frazioni (S. Pierino, Botteghe, Massarella, Ponte a Cappiano).

Il secondo gruppo si occuperà della comunicazione, cioè di far conoscere il percorso che si sta facendo a Fucecchio ed in tutta Italia per la costituzione di un soggetto politico nuovo e della possibilità di poter scegliere il segretario regionale e nazionale attraverso le elezioni primarie del 14 ottobre.

Il terzo si occuperà, invece, dell'organizzazione di gruppi di lavoro su tematiche specifiche prendendo come spunto il Manifesto del Partito Democratico.
Il prossimo incontro è previsto per martedì 18 settembre alle 21:30 presso il Circolo Arci in zona Samo.

lunedì 10 settembre 2007

MARTEDì 11 SETTEMBRE: SI COSTITUISCE IL COMITATO PROMOTORE PER IL PD DI FUCECCHIO


Martedì 11 settembre 2007 il Comitato promotore per il Partito Democratico di Fucecchio si riunirà per eleggere i suoi rappresentanti.
L'incontro si svolgerà presso la sala della Coop di Fucecchio in via Fucecchiello 7, alle ore 21 e 30.


Nell'occasione tutti i presenti avranno la possibilità di intervenire per esprimere le proprie proposte ed idee. Saranno definite, inoltre, le prossime iniziative del comitato cittadino in vista delle elezioni primarie del 14 ottobre, data in cui si voterà il segretario nazionale e il segretario regionale del Partito Democratico.


L'incontro è aperto a tutta la popolazione fucecchiese e a tutti coloro che seguono con interesse la nascita del Partito Democratico.

Manciulli: "Voglio cambiare la Toscana"


"Vi parlo di lavoro e di idee nuove"



Intervista di Pietro Jozzelli su La Repubblica Firenze 9 settembre 2007

Un progetto di cambiamento per la Toscana. La politica come spirito di servizio: "accetterò il giudizio democratico delle persone sul mio lavoro". L´annuncio che riconoscerà solo le liste che condividono la sua proposta di modernizzazione. Andrea Manciulli, candidato segretario del partito democratico alle primarie del 14 ottobre, avanza idee, valori, condizioni politiche.
Manciulli, adesso un avversario ce l´ha, una donna, Cristina Bandinelli. Che impressione le fa combattere con una donna?
«La parità è un bene, nella mia segreteria ci sono metà uomini e metà donne. Ma se c´è parità vera, che argomento è? Contano le idee. Io propongo di cambiare la Toscana, Veltroni di cambiare l´Italia. Cambiare i costumi, l´idea della politica. Se ci sono più proposte, meglio. Eppoi dal 15 ottobre staremo fianco a fianco a far crescere il partito democratico».
Lui si richiama a Veltroni, la Bandinelli a Rosy Bindi. Ieri Bandinelli ha lanciato su Repubblica qualche frecciata: troppi uomini di partito nelle liste per le primarie, io rappresento gli imprenditori e i volti di ogni giorno, cioè la società civile e non la nomenklatura.
Manciulli, uomo educato ma puntiglioso e talvolta focoso, non ci sta.
Replica con garbo, cioè evitando il batti e ribatti, ma affermando una proposta di cambiamento generale in cui chiama a decidere su questioni di fondo: modernità e innovazione, una nuova idea della politica dopo le deturpazioni recenti, un salto in avanti in cui politica e società civile ritrovino l´impegno al bene collettivo.
Manciulli lei è nomenclatura, anzi nomenklatura?
«Io sono uno storico che si è impegnato in politica. Sono partito da Piombino, dalle acciaierie di Piombino. Se la vita mi porterà a cambiare, farò lo storico. Ho 38 anni e mio padre, operaio delle acciaierie, mi ha fatto vedere che cos´è il lavoro. E che cosa significa fare un lavoro pensando al fine generale. Quanto alla nomenclatura e alle liste del Pd, una cosa mi è chiara: il partito democratico non nasce se non con una grande apertura, metà donne, metà uomini, giovani, cervelli. Un partito per il futuro, con persone che aggiungono la loro elaborazione alla elaborazione degli uomini di partito. L´adesione di Enzo Cheli rappresenta questo segnale, l´impegno per un nuovo progetto che tutti coinvolga. Un partito finalmente nazionale, perché se hai il 10% in Lombardia non cambi il paese, non puoi essere il partito delle riforme. Per quanto mi riguarda, io non sarò candidato capolista, ma verrò dopo una donna. E riconoscerò solo le liste che accetteranno il mio progetto. Aggiungo che per me la politica è spirito di servizio, vuol dire accettare il giudizio democratico degli elettori ».
Lei è il segretario regionale uscente dei Ds. Qual è il suo fine generale?
«Da almeno 15 anni la contrapposizione tra politica e società civile ha molto indebolito l´idea stessa della politica. Da noi, le cose vanno meglio ma la coesione ci spinge a cullarci un po´ troppo su quel che siamo stati, mentre sfide formidabili avanzano. Tendiamo all´appagamento, mentre abbiamo bisogno di infrastrutture, di welfare moderno, di risolvere il deficit di natalità. In chiave nazionale, Veltroni ha dato prova di essere la persona giusta per rilegittimare con le sue idee l´idea stessa della politica. E´ stato concreto come amministratore di Roma, ha lanciato messaggi di modernità alle nuove generazioni, ha puntato sulla contemporaneità. E´ lui l´uomo che darà l´impulso giusto al nuovo partito».
Bandinelli parla agli imprenditori. Lei?
«Voglio aiutare le imprese a crescere nella scala della competitività. Qui abbiamo tre grandi centri universitari, io punto sui cervelli, sulla conoscenza per fare di questa regione quanto hanno fatto Barcellona o Parigi o Londra con le loro aree di riferimento. Servono manager, tecnologie, intraprendenza. E serve modernizzazione: cioè cablaggio, rete, mobilità urbana moderna. Ma non parlo solo alle imprese, parlo anche al mondo del lavoro. Proprio per la sua storia, la Toscana si fa promotrice di un rilancio dell´idea del lavoro. Non si è "ganzi" solo se si ottiene un successo personale, sconfitti se "si va a lavorare". E´ l´armonia intorno al fine generale dello sviluppo del territorio tra chi lavora e chi investe, che dobbiamo rilanciare, è qui che nasce la progettualità positiva per il gran salto».
Che pensa dell´ordinanza sui lavavetri?
«Il tema della sicurezza è fondamentale per la sinistra. Un´anziana signora mi ha detto: fino a pochi anni fa potevo lasciare le chiavi nella porta, ora non più: e questo è un peggioramento. Non le do torto, l´insicurezza colpisce soprattutto i più umili. Non serve solo la repressione, ma rispetto delle leggi e politiche preventive. Città che funzionano meglio, che combattono il degrado, più illuminate, con i trasporti che fanno il loro dovere, sono città più sicure».

Sbarbati: Repubblicani Europei in campo per Veltroni. Trovato accordo, alle primarie ci saremo

Le primarie del Partito democratico si arricchiscono di un nuovo protagonista. I Repubblicani europei di Luciana Sbarbati scendono in campo e annunciano: parteciperemo alle primarie del Pd e sosterremo la candidatura di WalterVeltroni. La decisione e' stata presa dopo un incontro con il sindaco di Roma, avvenuto ieri mattina in Campidoglio. Un faccia a faccia tra il segretario in pectore del Pd, il presidente dei Repubblicani europei Adriano Musi e la segretaria nazionale Luciana Sbarbati.
Sbarbati, gia' membro del comitato dei 45 che ha stilato leregole per il prossimo 14 ottobre, nelle scorse settimane non aveva nascosto le sue critiche a un processo "verticistico" e "privo di un reale dibattito sui contenuti". Ieri, pero', l'incontro con Veltroni e' stato positivo: "Abbiamo trovato un accordo sulla nostra piattaforma programmatica che avevamo inviato a Veltroni. Ora lavoreremo per mettere a punto la nostra partecipazione nelle liste, naturalmente a sostegno del sindaco di Roma". I contenuti dell'accordo sono quelli per cui i Repubblicani si battono da tempo: "Scienza e ibera ricerca- spiega Sbarbati- ma controllata nelle sue applicazioni. Una politica estera ispirata al multilateralismo e uno Stato improntato a una sana laicita', che non vuol dire laicismo".
Il prossimo appuntamento in calendario e' quello del 22settembre, quando Veltroni sara' ospite dell'assemblea nazionale dei Repubblicani, che si terra' all'hotel Palatino di Roma. Una presenza che sugellera' l'accordo in vista delle primarie: "Sono contenta- aggiunge Sbarbati- perche' quest'occasione non e' stata sprecata. La nostra partecipazione aumenta il pluralismo interno al Pd e offre spazio a una cultura leale ma concorrente nella definizione delle caratteristiche del nuovo partito".
Infine, Sbarbati lancia un appello in sintonia con gli altri candidati alla guida del Pd: "Sarebbe molto meglio se il 14 ottobre si facesse pagare un euro, invece che cinque, agli elettori. Sarebbe un modo certo per aprire a una maggiore partecipazione".
(Fonte Agenzia Dire, 8 settembre)

Pd: entra Alleanza Riformista, Veltroni le dà il benvenuto. A Napoli assemblea nazionale socialisti ex SDI con Del Turco

''Chiudiamo il secolo delle divisioni, basta con le diaspore dei socialisti, il futuro del riformismo e' nel Partito Democratico''. Ottaviano Del Turco sceglie Napoli per traghettare Alleanza riformista, la nuova sigla che racchiude i socialisti che hanno rotto con lo Sdi, nel Partito Democratico. E a dare il benvenuto nella casa dei riformisti alla nuova formazione che si aggiunge a Ds e Margherita giunge, nella sala della Mostra d'Oltremare gremita da oltre 500 persone, il messaggio augurale di Walter Veltroni.''Non c'e' altra strada per i socialisti - ha spiegato DelTurco chiudendo i lavori della prima assemblea di Ar - non puo'costruirsi un partito democratico senza la presenza, il ruolo,le idee e i valori della tradizione riformista''. Tradizione, ma non identita' ''che ha portato ai settarismi - spiega Del Turco - e che dovra' smarrirsi e confondersi con le altre storie nel nuovo soggetto''.
''Credo che lo smarrimento dell'identita' dentro la nuovaformazione - ha rimarcato il presidente dell'Abruzzo - sara' un arricchimento per il Paese e non l'abbandono di una storia di cui sono orgoglioso''. Quanto allo strappo con lo Sdi che per il momento rimane fuori dal progetto del Pd Del Turco non capisce ma confida in un ripensamento: ''Ci sono dei compagni - dice - che hanno scelto di prendere il treno successivo. Peraltro i socialisti furono i primi a parlare nel 2002 dell'esigenza del partito Democratico: e' un ritardo che non capisco, quello dei miei amici, ma che rispetto e penso che con un po' di pazienza staremo tutti assieme''. Del Turco, infine, ha apprezzato il messaggio del candidato alle segreteria del Pd, Veltroni, in cui si ricordava la figura di un grande riformista partenopeo, Francesco De Martino.
Prima di Del Turco, l'ex ministro per il Mezzogiorno Claudio Signorile ha ribadito le ragioni della scelta con la necessita' di porre un argine all'eccessiva frammentazione del sistema politico costretto a fare i conti con estenuanti mediazioni.''Il socialismo non puo' essere identificato con un partito - ha detto - il socialismo e' una delle grandi civilta' che hanno segnato la storia del mondo''.
(Fonte Agenzia ANSA, 8 settembre)

Veltroni in Emilia: Il Pd sara' un grande partito di popolo

Le dichiarazioni del candidato leader alla guida del Pd Walter Veltroni.

Il Partito Democratico "sara' un grande partito di popolo" e dovra' diventare, "e lo diventeremo, il primo partito in Italia". Cosi' ieri il sindaco di Roma e candidato alla guida del PD, Walter Veltroni, dal palco della Festa dell'Unita' di Reggio Emilia."Adesso comincia una nuova pagina - prosegue Veltroni - e tutti noi dobbiamo lavorare per costruire consenso intorno, parlando con e tra la gente, perche' quello che la politica ha perso ormai e' il dialogo, c'e' solo un dialogo tra sordi".Invece, aggiunge Veltroni, "noi dobbiamo ricostruire il senso corale del formarsi della politica e del formarsi del consenso", guardando al domani "con ottimismo", perche' e' ora di finirla "col non essere mai contenti di nulla". Per questo, "il PD sara' un partito aperto e, perche' no, allegro". Ma, soprattutto, Veltroni garantisce che non ci saranno polemiche, "anche perche' non ho mai polemizzato con nessuno, come vedete non ho mai pronunciato il nome, quel nome che dal '94 in poi abbiamo pronunciato troppo continuamente", riferendosi al leader del centrodestra. "Vogliamo - insiste - una politica seria, che non insulti nessuno, e se non lo faccio al di fuori del PD figuriamoci se lo faccio al di dentro, tra di noi".
Infine, un richiamo ai valori perche' "un partito non sta insieme se non ha valori comuni, diventerebbe solo un luogo per mestieranti e professionisti. Ma sia la politica che la societa' hanno bisogno di valori" e il PD dovra' in questoessere "un punto di riferimento". In serata Veltroni, intervenendo con Dario Franceschini a Ferrara, alla Festa del PD e' tornato sul tema della sicurezza."Il diritto alla sicurezza di tutti i cittadini e' sacro e inviolabile, per fortuna una serie di sindaci lo ha posto con grande forza". Walter Veltroni apprezza il progetto annunciato dal ministro degli Interni Giuliano Amato. "Amato giustamente- dice Veltroni- vuole fare una serie di interventi dei quali i piu' importanti secondo me sono quelli che devono servire a garantire l'effettivita' della pena". La "legalita' e' tutta e tutte le leggi dello stato vanno rispettate. Chi fa del male a cose o persone si deve assumere le proprie responsabilita'".

Veltroni: Per una forza di sinistra il tema della sicurezza è fondamentale

ASSISI (PERUGIA) 1 SET - ''Ho detto in passato che il tema della sicurezza non e' di destra ne' di sinistra, voglio andare oltre: non riesco a immaginare nessuna forza di sinistra o di centrosinistra che non assuma il tema della sicurezza come principale per i cittadini''. Lo ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni parlando dal palco del seminario dei popolari della Margherita sul partito democratico. ''So che il tema della sicurezza e' un tema estremamente sentito e ci sono fatti di fronte i quali non si puo' stare zitti - ha proseguito Veltroni - la sicurezza e' uno dei problemi piu' sentiti e una grande forza popolare non puo' non stare dove stanno le insicurezze della popolazione specie dei piu' deboli''. Il sindaco di Roma ha parlato della necessita' di ''costruire un nuovo equilibrio'' nelle citta', dalle piu' grandi alle piu' piccole e questo ''ci sara' solo se tutte le istituzioni saranno in grado di garantire un diritto fondamentale del cittadino che e' quello di vivere sicuro''.''Ieri - ha aggiunto Veltroni - ho fatto fare una serie di interventi ai vigili urbani e abbiamo trovato 5 casi di persone che facevano sfruttamento dei bambini: si tratta di un intervento repressivo o di politica sociale?''. Veltroni tocca solo tangenzialmente la questione dei lavavetri osservando che oggi sulle cronache c'e' quella ma esistono molti altri problemi e sul tema dice che: ''Non basta solo una politica repressiva ma serve integrazione sociale''.Il sindaco di Roma conclude avvertendo che ''una societa' che ha paura e' pericolosa perche' genera chiusura e conservazione, noi dobbiamo rappresentare la riapertura di una stagione di speranza e coesione sociale''.
(Fonte Agenzia Ansa)

Sicurezza, Ambiente, Precarietà: le nuove sfide globali del Centrosinistra

Intervento di Walter Veltroni all’università estiva di Les Gracques, Parigi
Cari amici, vorrei ringraziarvi per avermi invitato a essere oggi qui, assieme a voi, ospite del Circolo “I Gracchi”. Il titolo che avete scelto per questo dibattito, “Le raisons politiques de la défaite et les voies de la refondation”, rimanda ovviamente, per prima cosa, al vostro Paese, all’esito delle elezioni presidenziali, alla riflessione che si è aperta nella sinistra francese all’indomani della bella e coraggiosa battaglia condotta da Ségolène Royal e dopo il risultato delle elezioni legislative.
Io vorrei però dire subito che questa riflessione sul futuro, sulle strade da prendere per aprire una nuova stagione, è qualcosa che riguarda tutti noi, tutto il vasto campo delle forze di sinistra e di centrosinistra in Europa. Lì dove si è perso, certo, in Francia come in Germania; ma anche in quei Paesi, come il mio, dove un anno fa siamo tornati al governo, con Romano Prodi. O dove invece l’esperienza di governo dura da un decennio, come in Gran Bretagna, perché anche le migliori idee e le soluzioni più efficaci non possono restare per sempre uguali a se stesse, hanno bisogno di un costante aggiornamento.
Ed è una riflessione, quella sul futuro della sinistra e del centrosinistra, che riguarda tutti anche dal punto di vista della storia e dell’identità di ognuno. Riguarda i partiti socialisti e socialdemocratici di antica origine, chiamati oggi a rinnovare profondamente la loro strategia e i loro programmi. E riguarda chi, come accade a noi in Italia, insieme al compito di adattare la sua visione e le sue proposte ai problemi del XXI secolo, ha l’esigenza di misurarsi una volta per tutte con la vicenda complessa e articolata della sinistra, per ricomporre finalmente le divisioni che hanno attraversato il campo del riformismo.
La strada che abbiamo scelto, lo sapete, è quella iniziata più di dieci anni fa, quando nacque l’Ulivo. Il progetto in cui siamo impegnati, e che il prossimo 14 ottobre avrà il suo momento fondante, è quello di dar vita ad un partito nuovo, al Partito democratico. La grande forza riformista che l’Italia non ha mai avuto. L’incontro, che non è semplice accostamento ma creazione nuova, di culture e forze che hanno deciso di superare la loro parzialità, la loro separatezza, la loro insufficienza, e di portare all’approdo più avanzato quel “libero scambio delle idee” che una volta proprio Anthony Giddens, intervenuto qui stamattina, ha definito condizione indispensabile di ogni innovazione politica. Ecco, io credo che ogni riflessione su come possiamo incamminarci lungo una via nuova debba partire da qui, da questa constatazione: di fronte ai problemi che oggi si pongono dinnanzi a noi, nessuna delle grandi famiglie ideologiche che rientrano nel vasto campo del centrosinistra europeo, né il socialismo, né il liberalismo di sinistra, né il cattolicesimo democratico, possiede, da sola, le soluzioni sufficienti. Nessuno di noi, nessuna delle nostre culture politiche, è in grado, da sola, di fornire tutte le risposte alle grandi novità con cui dobbiamo misurarci, con cui la vita delle persone si misura ogni giorno. Viviamo in un tempo di grandi e profondi cambiamenti. Cambiamenti che all’interno di ogni singolo Paese hanno a che fare con il frantumarsi dei tradizionali aggregati collettivi, con la difficoltà di sostenere economicamente le istituzioni di welfare così come le abbiamo conosciute fino ad oggi, con una individualizzazione delle attività lavorative e dei modelli di vita che rende le nostre società “società degli individui” e non più delle classi, dei “consumatori” e non solo dei “produttori”; comunità di persone che chiedono libertà e possibilità di scelta, che non vogliono più essere guidate, ma vogliono avere informazioni, partecipare, essere più responsabili del proprio destino.Cambiamenti che allargando lo sguardo, uscendo dall’ormai insufficiente dimensione nazionale, significano mutamenti climatici e minacce crescenti all’ambiente, uso distorto di risorse primarie e dissipazione di fonti energetiche, grandi spostamenti migratori non efficacemente controllati, squilibri tanto inaccettabili quanto pericolosi tra Nord e Sud del mondo, guerre “preventive” e conflitti dimenticati, un terrorismo internazionale che ha fatto irruzione nelle nostre vite come una minaccia costante e terribilmente concreta.Il tutto mentre l’economia globale e le nuove tecnologie fanno entrare il mondo, ogni giorno, nelle case di ciascuno di noi. Un mondo, ha scritto un vostro celebre connazionale, Marc Augé, che finisce per essere percepito “come un’unica città dove tutto comunica, anche i pericoli”.
E’ un tempo di insicurezza, il nostro. Un’insicurezza radicata e complessa, perché è data da un’insieme di precarietà sociale e assenza di garanzie nell’immediato, e da una incertezza esistenziale che diventa pessimismo e sfiducia se si guarda al futuro. Succede così che anche lo sviluppo tecnologico più che come opportunità venga visto come una minaccia, e che le scoperte scientifiche o i cambiamenti del costume sociale siano vissuti con timore, come una messa a repentaglio di identità e di stili di vita consolidati. Sappiamo bene come risponde la destra, la nuova destra, a questa fondamentale domanda di sicurezza. Risponde con l’egoismo sociale, con la chiusura particolaristica, con l’allarme e l’esortazione a innalzare muri contro tutto ciò che non si conosce, che potrebbe comportare un pericolo e che per questo deve restare estraneo. E’ una risposta sbagliata e dannosa, ma è una risposta. E noi non possiamo sottovalutarla, perché comunque dietro di essa c’è un apparato di idee e di valori, che possiamo non condividere, ma che è evidentemente in grado di attrarre consensi. Anche tra chi avrebbe motivi di ordine economico e sociale per stare da quest’altra parte.
Il fatto è che i vecchi schemi non reggono più, che gli strumenti di un tempo non sono più adeguati. Lo sbaglio più grave che oggi noi potremmo fare è quello di star fermi. E’ uno sbaglio verso il quale non siamo affatto immuni. L’Europa è andata tanto più a destra, in questi anni, quanto più la sinistra non è stata capace di cambiare ed è rimasta imprigionata in categorie che l’hanno fatta apparire conservatrice, ideologica e chiusa; quanto più la sinistra ha continuato a seguire la logica dei “blocchi sociali”, della sola difesa di tutele acquisite senza un impegno altrettanto grande per garantire diritti fondamentali a tanti nuovi soggetti, i giovani per primi, che ne sono privi. Eppure se c’è una cosa che nel corso della storia ha fatto la grandezza della sinistra, è stata proprio questa: la capacità di cambiare, di comprendere i mutamenti e di spendere le proprie idee, la propria forza, contro chi voleva che tutto restasse come sempre, che nulla intaccasse gli antichi privilegi. O contro chi voleva che il fiume dei cambiamenti scorresse senza un alveo, prefigurando una “mano invisibile” capace di governare le cose, anche se questo poi significava, in realtà, indifferenza per la sorte dei più deboli.Così come noi la conosciamo in Europa, questo ha fatto in duecento anni di vita la sinistra: quella liberale e repubblicana nel XIX secolo e poi, per restare nel campo del riformismo, quella socialista e socialdemocratica, che nel corso del Novecento ha migliorato le condizioni dell’uomo in rapporto alla produzione, ha diffuso possibilità di partecipazione prima inesistenti, ha determinato un grande cammino di emancipazione sia di natura politica, sia di natura economica.
Ieri, a spingere la sinistra a cambiare, a cercare nuove teorie e a darsi nuove forme organizzative fu l’industrializzazione di massa, fu l’inaccettabilità della fatica e dello sfruttamento di milioni di persone. Oggi, a richiedere alla sinistra e a tutte le forze di centrosinistra una ridefinizione di sé, sono fenomeni altrettanto grandi e forse ancora più complessi, che pongono problemi inediti e domande nuove. Servono dunque risposte nuove. Per alcuni si tratterà di una profonda innovazione di programmi e strategie politiche, per altri di un radicale cambiamento, tale da investire identità e organizzazioni. In ogni caso di questo si tratta: di uscire dal recinto delle nostre sicurezze e delle convinzioni consolidate, trattenendo ciò che di buono e di attuale in esse c’è, e cercare, con apertura e con coraggio, ciò che di altrettanto valido c’è nelle idee degli altri, così come ciò che di fruttuoso ci può essere in tanti terreni ancora inesplorati.
Non è solo un obbligo, è una grande occasione. Staccarsi dalle ideologie del passato rende più liberi di pensare al futuro, più capaci di prendere posizioni nette e anche radicali su tante questioni che sfuggono alle categorie interpretative di un tempo.Prendiamo ad esempio l’emergenza ambientale. Il clima che cambia non è più un rischio del futuro, una minaccia ipotetica per le generazioni che verranno. E’ una realtà. Il clima cambia perché tagliamo le foreste pluviali, perché bruciamo troppo carbone e petrolio, perché scarichiamo nell’atmosfera terrestre troppa anidride carbonica, al ritmo impressionante di 70 milioni di tonnellate ogni ventiquattro ore. Il clima cambia e l’umanità, la sua parte più povera per prima, già paga prezzi pesanti per le temperature che si alzano, per i deserti che avanzano, per le siccità e le alluvioni che si fanno più intense e più violente. Sono milioni, soprattutto in Africa, i “profughi” del clima, senza più terra da coltivare, senza più raccolti di cui vivere.
Diciamo la verità: non è guardando indietro, alla nostra storia, che troveremo le risposte giuste, gli strumenti migliori per attrezzarci a una sfida che ha ormai un valore universale e un’urgenza estrema. Le nostre tradizioni politiche si sono formate in un tempo in cui l’ambiente non era un problema, in cui la concezione del progresso non si poneva il problema della sostenibilità, e le risorse erano considerate inesauribili e tranquillamente sfruttabili. Ora sappiamo che non è così. Ce lo ha insegnato la cultura post-ideologica dell’ambientalismo. Eppure, proprio per dare un’idea della grandezza e della velocità dei cambiamenti, e insieme della non autosufficienza di ognuna delle culture della sinistra e del centrosinistra, l’ambientalismo stesso, per quanto più giovane delle altre grandi tradizioni riformiste, è chiamato oggi ad un profondo rinnovamento.
Mi è capitato, di recente, di usare l’espressione “ecologismo dei sì” per definire una cultura e un concreta politica che rifiuta la logica del no a tutto e si batte per “fare” anziché per “non fare”. Un ecologismo che sostenga, anziché contrastare, l’energia eolica, l’alta velocità, i rigassificatori, le infrastrutture necessarie a ridurre i consumi di petrolio e carbone. Un ecologismo che facendosi politica generale contribuisca a fare del centrosinistra l’artefice di un cambiamento del modo di produrre e di consumare energia, seguendo ad esempio la via indicata dall’Unione Europea con i tre obiettivi “20%” da raggiungere entro il 2020: meno 20% sulle emissioni di anidride carbonica, meno 20% sui consumi energetici, più 20% almeno di fonti rinnovabili.
Di altrettanta innovazione e coraggio la sinistra ha bisogno sul terreno che da sempre è il suo, quello sociale. Non cambiano, non possono cambiare, i nostri compiti fondamentali: accompagnare alla crescita economica la coesione sociale, ridurre le disuguaglianze, creare le opportunità perché nella vita e nel lavoro vi siano le stesse chances per tutti, perché le capacità di ciascuno possano essere messe alla prova indipendentemente dalle condizioni di partenza. A cambiare è piuttosto il modo di rispondere a questi compiti, perché oggi c’è una gigantesco problema che va sotto il nome di precarietà e che riguarda soprattutto le giovani generazioni, e ci sono fondamentali domande di sicurezza da una parte, di libertà e fluidità sociale dall’altra, che tagliano trasversalmente strati e ceti che sono sempre più mobili, sempre meno definibili.Un principio, allora, che dobbiamo fare compiutamente nostro, senza alcuna remora, è che senza crescita dell’economia e delle imprese ogni obiettivo di equità sociale e di creazione di opportunità si allontana. Diciamolo con chiarezza: se l’economia va male, non ci può essere giustizia sociale.
E’ la povertà, non la ricchezza, il nostro primo avversario. Più che sui privilegi dei garantiti, il nostro impegno deve concentrarsi sulle esigenze dei più deboli. In particolare dei bambini poveri e degli anziani non autosufficienti, che sono le prime vittime del mancato adeguamento dei sistemi di welfare alla nuova realtà della società e dell’economia.
E poi, ripeto, dobbiamo preoccuparci dei giovani costretti a vivere in modo precario, a vivere una vita part-time, con lavori saltuari, guadagnando poche centinaia di euro al mese e rimandando all’infinito la possibilità di avere una casa propria, di metter su famiglia, di avere dei figli. Nel mio Paese sono tre milioni i ragazzi che si trovano in questa situazione. E troppi sono i giovani che facendo lo stesso lavoro dei colleghi più anziani guadagnano il 35% in meno rispetto a loro. Una forbice che si allarga, considerando che negli anni Ottanta eravamo al 20% in meno. E così il 70% dei giovani italiani sotto i 30 anni è obbligato a vivere con i genitori, e colpisce ancora di più sapere che lo stesso accade per il 30% di coloro che hanno tra i 30 e i 34 anni. Dieci anni fa era il 20%. I giovani, il loro futuro, la lotta alla precarietà. E’ questo che deve stare più a cuore a tutte le forze del centrosinistra. La precarietà oggi si traduce in una condizione di “sfruttamento” paragonabile a quella in cui si trovavano un tempo gli operai delle grandi fabbriche. Davvero non vedo come la sinistra e gli stessi sindacati possano non avere come priorità l’affermazione dei loro diritti, la creazione di un efficace sistema di ammortizzatori sociali, di contrappesi sul piano della continuità previdenziale, della formazione nella transizione da un posto all’altro, della solidità delle indennità di disoccupazione.Anche qui dobbiamo dirlo con chiarezza: ci sono interessi comuni e delle giovani generazioni che vengono prima degli interessi di parte o dei vantaggi di breve termine di chi peraltro già dispone di una buona quantità di garanzie. Con altrettanta decisione dobbiamo togliere alle destre la bandiera della libertà. Era una vecchia e cattiva utopia quella che faceva dell’uguaglianza la nemica della libertà. Oggi, per noi, nella nostra idea di equità e di giustizia sociale, le due cose non possono che stare insieme. Libertà di tutti, e non di pochi. E uguali opportunità. Dobbiamo contrastare il meccanismo per cui gli individui che hanno acquistato superiorità in una sfera di produzione utilizzano tale superiorità per avanzare in tutte le altre sfere, e preoccuparci di mettere sempre più persone nella condizione di fare cose che inizialmente non erano in grado di fare, offrendo loro la possibilità di essere libere, di esercitare le loro libertà. E insieme alla libertà, c’è un altro problema su cui il centrosinistra deve vincere definitivamente timidezze e conservatorismi, per evitare che ad impossessarsene continui ad essere la destra: è il tema della sicurezza, del modo di contrastare la criminalità e l’illegalità, di affrontare i complessi nodi che hanno a che fare con l’immigrazione e con le questioni legate alle identità culturali.
Possiamo credere che molto sia dovuto alle disuguaglianze e alla minore o maggiore capacità di apertura e di integrazione che dimostrano società ed istituzioni, e se lo crediamo abbiamo il dovere di fare tutto quanto è nelle nostre capacità per lavorare su questo piano, sul piano delle politiche sociali e dell’inclusione, che certo ha conseguenze decisive sul medio e lungo periodo. Mentre facciamo questo, però, non abbiamo alcun diritto di considerare ingiustificate o irrilevanti le preoccupazioni delle persone, e abbiamo anzi il dovere di offrire loro soluzioni immediate. Chi viola la legge, chi commette un reato, chi compie un crimine, un atto di terrorismo o una qualsiasi forma di violenza, deve avere la certezza che sarà trattato con assoluta fermezza, che dovrà rispondere delle sue azioni alla giustizia e che andrà incontro a una pena giusta e certa, quale che sia la sua nazionalità. Nessuna remora su questo. Non solo perché è giusto, perché stiamo parlando della libertà delle persone, che non è tale, non è effettiva, quando si ha paura di uscire la sera, di fare una passeggiata in un parco o di mandare i propri bambini a giocare sotto casa. Nessuna remora perché il centrosinistra deve avere la convinzione di possedere le soluzioni migliori, in questo campo. Perché siamo noi, e non la destra, a sapere che integrazione e legalità, multiculturalità e sicurezza, possono vivere solo insieme. Siamo noi ad avere la solidale consapevolezza che chi arriva nei nostri Paesi per scappare dalla fame e dalla guerra deve trovare accoglienza, opportunità e diritti. E proprio per questo, al tempo stesso, siamo noi, è un centrosinistra moderno e innovativo, a poter pretendere da tutti rispetto dei doveri e delle leggi che regolano le nostre comunità, distinguendo dalle persone oneste e più sfortunate chi invece viene qui per far del male agli altri. Nei confronti di costoro non c’è che la via della severità e delle giustizia. E’ tutto questo, è l’insieme delle nostre idee, della nostra politica di fronte ai cambiamenti dentro i quali siamo immersi, a definire più di ogni altra cosa la nostra identità. E a questo proposito, per concludere, resto convinto che ciò di cui abbiamo bisogno a livello internazionale è un nuovo campo, dentro il quale possano vivere la straordinaria esperienza del socialismo europeo e la molteplicità delle culture democratiche che esistono nel mondo. Nessuno è chiamato a rinunciare alla sua storia o a rinnegare la sua identità. Tutti possiamo lavorare insieme, allargando le nostre frontiere ideali e aprendo nuovi orizzonti comuni, alla costruzione di ciò che già oggi è reale e che domani potrà essere ancora più forte e autorevole. Non credo si possa pensare, per dirlo con chiarezza, ad una grande organizzazione mondiale delle forze di progresso che non racchiuda dentro di sé i democratici americani o il Partito del Congresso indiano e tante nuove forze che in Africa, in Asia e in Europa nascono dalle sfide del nuovo millennio. E’ una grande casa internazionale dei democratici e dei socialisti, quella che dovremo costruire insieme. Anche così riusciremo ad affrontare i problemi che il secolo scorso ci ha lasciato irrisolti, a rispondere ai cambiamenti e alle novità del nostro tempo, a rendere più adeguata la nostra sfida in un mondo globale e sempre più interdipendente. Senza perdere mai, e anzi rinnovandola e adattandola ai tempi, quell’ambizione e quella capacità di avere una visione che faceva dire ad Anatole France che “per compiere grandi cose non si deve solo agire, ma anche sognare. Non soltanto pianificare, ma anche credere”.

Veltroni "La sfida: restituire fiducia agli italiani, smantellare il circuito dell'instabilità politica".

Veltroni risponde alle lettera pubblicata da Mario Pirani su "La Repubblica"
Caro direttore, la lettera aperta di Mario Pirani del 30 luglio contiene molti argomenti importanti. Ne vorrei discutere come in un epistolario pubblico. Una forma che va sparendo, almeno per due ragioni.
La prima è la velocità di una società che riesce a comunicare in forme inedite nella storia dell'umanità ma che sacrifica alla quantità e alla rapidità la possibilità di strutturare pensieri lunghi nella relazione tra le persone: di più ma meno, si potrebbe dire. La seconda ragione è legata alla difficoltà della politica di rendersi disponibile alla ricerca e al confronto. Il che comporta la consapevolezza del proprio ruolo come servizio, forse il più alto, nei confronti della comunità. Mi è capitato di leggere recentemente dei meravigliosi carteggi che illuminano sulla storia e i sentimenti dell'Italia che è stata prima di noi. Quello tra Giorgio La Pira e Amintore Fanfani e quello tra Giovanni e Alberto Pirelli. I protagonisti si scambiavano il loro sguardo su eventi e cambiamenti profondi e cercavano il senso delle cose e dei loro gesti, delle loro decisioni. Scriversi, leggersi, capirsi. Cioè dialogare, con l'umiltà di pensare di non avere già pronte tutte le risposte a tutte le domande. Specie in un tempo di meravigliosi cambiamenti come quelli che viviamo. Permettimi di partire da qui. Dalla decisione di Pirani, manifestata dalla firma in calce all'appello per la mia candidatura per il Pd, di tornare ad aderire ad un partito, dopo anni di esclusivo impegno civile espresso dalle sue posizioni e dai suoi articoli. Con la coscienza che questa sia la occasione decisiva per dare a questo paese ciò che non ha mai avuto: una grande forza maggioritaria della innovazione e della giustizia sociale, libera da ideologie, crocevia di culture diverse, "luogo" di una politica sobria e ambiziosa. Una forza capace di restituire unità all'Italia. Perché il nostro paese si va frammentando. Negli anni successivi alla guerra e durante i Sessanta tutto il paese sentiva di crescere. Capiva che l'arrivo della 500 nelle famiglie e la costruzione delle autostrade corrispondevano al medesimo segno: lo sviluppo di possibilità individuali e della ricchezza della nazione. Perché non c'è alternativa, davvero, a questa comunità di destino. Perché è una illusione pericolosissima l'idea, sostenuta da certa destra, che la soluzione sia scavarsi una nicchia individuale, farsi furbi, difendersi coltivando l'odio nei confronti dello stato, del "vicino sociale", dell'immigrato. Una società chiusa è un paradosso intollerabile nel tempo della globalizzazione. E genera un paese fermo, perché privato di quel motore fondamentale che è la fiducia nel futuro e la voglia di crescere insieme. Ma anche la politica è così, oggi. La frammentazione è diventata parossistica, con partiti talvolta pura proiezione di leader più o meno ambiziosi. Partiti piccoli, piccolissimi, talvolta persone che hanno nelle loro mani il destino del paese. L'egoismo politico genera quello sociale. Se il cittadino vede dall'alto messi in secondo piano gli interessi generali perché mai dovrebbe farsene carico? Il Pd dovrà assumere questa grande sfida: fare una Italia del nuovo millennio, con governi stabili, istituzioni che decidano, una società civile forte. Dovrà dare a chi abbia merito e talento la possibilità di dimostrarlo, dovrà smantellare il circuito perverso degli interessi corporativi e della instabilità politica. Dovrà restituire fiducia ai nuovi italiani, dando loro scuole e università che funzionino e una prospettiva di vita che rimuova il principale loro problema, la precarietà della loro vita. É per questo, solo per questo che vale la pena di provarci. Pirani avrà letto ciò che ho scritto nel "decalogo" di riforme istituzionali che ho pubblicato sul Corriere della Sera. Penso che si debba ridurre seriamente il numero dei parlamentari e dei rappresentanti nelle istituzioni locali, che si debba avere una sola Camera che legifera, che il governo debba avere tempi certi per l'approvazione o il diniego ai suoi progetti di legge. Penso che la legge di Bilancio debba essere approvata o respinta, in aula, dopo un attento esame della commissione competente... Penso cioè ad una democrazia che funzioni, con un sistema elettorale che faccia votare gli italiani, e scegliere il governo, sulla base di due proposte chiare e coese programmaticamente. Che poi chi ha vinto governi e non riservi ogni giorno al paese la suspence di sapere se domani ci sarà ancora la legislatura. Insomma quello che succede negli altri paesi europei, nulla di più e nulla di meno. E' chiedere troppo? E non andrebbe chiesto in primo luogo al Parlamento di por mano con urgenza alle riforme elettorali e costituzionali sulle quali stanno lavorando le apposite commissioni? Nella scorsa legislatura fu approvata in poche settimane una orrenda riforma elettorale, fatta per impedire di governare. Dopo un anno è matura una decisione su queste materie, ed è necessario mettere alla prova la volontà della opposizione. Poche, mirate innovazioni alla parte seconda della Carta e una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere il governo e al governo la possibilità di decidere. La politica deve, poi, ritrovare il suo spazio naturale. Che è quello del rapporto con la società, con le spinte e i movimenti di opinione, con le forze del sapere e del lavoro, con le culture della innovazione e dell'ambientalismo. La politica deve saper ospitare, dentro di sé e nelle istituzioni, le energie migliori del paese. La politica è anche una professione. Se esercitata bene, tra le più nobili che esistano. Ma non può diventare un club esclusivo. Ricordo un Parlamento in cui sedevano Natalia Ginzburg e Leonardo Sciascia, Claudio Napoleoni, Roberto Ruffilli e Gaetano Arfè. Ricordo Alberto Moravia a Strasburgo e Vittorio Bachelet nel consiglio comunale di Roma insieme a Lucio Lombardo Radice. La politica si deve nutrire della bellezza dell'apertura, della competizione delle idee. E deve saper conoscere anche il suo limite. Nel "suo" decalogo di maggio Pirani diceva cose importanti su due temi centrali: le Asl e la Rai. Rivendicava la necessità che si tenessero lontani due gangli fondamentali della vita nazionale dalla invadenza della politica. Concordo con lui. E vado oltre. Per fare il manager di una Asl occorrerà avere comprovate doti di conoscenza e esperienza manageriale di settore. E qualcuno dovrà certificarle. La sua idea di un concorso che formi una graduatoria e una rosa alla quale le Regioni possano attingere mi sembra giusta. Per la Rai c'è da chiedersi se sia giusto, oggi, che questa azienda abbia un consiglio di amministrazione che finisce, per la fonte di nomina e per il suo essere "piccolo parlamento", con il gestire l'azienda. Con il duplice rischio di una duplicazione di funzioni rispetto alla Commissione di vigilanza e di un oggettivo indebolimento e precarietà dei vertici aziendali e del senso di appartenenza di dirigenti e personale. Far scorrere aria nel paese, fare una Italia in cui i partiti decidano le sorti della nazione, ma non le nomine di chi deve garantire la salute e il Pd dovrà essere pienamente coerente con questo modo di intendere e praticare la politica. Il Pd dovrà essere protagonista di un allontanamento della politica dalla gestione diretta a favore delle competenze e di criteri trasparenti e obiettivi. Rifondare una etica della responsabilità e il senso degli interessi nazionali. Ridare bellezza alla politica, aprendola e rendendo viva, come stiamo facendo con le primarie, la vita democratica dei partiti. Così immagino il Pd, come una casa aperta, con donne finalmente riconosciute nel loro valore e nella differenza della loro cultura, con ragazzi ai quali non si chieda di appartenere ad una corrente ma di sentirsi protagonisti di un nuovo modo di fare e intendere la politica. Lieve e ambiziosa, non mi vengono altre parole. Credo che la decisione coraggiosa di due grandi partiti di superare se stessi sia un passo decisivo in questa visione. Dobbiamo ora mescolare fino in fondo identità e culture. Non sarà cosa di un giorno o di un'ora. Ma la fortuna di questo progetto è qui: la costruzione di una nuova e più ricca identità culturale e politica, quella dei democratici italiani. E una nuova voglia di futuro. Lo sa Pirani meglio di altri. Lui che hai vissuto il grande mutamento italiano e le occasioni perdute. Bisogna avere voglia di futuro, bisogna non rimpiangere il passato, bisogna vedere le inedite possibilità che la scienza mette oggi a disposizione di tutti noi per vivere meglio, tutti. Questo è il compito della politica: favorire la crescita, farla giusta socialmente, dare coscienza di sé ad un paese meraviglioso come il nostro. E amare gli italiani. Che hanno sempre saputo - dalla lotta al terrorismo alla genialità dei nostri imprenditori, dalla reazione alle crisi economiche più dure al talento dei nostri giovani scienziati - mandare un messaggio alla politica e alle istituzioni. Penso a Giorgio Ambrosoli, a Ninni Cassarà, a Marco Biagi, a Massimo D'Antona, a Giuseppe Impastato, a Don Andrea Santoro. Penso agli italiani che vorrebbero uno stato amico, di cui sentirsi con orgoglio parte. Da rispettare e da sentire al fianco. E' a loro che dobbiamo pensare, solo a loro.
Walter Veltroni
(5 agosto 2007)

Nasce lista "Con Veltroni: Ambiente, Innovazione e Lavoro"

Non solo ministri, ma soprattutto giovani e società civileUn logo verde pastello con all'interno scolpite in rosso un nome e tre parole: "Con Veltroni. Ambiente, Innovazione, Lavoro". il simbolo della nuova lista, una delle principali che sosterrà in tutta Italia la candidatura del sindaco di Roma alle primarie del Partito Democratico che si terranno il prossimo 14 ottobre. La nuova lista è stata presentata questa mattina presso la sede di 'La Nuova Stagione' da Ermete Realacci della Margherita, Achille Passoni della segreteria generale della Cgil, Andrea Ranieri, dirigente Ds e responsabile dell'istruzione, e Cristiana Alicata del Movimento dei Mille. Grande attenzione ai temi sintetizzati nelle tre parole espresse nel logo della lista: "Tre priorità, tre svolte culturali per una politica che deve fare i conti con le novità del tempo presente", spiega Ranieri. La lista, a cui hanno aderito con la propria candidatura i ministri Melandri, Nicolais e Damiano si pone come obiettivo quello di contribuire al cambio generazionale, e si spiega con questo la presenza di tanti giovani rappresentati dal Movimento dei Mille e dai giovani diellini. Sussidiarietà, cittadinanza attiva, ma anche meritocrazia e pari opportunità. E soprattutto quella vocazione ambientalista che, come afferma Realacci, "èproprio il punto da cui parte il discorso di Veltroni dalLingotto"."Vogliamo un partito che declini la parola qualità: qualitàdell'ambiente, qualità della produzioni, qualità del lavoro", si legge nel programma redatto in appena due cartelle, che sottolinea ad esempio come l'ambiente sia un problema drammatico che va affrontato per garantire la sicurezza dei cittadini ma anche per rilanciare l'identità italiana legata alle bellezze del nostro territorio. "Innovazione - spiega Ranieri - è la parola chiave di questa lista ed è anche innovazione generazionale praticata e non solo predicata con capilista tra i 30 e i 35 anni". Aspetto, questo, sottolineato anche dal diellino Realacci che ha spiegato come la lista miri ad un intreccio fra partiti e società civile con l'adesione di movimenti come i Cento Passi e i Mille. (APCOM)

14 Ottobre, Veltroni. abbassare quota per votare ad un euro

Dichiarazione di Walter Veltroni
Il 14 ottobre sarà un momento importante per la democrazia del nostro Paese. Per la prima volta nella storia la fondazione di un nuovo partito sarà di fatto affidata ai cittadini italiani che con il loro voto saranno chiamati ad eleggere l’Assemblea Costituente del Partito Democratico e a scegliere il segretario che lo dovrà guidare. In questi giorni in giro per l’Italia ho potuto toccare con mano la forte attesa di tantissimi cittadini per questo momento ma anche quanto però sia diffusa la richiesta, tra i giovani e le famiglie a reddito più basso in particolare, di ridurre la quota fissata in 5 euro per poter partecipare a questo straordinario evento democratico.
Mi auguro quindi che il Comitato dei 45 rivaluti le sue decisioni e stabilisca invece che tutti i cittadini possano votare versando almeno un euro.
Capisco bene che la scelta dei 5 euro era motivata con l’esigenza di garantire un finanziamento trasparente ad un’iniziativa molto impegnativa che non ha eguali nella storia italiana ma sono convinto che questo abbassamento ad almeno un euro potrà ulteriormente favorire un’ancora più massiccia partecipazione popolare al voto del 14 ottobre.
La quota dei 5 euro potrebbe tra l’altro dare la falsa impressione che con il voto si venga automaticamente iscritti al Partito Democratico mentre, come è noto, non è affatto così: chi andrà a votare aderirà al processo di costruzione del nuovo soggetto politico.

sabato 1 settembre 2007

PD: un nuovo patto di cittadinanza

Veltroni e il comunista
di Alfredo Reichlin

La novità e l'importanza di ciò che è avvenuto con la discesa in campo di Walter Veltroni consiste essenzialmente -mi pare- nel fatto che la costruzione di un partito davvero nuovo (cioè diverso da quelli attuali) ha compiuto un passo avanti serio. Non siamo più alla sommatoria di vecchi ceti politici. Veltroni ha cominciato a definire la fisionomia del nuovo partito. Una forza che si candida a governare una società moderna molto complessa e frammentata come quella italiana uscendo dai vecchi schemi dentro e indicando le condizioni possibili perché questo paese possa ricominciare a «stare insieme». Non c'entrano niente i buoni sentimenti. C'entra la consapevolezza di quali sfide stanno davanti alla nostra patria, e quindi, della necessità di un nuovo patto di cittadinanza. Un patto «inclusivo» non solo tra generazioni e interessi diversi ma tale da far fronte a quella sorta di «secessione silenziosa» del Nord dal Mezzogiorno che si finge di non vedere. Veltroni non si è nascosto affatto la gravità della crisi e la drammaticità dei problemi irrisolti. È in risposta ad essi che ha delineato una idea del futuro del paese che non è astratto perché è sorretta dalle costruzione di una nuova soggettività politica e culturale: quel tipo di forza che qualcuno di noi si era azzardato (da tempo) a chiamare «un partito nazionale».

Perchè così - e solo così - si giustifica la nascita di un nuovo partito all'interno del quale la sinistra non cancelli la sua grande storia. Una forza nuova per una situazione storica nuova. Così come accadde, del resto, con la nascita dei partiti operai al passaggio dall'agricoltura all'industria oppure come si rispose al tramonto dell'età liberale e all'avvento della società di massa: da sinistra con Roosevelt e la socialdemocrazia e da destra con un partito totalitario di massa.

Insomma, io penso questo. E qui sta la ragione del mio giudizio così positivo su ciò che è avvenuto a Torino. Ma è proprio questo evento, proprio per il suo essere così carico di nuovi sviluppi e nuove aspettative, che non chiude ma apre nuove riflessioni. Esso chiama le culture politiche (a cominciare da quella da cui vengo) a confrontarsi non solo con le persone ma con la sostanza della crisi italiana, che è non solo economica e sociale ma si configura ormai come crisi della democrazia repubblicana. C'è, infatti, una ragione se la costruzione di un partito democratico è una impresa così difficile e niente affatto moderata. La ragione è che si scontra con forze molto potenti. Pietro Scoppola ha ragione quando ci invita a chiederci se (cito) «nella storia del paese non ci siano motivi profondi di resistenza se non di incompatibilità rispetto al progetto del partito democratico». E risponde che la formula dei «riformismi che si incontrano» è superficiale perché non dà conto del problema di fondo, tuttora irrisolto, che è la sostanziale incompiutezza (cito ancora) «del processo fondativo della democrazia nel nostro paese. Perché l'amara novità è questa: quel processo, del quale sono state poste le promesse con la Costituzione, non è stato compiuto né a livello etico, né a livello di cittadinanza; né a livello istituzionale».

È evidente. Qui sta la missione del partito democratico. Una missione difficile sia per le ragioni accennate e che stanno dentro la storia italiana, ma che è resa più difficile per l'impatto che il processo reale della globalizzazione sta avendo su un sistema politico debole come quello italiano. È di questo che si parla troppo poco. E io continuo a stupirmi quando leggo che anche uomini di grande intelligenza sostengono che il problema del partito democratico consiste essenzialmente nella scelta tra i fautori del mercato (il filone liberal) e i fautori del vecchio intervento statale (il filone socialdemocratico). Ma dove vivono?

È perfino ovvio e in sé non è affatto un male, (anzi, in sé, è un portato del progresso) il fatto che nel mondo globale lo Stato ha perso la sovranità assoluta e che quindi non è più il solo garante della vita sociale politica e culturale di un popolo-nazione. Ma il grande problema è che questo vuoto non è stato riempito. E non è stato riempito non perché i politici si intromettono troppo nelle «logiche» di mercato ma perché lo Stato ha perso anche il monopolio della politica. Non è poco. Significa che non è più lui il garante della sovranità popolare cioè dei diritti uguali di cittadinanza. E ciò perché sono entrati sulla scena (come sappiamo) altri poteri molto potenti, non solo economici e finanziari, ma anche scientifici, mediatici, culturali. Io non apprezzo affatto, e tanto meno giustifico le derive oligarchiche e autoreferenziali della politica, ma credo che dopotutto sta anche qui la ragione della sua crisi così profonda. Più la politica conta meno nel senso che non è in grado di prendere le «grandi decisioni», quelle che riguardano il destino della «polis», più la politica si attacca al sottopotere e al sottogoverno. E così la democrazia si svuota e aumenta il distacco dalla gente. E si crea quel circolo vizioso per cui a una elites auto referenziale e poco rappresentativa si contrappone una società che si frantuma e si ribella al comando politico.

Se questa analisi è corretta anche quei miei amici che rappresentano il filone «liberal» dovrebbero cominciare a pensare che la vecchia dicotomia tra Stato e mercato non ha più il significato di una volta. La socialdemocrazia non c'entra. È del tutto evidente (come è stato detto e stradetto) che lo squilibrio crescente tra il «cosmopolitismo» dell'economia e il «localismo» della politica ha travolto le basi del vecchio compromesso socialdemocratico. Ed è anche vero che il neo-liberismo non solo ha vinto, ha stravinto ed è diventato da anni la ideologia dominante. Ma posso cominciare a chiedermi se le cose, le cose del mondo nuovo, lo strapotere della finanza mondiale, il sommarsi di ingiustizie abissali con la formazione di una nuova oligarchia straricca, posso cominciare a ragionare senza tabù anche sul rapporto tra mercato e sfera pubblica e sociale? Attenzione, non sul mercato come strumento essenziale dello scambio economico, evidentemente, ma come pretesa di essere il presupposto di ogni sistema sociale e di rappresentare la risposta ai bisogni di senso, di nuove ragioni dello stare insieme a fronte del venir meno delle vecchie appartenenze Veltroni ha ragione nel sottolineare la necessità di creare nuove risorse se vogliamo produrre servizi e capitali sociale (la vera povertà italiana). E queste risorse non le produce lo Stato. Per cui diventa sacrosanto tutto il discorso contro le rendite, i parassitismi, i protezionismi, ecc. E quello sulle liberalizzazioni. Ma Veltroni ha collocato queste affermazioni in un quadro molto più ampio e molto più moderno. Ha reso evidente che se la crescita non si accompagna alla creazione di nuove istituzioni (politiche, sociali, nuove relazioni sociali, capitale sociale) capaci di consentire a una società di individui di diventare cittadini, persone, cioè non solo consumatori ma creatori di se stessi, capaci di esprimere nuove capacità, noi non riusciremo mai a evitare le nuove emarginazione e le nuove miserie. Così la società si disgrega. I dati sull'apprendimento scolastico al Nord e al Sud sono impressionanti. Non è questione di soldi. I soldi ci sono. Mancano fattori sociali e culturali (le cose che fanno diversa l'Emilia dalla Calabria) che non possiamo affidare alle sole logiche di mercato.

Spero che si capirà il senso di queste mie osservazioni. Esse nascono dall'assillo di chi da tempo è dominato dalla necessità di uscire da vecchie visioni, e pensa che il problema di una nuova politica economica è creare un circolo virtuoso tra crescita e coesione sociale, tra politica ed economia. Abbiamo bisogno di un nuovo pensiero e una rivoluzione culturale. E torna in me, vecchio comunista italiano, il senso profondo della eresia gramsciana, l'idea della rivoluzione italiana intesa prima di tutto come rivoluzione intellettuale e morale. Io sogno un nuovo partito il quale faccia leva con più decisione di quanto non abbia fatto la vecchia sinistra classista sul fatto che l'avvento della cosiddetta economia post-industriale e della società dell'informazione richiede e, al tempo stesso, esalta risorse di tipo nuovo, non solo materiali: risorse umane, saper fare, cultura, creatività, senza di che la tecnologia non serve a niente; risorse organizzative senza di che è impossibile gestire sistemi complessi; risorse ambientali e relative alla qualità sociale; e quindi - di conseguenza - beni cosiddetti «relazionali», cioè rapporti sociali e istituzioni capaci di produrre fiducia, cooperazione tra pubblico e privato. Insomma un nuovo ethos civile, essendo questo il solo modo per dare ai «poveri» la possibilità di non essere messi ai margini. Far emergere, in alternativa alla ricetta neo-liberista, l'altra possibilità insita nel post-industriale, e cioè il fatto che una nuova coesione sociale può diventare lo strumento più efficace per competere.

Forse non è una grande scoperta. Ma a me sembra il solo modo per la sinistra di dare un fondamento strategico alla sua iniziativa, intendendo la strategia come la capacità di spostare i rapporti di forza e di intervenire dentro i processi reali, volgendo a proprio vantaggio la dinamica oggettiva dei cambiamenti che si producono. Abbiamo bisogno di una nuova analisi politica per capire se nella realtà effettuale, e non nei nostri desideri, sono aperte delle contraddizioni e delle linee di conflitto sulle quali si possa innestare una grande iniziativa politica.
(da l' Unità, 03-07-2007)

venerdì 31 agosto 2007

Veltroni:"Se il Sud cresce si può abbassare la pressione fiscale."

Il PD sarà un partito popolare che unirà Nord e Sud.
“Se il Sud cresce, si può abbassare la pressione fiscale”. Lo sottolinea in un passaggio del suo discorso al comitato regionale campano di sostegno alla sua candidatura a segretario del Pd Walter Veltroni. A Napoli, accolto da Teresa Armato, sua referente in regione, dal sindaco Rosa Russo Iervolino e dal presidente della Giunta regionale Antonio Bassolino, Veltroni sottolinea che occorre "cambiare l’Italia" e porre fine "al tempo in cui ci sono uomini politici che vanno al Nord e parlano del Nord e poi vanno al Sud e parlano del Sud, mettendo gli uni contro gli altri". Il sindaco di Roma fa suo l’invito "di Scalfaro, di Ciampi e di Napolitano, che ci richiamano a recuperare il senso della nazione". E aggiunge: "il Nord non vincerà mai se il Sud rimane nella condizione in cui è e il Sud non si riprenderà mai se il Nord smetterà di trainare. Non è più possibile pensare per il paese mors tua vita mea". Dunque, abbassare la pressione fiscale è possibile solo se il Sud cresce, conclude Veltroni. Un Sud che per ora è "area del paese sottoutilizzata", ma che ha "talento enorme, cultura e amministratori per bene. Anche per questo serve il Partito Democratico, un partito nuovo ma, al tempo stesso, con una forte connotazione “popolare” che si proponga di “cambiare l’Italia” rifiutando ogni provincialismo e spinga ad unire Nord e Sud.
(da www.lanuovastagione.it)

giovedì 30 agosto 2007

"Tasse più basse e trasparenti. Rivoluzione in dieci mosse"

Walter Veltroni: puntare su lotta alla povertà e crescitaLe proposte del candidato leader del Pd su fisco e servizi
di Walter Veltroni
Caro direttore,
Eugenio Scalfari ha ragione: l'esasperazione della discussione pubblica in materia di politica fiscale è la cartina di tornasole di una fase di difficoltà nei rapporti fra istituzioni e cittadini, fra politica e Paese. Luigi Einaudi, nel 1945, scrisse che "gli uomini vogliono istintivamente rendersi ragione del perché pagano; e se quella ragione non è spiegata chiaramente gridano all'ingiustizia". Dagli anni '90 la pressione fiscale italiana ha raggiunto livelli europei. In alcuni anni è diventata superiore alla media dell'Unione. È aumentata così la percezione di un divario tra i sacrifici richiesti e le prestazioni fornite dallo Stato. Esse permettono ai cittadini italiani di fruire di servizi pubblici, come sanità e istruzione, ben più universali e meno costosi di quelli di altri paesi. Ma un divario esiste e dipende dal servizio di un pesante debito pubblico, i cui interessi si mangiano ogni anno quasi cinque punti di Pil. Ne consegue che se non si incide qui - riducendo il debito e riqualificando la spesa pubblica - il cittadino continuerà ad avere difficoltà a capire se quanto paga è il giusto. Quella parte dell'opposizione che incita allo sciopero fiscale non è solo composta da "persone che hanno governato per cinque anni con la più ampia maggioranza della storia della Repubblica senza riuscire nemmeno ad abbassare l'Irap", com'è stato ricordato da Luca Montezemolo. È composta da chi, in cinque anni di governo, ha aumentato di due punti e mezzo di Pil la spesa corrente primaria, più di 30 mld di Euro, senza neppure avviare quella riforma del welfare per i giovani che ha visto invece un importante primo passo nell'accordo di luglio fra Governo Prodi e Sindacati. E' il mediocre funzionamento dello Stato una delle eredità più pesanti del passato remoto e recente. Non si possono aspettare decenni per un ponte o un'autostrada. E' la competitività italiana a rimetterci.
Quindi, è indispensabile che il Partito Democratico assuma un preciso vincolo: ogni euro di nuova spesa corrente dovrà essere ricavato da un risparmio. Così proseguendo negli anni - e con un buon ritmo di crescita - la spesa corrente primaria potrà essere stabilizzata, in rapporto al Pil, poco al di sotto delle dimensioni attuali. Come? Abbandonando la logica dei tagli orizzontali e giustificando ogni spesa di ogni apparato pubblico dal primo all'ultimo Euro. Poi, misurazione dei risultati, a partire dai dirigenti, premio al merito, penalizzazione del disimpegno; ristrutturazioni e razionalizzazioni nella pubblica amministrazione; eliminazione delle tante duplicazioni e sovrapposizioni di funzioni e uffici pubblici oggi esistenti. In questo modo potranno essere finanziate quelle politiche per la qualità e la mobilità sociale - un sistema universale di ammortizzatori sociali, gli asili nido, la non autosufficienza - che sono indispensabili per lo sviluppo e la coesione. Le risorse per la spesa in conto capitale? Anche qui non potremo contare su aumenti tributari. Occorre sempre più ricorrere a schemi di finanziamento e di gestione attrattivi per capitali privati in cerca di impieghi poco rischiosi e, per la parte pubblica, a nuove politiche del patrimonio. O si gestisce questo patrimonio in modo da ricavarne le risorse necessarie per pagare una quota significativa degli interessi sul debito. O si adottano soluzioni per un'alienazione parziale e selettiva di questo patrimonio, garantendo la piena tutela dei beni culturali e ambientali. In entrambi i casi, è necessaria un'intesa tra Stato centrale ed Autonomie regionali e locali. Il centro-destra si è mosso su una linea opposta: ha finanziato nuova spesa permanente con i proventi una tantum delle dismissioni, non ha ricercato il consenso degli enti locali, ha alienato "all'ingrosso" e non selettivamente. In ogni caso, hic Rhodus: senza chiamare l'attivo patrimoniale a concorrere alla riduzione del debito, sarà quasi impossibile quel rapido salto negli investimenti materiali (strade, porti, ferrovie, aeroporti, metropolitane) e immateriali (la formazione, e cioè i cervelli dei nostri ragazzi) che solo può far tornare a crescere la produttività del sistema.
Ecco allora, nella strategia in dieci mosse che penso per il Partito Democratico, il primo impegno. Se saremo in grado di seguire gli indirizzi appena descritti su spesa e debito, accompagnandoli a quella radicale azione di riduzione dei costi della politica e di robusta iniezione di criteri meritocratici nella gestione di tutti i pubblici servizi, potremo credibilmente assumere l'impegno a ridurre la pressione fiscale, stabilizzandola nel tempo almeno due punti di Pil sotto il livello del 2006.
Secondo, a mutare deve essere la composizione interna della pressione fiscale, che oggi è sperequata a svantaggio dei contribuenti leali e a favore di quelli meno onesti. I dati delle entrate 2006 e 2007 ci dicono che - finita l'era dei condoni - il Paese si è messo sulla strada giusta: l'area dell'evasione resta molto grande, ma ha cominciato a ridursi. Merito del Governo Prodi e, in particolare, del Vice Ministro Visco. È arrivato il momento che aspettavamo da tempo: quello di restituire ai contribuenti leali - lavoratori dipendenti, autonomi, famiglie e imprese - tutto quello che si ricava dal successo nella lotta all'evasione.
Terzo, un nuovo patto fiscale si scrive non solo con i controlli severi, ma anche con la semplificazione. Un esempio concreto sarebbe il varo di un regime semplificato per le microimprese (fino a 25-30 mila Euro di ricavi), 800 mila piccoli contribuenti per i quali è sensato riunificare tutti gli adempimenti in un solo atto. E' indispensabile poi semplificare i pagamenti (fisco telematico per tutti) e promuovere tutte le forme di ravvedimento operoso. Quarto, un importante elemento di fiducia è l'impegno dello Stato alla certezza delle regole fiscali: mai e poi mai, per nessuna ragione, norme fiscali con effetti retroattivi.
Quinto, il tema del trattamento fiscale della famiglia è legato al nuovo patto intergenerazionale di cui ho parlato al Lingotto, basato sul contrasto di tutte le nuove povertà: un capitolo che considero un fronte essenziale per il Partito Democratico (lotta al precariato, tutele sociali per i giovani, casa, aiuto alle famiglie con bambini). Indirizzi in questo senso sono emersi nella Conferenza sulla famiglia di Firenze, condotta con competenza dal Ministro Bindi. Siamo nelle condizioni, nell'arco di pochi anni, di varare un'ambiziosa riforma dei sistemi di sostegno fiscale alle famiglie, con la costruzione di un unico istituto che riunifichi detrazioni e assegni familiari. Una vera e propria "dote fiscale" per i figli e per la famiglia, che riduce automaticamente l'imposta sui redditi e, per coloro che stanno sotto i livelli minimi di imponibile, diventa un'"imposta negativa", e cioè un contributo monetario al nucleo familiare da parte dello Stato. Si tratterebbe di un grande passo avanti nell'equità e nella lotta alla povertà: 2.500 euro per ogni figlio (con cifre declinanti all'aumentare del reddito familiare) corrisposti tramite detrazione e, per l'eventuale differenza, se l'imposta da pagare non è abbastanza alta, con un trasferimento monetario diretto.
Sesto, mi sembra ottima l'idea di uno scambio tra minori incentivi e contributi alle imprese e minori imposte: una strada che può portare a ridurre di cinque punti l'aliquota dell'imposta sulle società.
Settimo, il sistema di ammortamento fiscale degli investimenti va aggiornato al nuovo contesto tecnologico: oggi l'obsolescenza delle macchine è veloce e il Paese ha tutto l'interesse a sostenere cicli accelerati di investimenti delle imprese. Anche sulle spese per ricerca e sviluppo occorre studiare proposte innovative, ad esempio schemi per la loro deducibilità anticipata.
Ottavo, un accorto uso della leva fiscale deve favorire anche i redditi da lavoro dipendente. Va in questa direzione l'accordo di luglio, che consegna alla contrattazione decentrata spazi più ampi per generare aumenti di produttività e per redistribuirne i vantaggi ai lavoratori, contribuendo così alla soluzione di quella questione salariale che si è da tempo riaperta. Andrà prevista una graduale restituzione del "drenaggio fiscale", anche per favorire lo svolgimento della futura tornata contrattuale.
Nono, il Governo ha avviato, riducendo il cuneo fiscale, un intervento sull'Irap, venendo incontro a richieste disattese dal precedente esecutivo. Nell'immediato, si è fatto davvero molto. Nel lungo periodo, mi chiedo se non sia possibile proseguire su questa strada, ampliando l'area della deducibilità dell'Irap e definendo misure compensative per una sanità risanata e affidata a manager scelti con criteri obiettivi.
Decimo, il Partito Democratico dovrà impegnarsi per un federalismo moderno e solidale. Mentre la precedente legislatura è passata invano, in un anno il Governo ha messo a disposizione del Parlamento un pacchetto di possibili riforme: codice delle autonomie, federalismo fiscale, riforma delle Conferenze inter-istituzionali. E' l'occasione per semplificare l'azione pubblica nel nostro Paese, per definire "chi fa cosa" in un sistema di governance multilivello che oggi è spesso bloccato dai veti incrociati. La lotta alle povertà vecchie e nuove, la creazione di opportunità per le imprese, la crescita e la più equa distribuzione della ricchezza sono tutte facce della stessa medaglia.
Il giorno in cui il centrosinistra italiano avrà accettato questa sfida, sarà il giorno in cui potrà aspirare a diventare maggioritario.
(da la Repubblica, 30 agosto 2007)

mercoledì 29 agosto 2007

PRIMARIE: IL VOTO NON COSTITUISCE ISCRIZIONE

«Stiamo andando incontro a un errore gravissimo e rischiamo di perdere un'opportunità grande e irripetibile: quella di far nascere il nuovo partito con una base sociale di milioni di persone: Rischiamo di perderne moltissime». In una lunga intervista pubblicata oggi su La Repubblica, Enrico Letta esprimeva perplessità sulle norme che regolamentano il voto del 14 ottobre.
«Secondo le regole vigenti – sosteneva infatti Letta - molte delle quali sbagliate, chi va a votare per le primarie aderisce automaticamente al Pd. Ma questa adesione significa di fatto un'inscrizione e non va bene».Interpellati dall’Ansa, i coordinatori del Comitato 14 ottobre hanno ribadito che la partecipazione al voto del 14 ottobre non rappresenta l’iscrizione al futuro soggetto politico. «Enrico Letta – precisa infatti Mario Barbi - sbaglia. La partecipazione – puntualizza - è aperta a tutti, come è scritto nel regolamento, il voto non è un'iscrizione e possono parteciparvi tutti, compresi i sedicenni, a sostegno di un progetto».
«Nel regolamento – aggiunge il deputato dell'Ulivo – è scritto che chi va a votare il 14 ottobre dichiara di partecipare al processo costituente del partito. Non e' in nessun modo un'iscrizione anche perchè da sempre abbiamo detto in mille modi e ci siamo prodigati perchè il processo fosse il più aperto possibile a cittadini, a elettori ma anche ai sedicenni così come si voterà anche all'estero».«Un processo - insiste il coordinatore - nel quale chiunque avesse intenzione di partecipare, può farlo con un contributo e questo vale come atto partecipativo. Toccherà poi all'Assemblea costituente, una volta eletta, discutere lo Statuto e quindi, le modalità di adesione che non sono ancora state decise: il Pd potrà essere un partito degli iscritti, come nella formula tradizionale dei partiti, o un partito dei cittadini o altro a seconda di quanto deciderà – conclude - l'Assemblea».«Le regole – ribadisce anche Maurizio Migliavacca - sono chiare e non penso sia utile alimentare polemiche che possono disorientare gli elettori».
«Chi vota il 14 ottobre - spiega - partecipa alla fase costituente del Pd mentre le modalità di iscrizione sono decise dall'Assemblea Costituente con la discussione ed il voto sullo Statuto. Solo dopo i cittadini saranno liberi di decidere se iscriversi o meno».«Le regole – conclude Migliavacca - configurano un meccanismo molto aperto tanto che si va oltre la platea tradizionale degli elettori, consentendo il diritto di voto ai giovani dai 16 anni e agli immigrati a dimostrazione che vogliamo costituire un partito aperto».

VELTRONI: I VECCHI SCHEMI NON REGGONO PIù: è NECESSARIO STACCARSI DALLE IDEOLOGIE DEL PASSATO

L'articolo di oggi 27 agosto 2007 pubblicato su il Corriere della Sera:
Veltroni incalza sinistra e sindacato
PARIGI —
Altro che resistere: cambiare, cambiare, cambiare. Veltroni sceglie la Francia di Sarkozy per un messaggio alla sinistra, non solo italiana. Dice che «i vecchi schemi non reggono più», che «staccarsi dalle ideologie del passato rende liberi di guardare al futuro», che «non è guardando indietro che troveremo le risposte giuste». E, guardando avanti, Veltroni non si scandalizza «se Sarkozy, eletto dai cittadini, chiama politici della parte avversa. Fa bene lui a chiamarli e loro ad accettare. Prima vengono gli interessi del Paese, poi quelli di parte ». Nel tardo pomeriggio, quando prende la parola al dibattito della fondazione «I Gracchi», Veltroni parla dell'Internazionale Socialista: al di là dei sostantivi, sono i verbi a far capire l'idea. Coniugati al passato. «Ha rappresentato», l'Internazionale socialista. Per il presente c'è bisogno d'altro, di «una profonda innovazione ». Non siamo solo alla teoria, perché Veltroni pensa già — e lo dice, di fronte all'ex primo ministro Michel Rocard, al commissario europeo Peter Mandelson e al professor Antony Giddens —, Veltroni propone, a una platea di socialisti riformisti, «la costruzione di un soggetto la cui denominazione possa essere Internazionale dei democratici e dei socialisti». Che «sia la casa dei democratici americani, del partito del congresso indiano e di tante nuove forze che in Africa, in Asia e in Europa nascono dalle sfide del nuovo millennio». Basta col passato, coi vecchi schemi, bisogna guardare al futuro. E farlo con «coraggio ». La platea applaude, molti sussurrano commenti nell'orecchio del vicino di posto. Giornata di sole primaverile, a Parigi, e di fronte al teatro dove si sono dati appuntamento i Gracchi c'è un tassista che ripete «Sarkozy» e intanto, con gesto plateale, si asciuga lacrime: la sinistra francese è in difficoltà e molti, per una volta, guardano all'Italia con speranza, con fiducia. E Veltroni propone la sua ricetta: «Il nostro continente è andato a destra perché la sinistra è rimasta imprigionata in categorie che l'hanno fatta apparire conservatrice, ideologica e chiusa».
E quando parla dei giovani, del precariato, Veltroni spedisce un messaggio destinato ad arrivare forte e chiaro in Italia: «Davvero non capisco come la sinistra e gli stessi sindacati possano non avere come priorità l'affermazione dei loro diritti, la creazione di un efficace sistema di ammortizzatori sociali, di contrappesi sul piano della continuità previdenziale, della formazione nella transizione da un posto all'altro, della solidità delle indennità di disoccupazione». Non nomina mai né la sinistra radicale né la Cgil, ma dice in maniera inequivocabile che «ci sono interessi comuni e delle giovani generazioni che vengono prima degli interessi di parte o dei vantaggi di breve termine di chi, peraltro, dispone di una buona quantità di garanzie». Perché, per Veltroni, «la precarietà oggi si traduce in una condizione di sfruttamento paragonabile a quella in cui si trovavano un tempo gli operai delle grandi fabbriche». E quindi «i giovani, il loro futuro, la lotta alla precarietà. E' questo che deve stare più a cuore a tutte le forze del centrosinistra ». Tutte, nessuna esclusa: cambiare, cambiare, cambiare. Il dibattito parigino s'intitola «Le ragioni della sconfitta, le vie della rifondazione »: e Veltroni è qui per spiegare il punto di vista italiano, la parte che a breve, a meno di sorprese, rappresenterà. «Senza la crescita dell'economia e delle imprese ogni obiettivo di equità sociale si allontana. Se l'economia va male non ci può essere giustizia sociale. Il nostro avversario è la povertà, non la ricchezza». Sulla sicurezza: «Chi viola la legge deve essere trattato con assoluta fermezza». Dice che «importerebbe in Italia il sistema elettorale francese», e annuncia che qualcosa prenderà comunque, a Parigi: «Immagino il Pd come un partito sovranazionale. Se sarò eletto alla segreteria, vorrò il contributo, nell'assemblea costituente, di personalità straniere. Tra queste, posso dire fin d'ora che ci sarà il sindaco Bertrand Delanoe». E oggi, a Parigi, c'è spazio anche per discutere di strategie: «Dobbiamo togliere alla destra la bandiera della libertà. Era una cattiva utopia quella che faceva dell'uguaglianza la nemica delle libertà. Oggi, per noi, le due cose non possono stare che assieme». Perché oggi, non importa se in Italia o in Francia, la via per rifondare la sinistra è, per Veltroni, solamente una. Cambiare, cambiare, cambiare.
Alessandro Capponi