mercoledì 19 settembre 2007

Sotto il riformismo, ambizioni vere, promesse da mantenere

Su MicroMega lungo confronto tra Paolo Flores D'Arcais e Walter Veltroni.
Pubblichiamo l'intervista a Walter Veltroni che apre il numero di settembre di MicroMega.

Berlusconi/Brambilla hanno fondato un nuovo partito per drenare una parte del non-voto, una quota dell’anti-politica di segno qualunquista.
Me esiste, probabilmente ancora più estesa, un’area democratica dell’anti-politica: cittadini impegnati nei movimenti degli scorsi anni, o con essi comunque simpatizzanti. Il centro-sinistra non fa nulla per cercare di “rappresentarli”. Anzi, sembra fare di tutto per respingerli, per convincerli che “i politici sono tutti eguali”, per farli restare a casa alle prossime elezioni. Eppure, da anni le elezioni le vince chi “perde meno” tra i suoi potenziali sostenitori dentro le fila del più grande partito italiano di massa, quello dei “nauseati” della partitocrazia.Perché il centro-sinistra diventa invece sempre più autoreferenziale, sempre più somma di apparati? Indigenza culturale dei suoi dirigenti? Interessi di nomenklatura (di “casta”!) ormai stratificati? Meccanismi di selezione che premiano servilismo e mediocrità?

Il Partito democratico nasce con la precisa intenzione di riconquistare alla politica, alla partecipazione, all’impegno, milioni di italiani che se ne sono allontanati e in particolare tanti giovani che dalla politica si sono finora tenuti lontani. Non mi nascondo le difficoltà di una simile impresa, ma so che è tutt’altro che impossibile: il nostro paese è ricco di risorse umane straordinarie e aspetta una politica capace di rimetterle in gioco.
Ecco, io penso che il Pd possa diventare lo strumento per quella che a me piace chiamare una nuova stagione democratica dell’Italia. A due precise condizioni. La prima: la politica deve tornare ad essere percepita non come guerra di posizione tra opposte fazioni, ma come strumento di cambiamento della realtà in cui viviamo, la realtà con la quale le persone si confrontano tutti i giorni.
Per questo ho parlato di ribaltamento dell’attuale gerarchia tra programma di governo e coalizione elettorale. Il bipolarismo italiano fino ad oggi si è retto su due coalizioni “contro”, che hanno messo insieme tutte le forze che era possibile reclutare in nome di un solo obiettivo: battere l’avversario. Il programma doveva essere il più ampio e generico possibile per farci stare dentro tutti. Poi, una volta al governo, ci si accorgeva che con quel programma e con quella coalizione non si era in grado di affrontare i nodi di fondo che stanno strangolando il nostro paese: la crescita più bassa d’Europa e il debito pubblico più alto; il tasso di occupazione più lontano dai parametri di Lisbona sia tra le donne, che tra i giovani, che tra gli anziani e la più vasta economia informale, col più ampio ricorso al lavoro nero del continente; la spesa previdenziale più alta e le pensioni più basse; una pressione fiscale tra le più forti e il più elevato tasso di evasione. E poi il deficit di infrastrutture e quello nella ricerca e nella formazione superiore. O la più alta spesa per le forze dell’ordine e un diffuso senso di insicurezza. E potremmo continuare a lungo nell’inventario delle contraddizioni che fanno della nostra, come ha scritto di recente Anthony Giddens, “la società bloccata per eccellenza nel vecchio continente”.
Il Partito democratico nasce come strumento per affrontare con coraggio e realismo questa difficile situazione, dicendo una cosa semplice e chiara: il programma di governo è il fine, la coalizione è il mezzo. Consentimi di dire che questa elementare verità rappresenta una svolta non solo politica, ma anche culturale e morale. Significa affermare una visione “antimachiavellica” della politica: suo fine ultimo non può essere la conquista e la conservazione di un potere fine a se stesso, mettendo in campo tutta la forza necessaria a vincere, incuranti della sua utilità per il governo, ma la ricerca del consenso in nome di un progetto e di un programma di cambiamento. Questo, per me, è il riformismo.


Il nuovo Partito democratico doveva nascere attraverso primarie costituenti. Capaci di coinvolgere almeno i quasi quattro milioni di cittadini che due anni fa avevano votato alle primarie per Prodi, e renderli così i fondatori della nuova formazione.
Tale impegnativa promessa, l’unica in grado di appassionare, o più modestamente e verosimilmente interessare nuove energie, esigeva il massimo di apertura a candidature alternative, e regole di confronto il più possibile “fair” (molto oltre le attuali norme di “par condicio”).
Ora, tutti i candidati rimasti (esclusivamente Ds e Margherita) si accusano reciprocamente di tentazioni verticistiche e di scarse aperture alla società civile. Ma perché si è fatto di tutto per cancellare qualsiasi candidatura anche solo vagamente “scomoda”, con norme capestro prima, e con interpretazioni delle stesse francamente capziose e smaccatamente oligarchiche, poi?
E perchè non si è preteso che la maggior parte della campagna dei candidati alla segreteria si svolgesse attraverso confronti diretti, unica forma per ridurre disparità di risorse comunicative, tentazioni retoriche, vaghezze programmatiche?


Lasciami fare una premessa, perché mi sembra che troppe volte siamo specialisti nel farci del male, nel non riconoscere e apprezzare esperienze e novità che noi stessi promuoviamo: ma quale partito, nella nostra storia e anche guardando altrove, è mai nato così? Quale partito, invece di nascere come spesso è accaduto da una scissione, da una separazione o comunque da una decisione di pochi, è mai nato in questo modo, da una fusione, da elezioni primarie, da una costituente eletta dai cittadini? E’ un grande processo democratico, quello in atto, e dovremmo considerare questa una cosa preziosa, da difendere e valorizzare. Stabilito questo, stavo dicendo prima che vedo due precise condizioni perché il Partito democratico possa diventare lo strumento del risveglio democratico dell’Italia. La prima è il primato del programma di governo, di un programma riformista. La seconda è quello che ho chiamato un “big-bang” democratico. Anche questa è una svolta culturale e morale, prima ancora che politica. Per tanto tempo si è sostenuto che decisione di governo e partecipazione democratica fossero tra loro in un rapporto inversamente proporzionale: per far crescere la prima bisogna ridurre la seconda, o viceversa. In realtà, l’esperienza dei paesi europei di successo, penso alle democrazie nordiche, ma da ultimo anche alla Spagna, ci dice che le riforme si fanno solo con la democrazia e non contro di essa, o se preferisci con più e non con meno democrazia. Il Partito democratico nasce per ricomporre, anche in Italia, questa frattura tra partecipazione e decisione. Dobbiamo riuscire a mettere la forza della democrazia al servizio delle riforme che servono al paese. E viceversa: fare dell’obiettivo delle riforme la ragione motivante di una nuova stagione di impegno democratico.
Per questo, con Romano Prodi, nei congressi dei Ds e della Margherita si è deciso di far nascere il partito nuovo, come tu dici giustamente, attraverso primarie costituenti, capaci di coinvolgere, mi auguro, milioni di cittadini italiani. E di segnare un elemento di discontinuità nella concezione stessa del partito: non più proprietà privata del circuito, più o meno esteso, dei suoi fondatori e dei suoi iscritti, ma una grande istituzione civile, uno strumento di partecipazione a disposizione di chiunque si riconosca nei suoi valori di fondo e voglia abitarlo, utilizzarlo per contribuire ad affrontare i problemi del paese.
Tu dici che le regole approvate dal Comitato dei 45 negano questa premessa. A me pare un pessimismo eccessivo. Naturalmente, ogni regola è un compromesso tra diverse esigenze. In questo caso, tra l’esigenza “costituente” di favorire il massimo di apertura e partecipazione dal basso e quella “congressuale” di promuovere un confronto tra opzioni politiche e programmatiche chiare. Come sai, nel Comitato dei 45, io non ero favorevole alla sovrapposizione dei due momenti. Pensavo fosse più giusto concentrarsi sulla fase costituente e rinviare ad un secondo momento la scelta del leader. Si è deciso di accorciare le tappe sotto la pressione, anche psicologica, della sconfitta alle amministrative, che ha segnato un momento di crisi del rapporto tra il centrosinistra e il paese. In ogni caso, abbiamo diversi candidati alla segreteria nazionale e avremo moltissimi candidati nelle liste per l’assemblea. Io mi sono impegnato, e ho chiesto agli altri candidati segretari di fare altrettanto, ad apparentarmi solo con liste fortemente innovative: per la mescolanza di provenienze politico-culturali, per la presenza di giovani, per la capacità di rappresentanza delle molte energie di cui dispone la società italiana: dal mondo produttivo a quello del volontariato, dal mondo della cultura a quello delle professioni.
Quanto alla gestione della campagna elettorale, ho espresso la mia disponibilità a partecipare a incontri diretti tra tutti i candidati. Confronti che non ci furono alle primarie di due anni fa, che pure vengono giustamente ricordate come uno straordinario evento democratico. E’ la prova di quanti passi avanti stiamo facendo e di come stia crescendo attorno a noi la voglia di democrazia.


Cosa impedisce al centro-sinistra di varare una riforma elettorale e costituzionale che al tempo stesso renda più efficiente il funzionamento delle istituzioni, abbatta radicalmente i costi della politica e ne riduca gli offensivi privilegi, dimostrando ai cittadini che “fare politica” non coincide con i rituali di iniziazione ad una “casta” che si riproduce per cooptazione?
Cosa impedisce che si proponga una sola camera legislativa, con non più di cento deputati, e una seconda camera di “garanzia”, federale, composta dai sindaci delle maggiori città (e di quelle più piccole, a rotazione)? Cosa impedisce che non siano consentiti più di due mandati (norma prevista dai Ds, “salvo eccezioni”)? Cosa impedisce un tetto per il numero di ministri e sottosegretari, e l’incompatibilità tra carica parlamentare e carica ministeriale (con le possibili eccezioni di Interni ed Esteri)? Cosa impedisce l’abrogazione delle Province, all’ordine del giorno quando furono create le Regioni, e quella di tante altre assemblee elettive (di quartiere, ecc.) che servono solo ai partiti per sistemare “funzionari”? Cosa impedisce che, almeno, la partecipazione a tale assemblee sia rigorosamente gratuita (senza “gettoni” e altri rimborsi, dunque)? Tutte proposte avanzate da MicroMega ventuno anni fa!

Come sai, uno dei primissimi contributi programmatici che ho offerto al dibattito in vista della costituente è stata la proposta di dieci concrete riforme delle nostre istituzioni e della nostra democrazia.
La prima è il superamento dell’attuale bicameralismo perfetto, specializzando i due rami del Parlamento: una Camera politica e un Senato delle autonomie. La seconda proposta è la drastica riduzione del numero dei parlamentari, in linea con le altre grandi democrazie europee. La terza è la riforma della legge elettorale, nella direzione di un bipolarismo basato su grandi forze politiche, e ripristinando un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti attraverso elezioni primarie per la selezione dei candidati.
Quarta e quinta proposta, il simultaneo rafforzamento del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo ministro, e del sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria.
Sesta proposta, il voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell’esperienza inglese.
La settima è la riforma dei regolamenti parlamentari e delle leggi di finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito, che oggi incentivano e invece dovrebbero scoraggiare la frammentazione.
L’ottava proposta è il completamento della riforma federale dello Stato, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali.
Nona proposta: prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne. Decima: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative e regionali.
Ho detto che si tratta ovviamente di proposte aperte al confronto, nel Pd e con l’opposizione. Ma sarebbe un risultato straordinario per il paese, se si impiegasse questa legislatura per approvarle insieme, in modo da poter andare alle prossime elezioni con un sistema politico finalmente adeguato agli standard democratici europei.


L’argomento principe di chi vuole assolvere gli evasori fiscali è che i soldi della tasse vengono sprecati per mantenere un esercito parassitario di clientele senza arte né parte. Argomento alquanto fondato, empiricamente parlando. Perché non lo si recide in radice, eliminando tale mostruoso spreco? Sarebbero i classici due piccioni… (democratico-efficientisti, oltretutto).
Ad esempio: stabilendo un rapporto massimo fisso (molto inferiore all’attuale) tra numero dei cittadini e numero dei dipendenti, dei funzionari e soprattutto dei dirigenti delle amministrazioni locali. Rinnovando completamente il regime dei concorsi (in modo da renderlo esclusivamente meritocratico). Ponendo fine alla piaga delle “consulenze” più o meno fittizie. Eccetera (affidando magari l’individuazione di questo “eccetera” ai molti ed emarginati Bassanini, invece di regalarli all’arruolamento di Sarkozy).

Mi pare che la tua proposta colga il punto centrale della questione fiscale: il rapporto tra il livello della pressione tributaria e contributiva e la qualità dei servizi pubblici. Non esiste infatti un livello ottimale di pressione fiscale. Ci sono paesi, a cominciare da quelli del Nord Europa, che hanno un livello di pressione molto alto, che tuttavia sostiene un sistema di infrastrutture, materiali e immateriali, e di servizi sociali, che rappresenta esso stesso un fattore di competitività economica, oltre che di qualità della vita. Così come ci sono paesi europei a bassa pressione fiscale assai meno competitivi e dove si vive decisamente peggio. Il problema italiano è che la pressione fiscale, che sconta un’ampia area di evasione, è concentrata sui contribuenti leali – e per questi arriva a livelli svedesi – mentre il corrispettivo in termini di infrastrutture e servizi è assai lontano dagli standard dei paesi scandinavi. E’ questo divario che sta diventando intollerabile. Se io sono un contribuente onesto della Lombardia o del Veneto, e penso al livello delle imposte che pago, mentre sono in fila perché aspetto da anni la Pedemontana o il passante di Mestre, è evidente che mi viene il nervoso.
Penso allora che il Pd possa e debba prendere due impegni: il primo è a riqualificare la spesa, rendendola produttiva, in termini di infrastrutture e servizi. Attenzione: riqualificare non è un altro modo, un modo furbo, di dire aumentare. Voglio essere assolutamente preciso su questo: per ogni euro di spesa in più nei settori o nelle politiche di innovazione, deve esserci una corrispettiva riduzione in settori o politiche improduttive, come quelli che tu denunci. Il governo, col ministro Padoa-Schioppa, si sta muovendo in questa direzione e ha tutto il mio appoggio. Dobbiamo stabilizzare il livello assoluto della spesa e dunque ridurne progressivamente l’incidenza sul Pil. Al contrario di quel che ha fatto il governo Berlusconi, che in cinque anni ha aumentato l’incidenza della spesa sul pil di 2 punti e mezzo.


La guerra all’evasione fiscale (dunque agli evasori) non viene ancora dichiarata. Eppure c’è una maggioranza del paese che paga le tasse fino all’ultimo centesimo, e sentirebbe questa guerra coma una guerra sacrosanta, come la propria guerra. Soprattutto se un governo dichiarasse che una quota superiore al 50% dell’evasione recuperata andrebbe immediatamente a diminuire il carico fiscale dei cittadini onesti.
In compenso, ogni volta che un dirigente del centro-sinistra parla di tasse, si perdono centinaia di migliaia di voti. Una politica di ineguagliato masochismo, dove si perde su entrambi i lati: presso i cittadini onesti e presso gli evasori.
Cosa impedisce una politica fiscale equa e rigorosa? Una assoluta semplificazione delle dichiarazioni, che le metta alla portata di ciascun cittadino, e che liberi dall’incubo degli errori formali. Ma poi una repressione impietosa dell’evasione volontaria, tanto più dura quanto più ricco l’evasore e la sua evasione (negli Usa, paese capitalistico per eccellenza, per frode fiscale i ricchi e potenti finiscono in galera accanto agli assassini e ai pedofili, e nessuno grida al giustizialismo).

Anche qui mi tocca fare una premessa: è ingeneroso dire che la guerra all’evasione fiscale non è stata dichiarata. I dati delle entrate dicono che l’area dell’evasione resta ancora molto grande, ma si è cominciata a ridurre, e di questo va dato merito al governo Prodi e in particolare a Vincenzo Visco, che da questo punto di vista sta portando avanti un lavoro enorme. Come ho detto nel discorso di presentazione della mia candidatura, al Lingotto di Torino, l'evasione è il cancro che corrode il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato, proprio in quanto determina una concentrazione del peso della spesa pubblica sulle spalle dei contribuenti onesti. Non solo: c’è il rischio che le misure di lotta all'evasione aggiungano nuovi compiti burocratici e nuovi costi a carico dei contribuenti che già pagano. E che altre innovazioni legislative innalzino le aliquote o allarghino le basi imponibili, mentre quelli che evadono tutto o quasi restano al riparo dalle une e dalle altre.
Per questo io penso che il Pd si debba impegnare a restituire ai contribuenti onesti, sotto forma di riduzione delle aliquote, ogni euro recuperato dalla lotta all’evasione fiscale, che non va in ogni caso utilizzata per aumentare il livello della spesa. A Torino ho detto anche di più: ho proposto al Pd di lavorare ad un profondo ripensamento del rapporto tra fisco e cittadino, che provochi una spirale virtuosa: man mano che lo Stato abbassa le aliquote e semplifica gli adempimenti, come tu chiedi giustamente, i contribuenti accrescono il livello di fedeltà delle loro dichiarazioni, e la loro recuperata fiducia nello Stato crea quel clima di condanna sociale dell'evasione che oggi manca.



La separazione rigorosa tra politica e religione, la neutralizzazione di ogni fede nella sfera pubblica della cittadinanza, costituisce la conquista fragilissima e irrinunciabile della modernità, premessa della democrazia liberale. La sua insegna è: “Etsi Deus non daretur”. La sfera pubblica, lo spazio comune, si salva dal rischio della guerra civile di religione solo se vive “come se Dio non ci fosse”. La scuola del grande Grozio (oltre tre secoli fa!) ricava la rivoluzionaria lezione della laicità necessaria da un secolo di guerre sanguinose, che sembrava non potessero avere fine.
Questa lezione è più che mai attuale, ora che le metropoli d’Europa non vedono convivere solo diverse interpretazioni di uno stesso Dio, ma religioni che per secoli si sono scontrate in armi da un estremo all’altro del continente.
Questa lezione è più che mai irrinunciabile, ora che le questioni etiche della vita, del sesso, della morte, sempre più “manipolabili” dall’uomo, diventano questioni immediatamente politiche. E quotidiane.
Eppure il centro-sinistra non manca occasione per il “bacio della pantofola”: dai privilegi fiscali inauditi (vedi MicroMega scorso) ai diktat della Chiesa gerarchica sulle questioni etiche. Cosa impedisce al centro-sinistra su questi temi il rispetto (per la laicità, oltre e prima che per la Chiesa) che caratterizza un riformista come Zapatero?

Tu mi insegni che Ugo Grozio è stato il padre del giusnaturalismo, la scuola di pensiero che riteneva che i principi fondamentali del diritto, quelli che oggi chiamiamo i diritti umani, potessero essere attinti dalla ragione senza la necessità di ricorrere alle religioni rivelate. Questo è il senso del suo “Etsi Deus non daretur”. La difficoltà del nostro tempo nasce in buona parte dalla diffusa sfiducia che la ragione possa giungere a conclusioni univoche, o almeno convergenti, sia rispetto ai diritti umani, perché una parte del mondo islamico, ad esempio, contesta come “occidentali”, o “cristiani”, e tutt’altro che universali, i diritti affermati dalla Carta dell’Onu; sia ancor più rispetto alle questioni etiche di cui parlavi tu, quelle relative alla vita e alla morte, alla sessualità e alla famiglia, che appunto, proprio per la loro inedita “manipolabilità”, stanno assumendo connotazioni sempre più politiche.
Io penso che la laicità, nel senso “groziano” del termine che tu giustamente proponi, sia innanzi tutto fiducia nella ragione umana, nella sua possibilità di essere terreno d’incontro e di dialogo anche tra culture diverse, in nome del comune riconoscersi in principi universali sui quali fondare la convivenza tra gli uomini e tra i popoli. E, allo stesso tempo, sulla comune ricerca di modalità sempre nuove di tradurli in una società che cambia e che propone sfide nuove e per certi versi inedite ad ogni generazione. Per questo io sono convinto che il Pd possa segnare, in Italia, un passaggio storico: il superamento degli storici steccati che hanno a lungo opposto laici e cattolici. Non in nome di un confuso e ambiguo sincretismo. Ma in nome di questo comune riconoscersi nei diritti umani e di questa medesima fiducia nella ragione.
So che questo è uno dei punti più controversi e contestati da quanti, sia nel mondo cattolico, che nella sinistra, hanno deciso di non aderire al Pd. Al quale contestano proprio quella che a me pare non solo una sua irrinunciabile caratteristica identitaria, ma una delle sue più grandi potenzialità: il suo voler essere abitabile sia per i laici, che per i cattolici, volendo usare un vocabolario antico. Perché solo un partito che rispetti e assuma fino in fondo, sul terreno culturale e politico, le preoccupazioni etiche del mondo cattolico rispetto al valore della vita umana, o a quello della famiglia, può avere la forza e l’autorevolezza di difendere lo spazio laico della mediazione politica e legislativa. Così come solo un partito che avverta come suo l’anelito di libertà e di autonomia individuale che percorre la travagliata vicenda della modernità può credibilmente porsi e porre, anche sul terreno politico-legislativo, la questione del senso del limite e del principio di responsabilità.
Penso che proprio la crucialità e la complessità degli inediti dilemmi morali che riguardano la manipolabilità della vita e della convivenza umana della quale tu parlavi, rendono indispensabile questa convergente tensione verso una laicità eticamente esigente, che al paradigma dell’aut-aut preferisca quello dell’et-et. Non si tratta di un escamotage diplomatico, ma dell’esigenza che tutti avvertiamo di un punto di vista più alto e per questo più completo, che orienti decisioni comunque difficili.


Le società multietniche sono società in primo luogo multireligiose. E le democrazie liberali non possono che rispettare la più rigorosa eguaglianza di tutte le fedi di fronte allo Stato. Perché, dunque, le comunità islamiche non hanno eguale accesso all’8 per mille, alla costruzione di moschee, all’istituzioni di scuole private, e insomma a tutto ciò che la legge garantisce alla Chiesa cattolica, e non lo hanno altre religioni (con la motivazione discriminatoria che si tratterebbe di “sette”)? O, se si ritiene ciò inaccettabile, perché tali privilegi non vengono abrogati per tutte le religioni (e sarebbe la forma più coerente di Stato laico, oltre tutto)?
Le società multietniche, in nome della eguaglianza delle rispettive “culture”, già tollerano di fatto, e sembrano talvolta tentate di farne “diritto”, vergognose violazioni dei diritti individuali, specie dei più deboli (donne, figli). Una recente sentenza ha assolto genitori islamici che avevano sequestrato una figlia che voleva vivere “all’occidentale”: essendo picchiata brutalmente e regolarmente aveva minacciato il suicidio. Dunque, per evitare il suicidio, anche il sequestro di persona era ammissibile…Due violenze invece di una, garantite dalla Repubblica!
Cosa intende fare il centro-sinistra perchè per un verso l’eguaglianza tra le confessioni religiose cessi di essere vuota retorica, e dall’altro perché nessun precetto di fede o di “cultura” possa essere invocato come giustificazione (e neppure come attenuante: aggravante, semmai) per la violazione di tutti i diritti individuali?

Da molti anni si discute alla Camera su un disegno di legge organico in materia di libertà religiosa. Credo sia tanto più necessario incoraggiarne l’approvazione, se si tiene conto che non con tutte le confessioni è possibile arrivare ad intese con lo Stato. Nel caso delle comunità islamiche, ad esempio, manca una autorità religiosa con la quale lo Stato possa rapportarsi e che possa considerare rappresentativa delle comunità, o anche solo di una di esse.
Per quanto riguarda il multiculturalismo c’è solo da applicare la Costituzione, che garantisce la pari dignità di tutte le persone, senza discriminazione alcuna, di lingua, razza, sesso o religione, così come garantisce la libertà di culto ad ogni fede religiosa. Ma nessuna appartenenza “comunitaria”, neppure quella alla propria famiglia, legittima comportamenti che violino i diritti umani fondamentali. Le comunità delle quali la persona fa parte sono una dimensione della sua esistenza che va rispettata come tale. Ma nella gerarchia dei valori, la libertà e la dignità della persona sovrasta le aspettative o le convenienze di qualsivoglia gruppo del quale essa sia parte.


Di fronte a casi clamorosi e francamente inammissibili come l’ex-uxoricida o il piromane o il pirata della strada in immediata libertà facile (ma le fattispecie si potrebbero moltiplicare), si scatena puntuale la canea contro il permissivismo dei magistrati. In tale canea i politici (anche di centro-sinistra) sono sempre in pole position. Si dimenticano di essere proprio loro gli autori di tutte le leggi - che i magistrati hanno l’obbligo di applicare - che impongono (o comunque consentono) tanto colpevole lassismo.
Leggi penali che hanno derubricato reati violenti, leggi procedurali che hanno reso più difficile la prova, più facili le avvocatesche procrastinazioni (fino alle calende greche delle sempre più frequenti prescrizioni), più incerta la certezza della pena (e certa la non-galera fino a tre anni!). A partire dalla depenalizzazione di fatto della falsa testimonianza, che dovrebbe essere invece reato gravissimo, perché grimaldello per la impunità di ogni altro reato.
Perché il centro-sinistra non ha ancora cancellato le infinite leggi-vergogna e “ad personam” dell’era berlusconiana? E perché non riconosce l’errore di aver votato molte di tali leggi, e delle altre responsabili del lamentato “lassisimo”, e non inverte radicalmente la rotta?

Per quanto riguarda le leggi-vergogna e “ad personam”, a Torino ho detto chiaramente che vanno cancellate. Punto e basta. Ma tu poni un problema più ampio e, se possibile, più grave: quello del bisogno di sicurezza dei cittadini, che giustamente metti in relazione con l’efficienza della giustizia e la certezza della pena.
Cominciamo col dire che la sicurezza non è né di destra né di sinistra. E’ un diritto primario di ogni cittadino e un dovere altrettanto primario per le istituzioni. E’ un diritto primario di ogni cittadino non essere aggredito nella sua persona o nei suoi beni, molestato e neppure turbato dallo spettacolo di una criminalità o una devianza all’opera indisturbata in intere zone o quartieri della città. E’ un diritto primario di ogni persona anziana poter girare per strada o prendere l’autobus senza la paura dello scippo. E’ un diritto primario di ogni donna poter tornare a casa la sera senza la paura di essere violentata. E’ un diritto primario quello dei bambini di poter giocare nei parchi senza correre il rischio di imbattersi in una siringa infetta. Guai se il centrosinistra non coglie questa domanda di sicurezza, che viene in modo particolare dagli strati popolari della società. E guai se non coglie il nesso sempre più stretto che la gente stabilisce tra sicurezza e immigrazione: se non vogliamo che monti in Italia una cultura razzista e xenofoba che ancora non c’è, dobbiamo essere accoglienti nei riguardi degli immigrati, dei loro diritti e dei loro bisogni, ma inflessibili nell’esigere da loro, come dai cittadini italiani, il rispetto della legge. E dobbiamo anche lavorare di immaginazione, per produrre soluzioni innovative, come quella che, come Comune di Roma, abbiamo costruito con la Romania per ridurre il numero degli arrivi e creare le condizioni per il rimpatrio dei Rom.
Per garantire sicurezza ai cittadini servono tre cose. La prima è più polizia per le strade. L’Italia spende per le forze dell’ordine una percentuale di pil superiore alla media europea. Ma una quantità eccessiva di queste risorse non riesce a tradursi in vero presidio del territorio. E anzi, abbiamo la giusta protesta dei diversi corpi che lamentano di non avere i soldi per la benzina delle volanti. La risposta è: coordinamento tra le forze di polizia e meno agenti negli uffici e più sulle strade. Sono anni che si dicono queste cose, è arrivato il momento di farle.
La seconda è un sistema giudiziario che restituisca certezza alla pena e ai tempi nei quali essa viene erogata. Questa della giustizia è una vera emergenza nazionale. Da quindici anni il paese assiste sgomento ad un dibattito sulla giustizia concentrato esclusivamente sul rapporto tra magistratura e politica. Non sarò io a negare l’importanza di questo aspetto e la necessità democratica di difendere l’autonomia della magistratura dai tentativi di una parte della politica di creare nuove impunità. E ho già detto che le leggi-vergogna vanno semplicemente cancellate. Ma agli occhi dei cittadini di cui parlavo prima il problema principale della giustizia non è questo: è la durata dei processi, che è oggi tre, cinque, dieci volte superiore alla media europea e a ciò che sarebbe ragionevole. Processi che durano anni rendono aleatoria una pena che dovrebbe essere certa contro chi commette un crimine. E rendono praticamente impossibile avere giustizia in caso di controversia civile, con costi economici immensi. Penso che il Pd dovrà mettere intorno ad un tavolo magistrati, avvocati, giuristi, esperti in cultura dell’organizzazione e porre loro una semplice domanda: come possiamo, insieme, lavorare per dare all’Italia, nel più rigoroso rispetto delle garanzie costituzionali, una giustizia che abbia finalmente tempi europei.
Terza cosa che serve, per un’efficace politica della sicurezza: dobbiamo occuparci delle carceri, non solo quando scoppiano. Le nostre carceri non possono essere discariche di umanità dolente. Devono essere quello che la Costituzione vuole che siano: luoghi di recupero, attraverso l’espiazione certo, ma anche attraverso un percorso di reinserimento, soprattutto per i più giovani e per chi si è macchiato di reati minori. Questi percorsi oggi mancano quasi del tutto, per le gravi carenze di strutture e di personale. Ma se i detenuti non riescono né a studiare né a lavorare, il carcere finisce per essere un’università del crimine, dunque un’istituzione più dannosa che utile, ai fini della sicurezza. Anche su questo è necessaria una svolta, se non vogliamo ritrovarci, tra qualche mese, a ridiscutere di amnistie o indulti a causa del sovraffollamento delle carceri.


Nel nostro paese c’è lo schiavismo, e il centro-sinistra lo tollera. Per porvi fine, la democrazia americana accettò il prezzo devastante di una guerra civile. E noi, sinceri “democratici”? In Italia, infatti, non c’è più prostituzione. C’è schiavismo sessuale. Donne (ma ormai anche ragazzi) comprate e vendute, “importate” con inganno e violenza. Ridotte in schiavitù, appunto. Perché per la “riduzione in schiavitù” non è stato ancora introdotto l’ergastolo? Perché non accade mai che uno di questi schiavisti finisca ucciso dalla polizia mentre cerca di fuggire nel corso di un’indagine? Se accadesse spesso, l’obbrobrio dello schiavismo verrebbe rapidamente meno.
E invece, si continua con le retate di prostitute, cioè di donne che non commettono alcun reato e sono anzi vittime di uno dei reati più gravi ed odiosi, paragonabili all’omicidio.

Esecuzioni sommarie a parte… sono d’accordo con te. Dobbiamo combattere ogni forma di racket, anche perché dietro ognuna di esse c’è un’organizzazione criminale, di solito di stampo mafioso, italiano e non più solo italiano. Il racket delle persone umane è naturalmente il più odioso e va combattuto con particolare energia. Senza dimenticare che dietro ogni prostituta-bambina sulle strade non c’è solo uno schiavista, che va colpito con tutto il rigore possibile. C’è anche un complice: il cliente, quello che compra quella schiava o quello schiavo, dopo averne apprezzato le caratteristiche fisiche, proprio come si faceva nell’antica Roma o nei porti americani prima della guerra civile che hai ricordato. Penso che dovremmo porci il problema di sanzionare anche questo tipo di connivenza con un crimine tanto odioso e disumano.



Se domani costruisco un miniappartamento dentro il Colosseo, posso evitare la galera, e il sequestro e l’abbattimento del manufatto? Sembrerebbe di sì, visto che si costruisce allegramente e sistematicamente sul demanio. Perché tali costruzioni non sono immediatamente confiscate, visto che “insistono” su terreno altrui (cioè nostro)? Perché le leggi non prevedono la galera per simili misfatti?
E perché, invece, una infinità di lacci e lacciuoli mette sullo stesso piano di questi criminali chi compie una piccola ristrutturazione in casa propria, che non danneggia nulla e nessuno, non aumenta volumi, ma è solo in violazione di regolamenti certosinamente quaresimali e nulla più?
E insomma: ogni tanto un episodio che finisce in tragedia riporta alla cronaca la piaga dell’abusivismo edilizio. Cosa impedisce di combatterlo radicalmente e definitivamente, come in non pochi paesi civili?

Se citi il Colosseo non posso evitare di farti l’esempio di Roma, per dirti che non è vero che non si fa e non si può fare nulla. In questi anni abbiamo abbattuto 500 mila metri cubi di costruzioni abusive, dall’Hotel Summit a tutti i fabbricati che facevano scempio del Parco dell’Appia Antica e del Parco di Veio, dall’edificio confiscato a un appartenente della Banda della Magliana nella borgata Finocchio alle villette e alle mansarde che la presunzione di impunità aveva fatto sorgere a due passi dalla scalinata della Trinità dei Monti, a Campo de’ Fiori o a via Frangipane, proprio alle spalle del Colosseo. E sempre lì in zona, l’area del Celio, esempio massimo di degrado e di delinquenza, ora è stata restituita alla vita del quartiere e dei cittadini, è diventata un bellissimo parco pubblico. Insomma, se è vero che non è semplice e che ci sono tempi che potrebbero essere accorciati, se si afferma nella pratica il principio che azzardarsi a costruire abusivamente non porta lontano, allora si arriverà al risultato radicale e definitivo che giustamente auspichi. A Roma stiamo dimostrando che è possibile, anche se la battaglia contro gli effetti devastanti causati da troppi anni di condoni edilizi è lunga è difficile, non c’è dubbio.


Negli ultimi cinquant’anni la vita media si è allungata di oltre dieci anni. Che senso ha che l’età pensionabile non si allunghi di almeno la metà di tale cifra? Fatti salvi i famosi lavori usuranti, miniere, altoforni, concerie, catene di montaggio, non certo i lavori “noiosi”. L’età media delle donne è di parecchi anni superiore a quella degli uomini, perché dunque non equiparare subito le età pensionabili?
Il lato sociale (irrinunciabile) di una politica di centro-sinistra dovrebbe rivolgersi ad obiettivi ben diversi dalla difesa indifendibile di età pensionabili da “anni sessanta”.
Lotta contro il lavoro precario, con nuove leggi e sanzioni pesanti per gli imprenditori che abusino della flessibilità. Sanzioni pecuniarie e penali che stronchino quell’altra forma di neo-schiavismo che è il nuovo caporalato dei campi e dei cantieri. Salario sociale per la disoccupazione, come in tanti paesi europei. E tante altre misure di un nuovo welfare, più ampio, più equo, più efficace (e certamente possibile, in abbattimento di evasione fiscale, sprechi burocratici da “casta” e infinite altre spese da privilegio).

A Torino ho ricordato che Vittorio Foa disse una volta che la destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell'oggi, la sinistra è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati. Non si potrebbe dire meglio, almeno dal mio punto di vista. Ma noi democratici, noi riformisti, noi donne e uomini del centrosinistra dobbiamo poi essere conseguenti, e mettere al centro delle nostre preoccupazioni la necessità di disegnare un sistema previdenziale che sia sostenibile dal punto di vista finanziario e che consideri come non possa più reggere, di fronte all’allungarsi della vita media, una situazione in cui di fatto i giovani precari devono finanziare con i loro contributi le pensioni dei padri senza al tempo stesso maturare il diritto di ricevere, un giorno, una pensione equivalente. Il governo Prodi e le confederazioni sindacali hanno firmato un ottimo accordo, che ammorbidisce lo "scalone", senza intaccare le prospettive di sostenibilità del sistema previdenziale. Il Pd dovrà aiutare e stimolare il governo a concentrare la gran parte dei suoi sforzi di elaborazione e di iniziativa sugli odierni fattori fondamentali di disagio e di disuguaglianza, proprio a partire dalle principali vittime del mancato adeguamento dello Stato sociale alla nuova realtà della società e dell'economia: i giovani condannati ad una precarietà indefinita, i bambini poveri, gli anziani non autosufficienti.
E’ questo che intendo, quando parlo della necessità di ripensare il nostro welfare, attraverso un nuovo patto tra le generazioni, per il futuro dell’Italia.


Un tempo la sinistra diceva “casa, ospedale, scuola” per contrapporre il proprio riformismo al conservatorismo dell’establishment.
Ma in intere zone del sud gli ospedali stanno virando verso il lazzaretto, e anche al nord il disservizio conquista ogni giorno nuovi traguardi. La sanità sta diventando di nuovo e sempre più “di classe”. E non è questione di risorse, ma di loro pessima e lottizzata utilizzazione (dove la volontà politica c’è, a parità di risorse si realizza un servizio sanitario pressocchè modello).
Nelle università si potrebbe sperimentare il costo differito (si pagherà un x% del proprio reddito futuro, deciso liberamente da università rese autonome, per tot anni o anche per tutta la vita. Chi pensa di fornire un servizio migliore chiederà una x più alta. Tutti potranno studiare, senza i rischi connessi al “prestito d’onore” americano, troppo simile ai mutui/casa. E le università, indirettamente, diventeranno anche armi anti-evasione. E saranno in concorrenza tra loro). Ma i licei dovranno essere trasformati perché si studi di più rendendo lo studio appassionante. Gli esempi esistono, basta cercarli e valorizzarli. E selezionare un corpo docente motivato e adeguatamente pagato.
La casa, in affitto o in proprietà, costa in Germania infinitamente meno che da noi. Cosa impedisce di studiare tutti i casi europei, per diventare il paese all’avanguardia in una politica sociale per la casa?

La sanità italiana vanta la migliore performance nel mondo dopo la Francia, nel rapporto tra risorse impiegate e risultati in termini di salute dei cittadini. Non lo dice solo Michael Moore: lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità. La quale peraltro boccia il sistema sanitario italiano quanto a “orientamento al paziente”: basti pensare alle liste di attesa. Ed è vero che tanti nostri ospedali sono, come strutture, dei lazzaretti. Come è vero che il trend della spesa si va facendo insostenibile, soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione.
Il nostro sistema formativo, sia scolastico che universitario, ha isole di eccellenza, ma è complessivamente inadeguato in termini di rendimento, in particolare nel Mezzogiorno. I risultati dell’indagine Ocse dello scorso anno sono allarmanti. Le competenze di un ragazzo trentino sono nella fascia alta d’Europa, quelle di un terzo dei ragazzi del Sud sono a livelli di semianalfabetismo. Sia il sistema universitario che quello della ricerca faticano a tenere il passo, non solo con i paesi Ocse, ma pure con quelli emergenti, Cina e India in testa. Dobbiamo riuscire ad attrarre studenti e docenti nelle nostre università: per questo abbiamo bisogno, ad esempio, di un sistema di campus universitari, come i tre che abbiamo in cantiere a Roma, a Tor Vergata, ad Acilia e a Pietralata, che permettano anche di calmierare il mercato degli affitti e di offrire ospitalità a costi accessibili.
La casa, come hai detto bene, è un bene inaccessibile a molte famiglie e in particolare a molte giovani coppie. E il prezzo degli affitti è uno dei principali ostacoli alla mobilità territoriale.
Sono tre esempi della necessità di quel nuovo riformismo che è la ragion d’essere stessa del Partito democratico. Un riformismo che non può avvalersi di risorse aggiuntive rispetto agli attuali livelli di spesa pubblica. Ma deve riuscire a fare meglio con le risorse attuali. Deve quindi concentrare la sua attenzione creativa sulla riorganizzazione dei diversi comparti della spesa sociale, con tutta la fatica che questo comporta, tanto più se si considera che gran parte di questa riorganizzazione significa essenzialmente riorganizzazione del lavoro. Chi convince chi lavora nella o per la sanità, nella o per la scuola, l’università, la ricerca, che è necessario cambiare il proprio modo di lavorare, per dare a quel lavoro un senso più compiuto, il senso di essere davvero utili alla collettività?
Torniamo al nodo, culturale e morale, prima ancora che politico, che ci ha portato a lanciare la scommessa del Pd. Dobbiamo accumulare motivazioni forti, che rendano comprensibile, “sensato” il cambiamento. Dobbiamo elaborare una cultura del cambiamento, che tenga fermi gli obiettivi di principio e semmai innalzi il livello della loro ambizione. E al tempo stesso adotti il necessario pragmatismo nell’adattare gli strumenti organizzativi agli obiettivi sociali.
Questo per me è il riformismo. E non si può farlo semplicemente dal governo. Serve un grande soggetto politico che non solo raccolga e rielabori idee per il cambiamento, ma accumuli la necessaria riserva di “senso” e quindi di “consenso”, che lo renda politicamente possibile.


La situazione televisiva italiana è di tipo bulgaro, anche se diviso in due. Monopolio delle televisioni commerciali, lottizzazione partitica delle reti pubbliche. Dovrebbe essere ovvia una svolta radicale: fine della lottizzazione (qualcosa tra BBC dei tempi d’oro e Banca d’Italia, per la Rai), non più del 49% di una rete nel privato, limiti draconiani per le quote pubblicitarie, ecc., nel più coerente spirito antitrust. E invece abbiamo solo la riforma Gentiloni (sulla carta), che cambia poco e nulla.
Ma Berlusconi e Confalonieri vanno sbraitando di “esproprio” già per la proposta Gentiloni, si dirà. Che ci si faccia condizionare, e dunque si consideri “avanzata” una proposta che ha la forza riformatrice di un brodino vegetale, è la dimostrazione di una subalternità rinunciataria, che subisce la devastante egemonia berlusconiana su agenda e sentire comune.
Cosa impedisce al centro-sinistra una vera riforma democratica della tv, antitrust e antilottizzazione?

Nelle condizioni date, che sono quelle definite dai rapporti di forza di questo Parlamento, la proposta Gentiloni è una buona proposta: introduce elementi di movimento nell’attuale rigido duopolio, anche guardando verso lo scenario nuovo che sarà determinato dalle nuove piattaforme tecnologiche e a soluzioni nuove per il governo della Rai. Credo sia arrivato il momento di chiedersi se sia giusto, oggi, che questa azienda abbia un consiglio di amministrazione che finisce, per la fonte di nomina e per il suo essere «piccolo parlamento», con il gestire l´azienda. Con il duplice rischio di una duplicazione di funzioni rispetto alla Commissione di vigilanza e di un oggettivo indebolimento e precarietà dei vertici aziendali e del senso di appartenenza di dirigenti e personale.
Ma non vorrei che ci limitassimo a parlare di assetti istituzionali. La questione di fondo è quale rappresentazione di sé il Paese si dà attraverso la televisione. E’ questo quel che mi preoccupa di più. In questi quindici anni si è costruito un grande circo Barnum che sembra organizzato per far emergere il peggio dalle viscere della società italiana. Non soltanto la Rai, ma tutto il sistema televisivo pubblico o privato è chiamato a un profondo cambiamento. Chi fa i palinsesti deve avere più fiducia in se stesso e negli italiani.


La ripresa dei lavori parlamentari vedrà il voto sulla richiesta della magistratura di utilizzare registrazioni telefoniche in cui compaiono parlamentari (anche Ds). Il centro-sinistra non ha fin qui neppure preso in considerazione ciò che alcuni anni fa la sinistra giustamente sosteneva: che i parlamentari, rispetto a un comune cittadino, dovrebbero avere solo la tutela della autorizzazione della Camera (o del Senato) al mandato d’arresto. L’attuale legge costituisce insomma un assurdo privilegio. Perché, anziché abrogarla tornando all’equo garantismo di qualche anno fa, si vogliono moltiplicare i privilegi anti-indagine per un parlamentare sospetto di crimini?
E perché si continua a fingere che non sussista comunque una questione morale, se un dirigente del centro-sinistra parla di “tavolo politico a latere” in una sporca faccenda di cordate finanziarie con “furbetti”?

In Italia non c’è più, e giustamente come dici tu, l’autorizzazione a procedere: anche i parlamentari possono essere indagati e processati come qualunque cittadino, salvo che per i reati di opinione, per i quali è prevista l’autorizzazione della camera di appartenenza, che deve valutare se l’ipotesi di reato contestata rientra o meno nella garanzia costituzionale per la quale nessun parlamentare può essere chiamato a rispondere delle opinioni o dei giudizi espressi nell’esercizio del suo mandato. Un’autorizzazione della camera di appartenenza è ugualmente richiesta per i provvedimenti restrittivi delle libertà fondamentali; ma se c’è una sentenza di condanna passata in giudicato il parlamentare entra in carcere senza bisogno di autorizzazione, come qualsiasi cittadino. Tra i provvedimenti restrittivi delle libertà fondamentali, oltre all’arresto, ci sono le perquisizioni (domiciliari e personali) e le intercettazioni telefoniche, che dunque devono essere autorizzate. Si tratta, mi sembra, di garanzie ragionevoli e motivate, alla luce di una cultura liberale.
Quanto al caso specifico, sia Fassino che D’Alema hanno chiesto alla Camera di autorizzare la magistratura ad utilizzare le intercettazioni che li riguardano. Dunque nessun limite verrà frapposto all’azione dei giudici.

1 Festa del Partito Democratico dell'Empolese Valdelsa

Da giovedì 20 a domenica 23 settembre si terrà la prima “Festa del Partito democratico dell’Empolese Valdelsa”. Sarà una manifestazione ricca di eventi politici, con un occhio di riguardo anche alla gastronomia e all’intrattenimento. Il luogo scelto per questo debutto è la piazza dei Continenti (vicino al municipio) a Montelupo Fiorentino (Firenze).
La Festa, che ha unito gli sforzi degli iscritti di Ds e Margherita, sarà un’occasione importante per discutere con amministratori e dirigenti sul progetto del nascituro Partito democratico, oltre a un’ opportunità unica di apertura ai contributi esterni di tanti cittadini per la costruzione del Pd.
Molti gli appuntamenti politici in calendario fra cui spicca venerdì 21 settembre alle 17,30 l’incontro con Walter Veltroni “Equinozio d’autunno: grandi passioni per la nuova stagione democratica” al mercato ortofrutticolo di Avane a Empoli. Un evento che coinvolgerà la compagnia Giallo Mare Minimal Teatro che ha realizzato un video nel quale si raccontano le passioni e i sogni dei giovani del Circondario e che verrà proiettato durante la serata; il maestro cioccolataio Antonio Calosi creerà una scultura di cioccolato che verrà donata a Veltroni, il tutto accompagnato dal jazz del sassofonista Nico Gori e del pianista Stefano Onorati.
Fra i dibattiti da segnalare giovedì 20 settembre alle 18,30 aperitivo con Vittorio Bugli, consigliere regionale Pd e presidente Attività produttive Regione Toscana e Gianluca Parrini, consigliere regionale Pd “Circondario e governance: sfide per lo sviluppo locale”; alle 21 l’apertura politica con il segretario della Federazione Ds Empolese Valdelsa Giancarlo Faenzi e il coordinatore della Margherita Empolese Valdelsa Marco Bacchi, a cui seguirà un’intervista all’onorevole de L’Ulivo Marco Filippeschi a cura di Franco De Felice, direttore Rai Tre Tg Toscana. Venerdì 21 settembre alle 21,30 dibattito sul tema “La Fi-Pi-Li e le infrastrutture del Circondario Empolese Valdelsa” partecipano Matteo Renzi, presidente della Provincia di Firenze e i Sindaci del Circondario.
Sabato 22 alle 18,30 “Se è nuovo è giovane. Idee giovani per il Pd dell’Empolese Valdelsa” aperitivo con Diego Ciulli, consigliere regionale Pd e Diletta Rigoli, Comitato Pd Empolese Valdelsa; alle 21 allo spazio dibattiti Maurizio Pascucci, Arci-Libera, parlerà delle esperienze di lavoro nei campi sottratti alla mafia, a seguire Francesca Balestri presenterà il libro “Come quei lampadieri”; alle 22 il Comitato 14 ottobre per il Pd e i Sindaci del Circondario presentano “il Manifesto del Pd dell’Empolese Valdelsa”.
Domenica 23 settembre alle 19 aperitivo con Alberto Fluvi, onorevole L’Ulivo e Stefano Marini, vice presidente del coordinamento nazionale Enti locali e per la Pace e i Diritti umani. Alle 21,30 chiusura della Festa con Andrea Manciulli, segretario Ds Toscana, e Caterina Bini, segretaria regionale Margherita, candidati in ticket alla segreteria regionale del Pd.
Per tutta la durata della Festa sarà attivo “Il luogo d’incontro per il Pd”, un gazebo dove si potranno trovare tutte le informazioni sul prossimo appuntamento con le primarie del 14 ottobre e dove sarà allestita una postazione internet collegata a tutti i siti dei candidati alla segreteria nazionale del Pd. Sarà uno spazio che ospiterà il dibattito e che cercherà di dare delle risposte a tutti coloro che hanno dubbi o curiosità sull’iter che porterà alle primarie e alla costituzione del Pd.
Il Comitato per Veltroni di Fucecchio giovedì 20 settembre presenterà “L’alfabeto del Partito democratico: 22 parole per un linguaggio nuovo della politica” e domenica 23 alle 21 esporrà i contributi e le osservazioni raccolte durante i quattro giorni della manifestazione sull’alfabeto democratico.
Per tutta la durata della Festa saranno aperti il ristorante, la birreria e il bar. Ci sarà anche uno spazio per le associazioni animato da Anpi sezioni di Empoli e Montelupo; Associazione giovanile Suolo Pubblico; Comitato per Veltroni di Fucecchio; Arci-Libera; Amnesty International e Rete Lilliput.

domenica 16 settembre 2007

1 Festa del Partito Democratico del Circondario Empolese Valdelsa

Dal 20 al 23 settembre 2007 si svolgerà a Montelupo Fiorentino in provincia di Firenze la Prima Festa del Partito Democratico del Circondario Empolese Valdelsa.
Il Comitato promotore per il Partito Democratico di Fucecchio sarà presente è avrà a disposizione uno stand in cui poter presentare "L'Alfabeto del Partito Democratico di Fucecchio: 22 parole per un linguaggio nuovo della politica." Una politica che guarda ai contenuti e a programmi concreti da proporre e realizzare.
Clicca quì per vedere il depliant della 1 Festa del Partito Democratico Empolese Valdelsa.

La nuova stagione della scuola

Scuole aperte al pomeriggio e campus all'americana tra le priorità del Pd.
"Il Partito democratico avrà poche e precise priorità e tra le più importanti di tutte ci sarà il tema della formazione dei nostri giovani perchè ne va del futuro del Paese". L'attenzione nel nascente Partito democratico verso i temi della scuola, dell'università e della formazione è cnetrale per Walter Veltroni, che ha incontrato a Roma, insieme al ministro per la pubblica istruzione, Giuseppe Fioroni, e Dario Franceschini, i tanti docenti e studenti che hanno affollato la manifestazione romana dedicata al tema. Veltroni ha ricordato come il nostro Paese, proprio nel campo della formazione ha percentuali che lo portano distante dall'Europa: "C'è l'urgenza di capovolgere la situazione. Nella formazione c'è il futuro dell'Italia, occorre un salto qualitativo che ci faccia ripartire". Tra le priorità del Pd dovrà esserci il sostegno alla proposta di aprire le scuole al pomeriggio, così da renderle luoghi di aggregazione per i giovani. Ma anche la sperimentazione di "campus" sia a livello universitario che liceale, sul modello astatunitense. Luoghi dove poter dormire, studiare o fare sport. E per combattere il calo delle nascite e incrementare l'occupazione femminile occorrerà icnetivare la nascita di nuovi asili nido. Proprio dalla formazione della scuola, ha concluso Veltroni, "deve partire un grande Partito democratico e innovatore, come sarà il nostro Pd".

Cinque cantieri per l'ambiente

Energia, infrastruture, acqua e rifiuti, bellezza, qualità italiana: saranno le priorità del Partito Democratico
L’esigenza di difendere l’ambiente non è nata oggi, ha una storia già lunga. Fino ad oggi, però, il cammino per fronteggiare i problemi ambientali è stato frenato dalla tentazione di vedere l’ambiente come valore estraneo, se non antitetico, allo sviluppo economico. Che non sia così, lo testimoniano ad esempio i 200 mila posti di lavoro creati negli ultimi dieci anni in Germania nel comparto delle fonti rinnovabili. O ancora lo dimostra il fatto, ricordato tre anni fa da Pasquale Pistorio a proposito di STMicroelectronics, che il 25% dei profitti di quell’azienda derivava dai vantaggi economici acquisiti con la scelta dell’efficienza e del risparmio energetici. Ora è arrivato il tema inedito e drammatico dei mutamenti climatici a svelare l’infondatezza, o almeno l’anacronismo, di questa opposizione tra ambiente e crescita economica. Combattere il global warming, prima ancora di un dovere etico verso le generazioni future, è un interesse molto pratico e molto urgente, sociale ed economico. Il clima che cambia, infatti, costa e costerà molto di più delle misure necessarie a stabilizzarlo; e già ora penalizza per primi e con più violenza i più deboli, siano gli agricoltori delle regioni africane colpite dalla desertificazione, gli anziani delle nostre città investite dalle ondate di calore o i poveri di New Orleans sommersa dall’uragano Katrina. La politica deve prendere rapidamente le misure di queste novità epocali. Se è vero che i problemi globali richiedono risposte globali, credo ad esempio che sarebbe bene dar seguito concreto all’idea di creare una vera e propria nuova istituzione internazionale, una sorta di Consiglio di Sicurezza dell'Ambiente, che abbia strumenti e poteri per prendere decisioni efficaci e vincolanti. E ad ogni modo è la politica del vasto campo del centrosinistra, del Partito democratico, che perderebbe credibilità e anche senso se non capisse che scongiurare il collasso climatico, tutelare l’ambiente, è oggi una parte decisiva dell’impegno per accrescere il benessere delle persone e delle comunità, dunque per adempiere alla sua stessa ragione sociale. L’Italia deve essere all’avanguardia nella lotta ai mutamenti climatici, rendendo concreti gli obiettivi fissati per il 2020 dall’UE. In questi mesi il governo ha compiuto scelte importanti: dal fondo per l’applicazione del Protocollo di Kyoto inserito nella Finanziaria 2007 alla riforma degli incentivi alle imprese che producono energia da fonti rinnovabili. Nei prossimi giorni altre indicazioni utili verranno dalla Conferenza sul clima organizzata dal Ministro Pecoraro Scanio. All’energia va dedicato un primo grande “cantiere dell’innovazione”, per fare dell’Italia un Paese leader nella diffusione dei pannelli solari, sia termici per il riscaldamento che fotovoltaici per produrre elettricità. Come stiamo prevedendo a Roma, tutte le nuove costruzioni utilizzino per il loro fabbisogno energetico una quota significativa di energia pulita; e affinando lo strumento delle deduzioni fiscali sulle spese sostenute dalle famiglie per ristrutturare la propria casa, ma anche con nuovi incentivi fiscali da concordare su scala europea, come proposto da Brown e Sarkozy, si dia un forte impulso agli interventi che concorrono a migliorare l’efficienza negli usi energetici residenziali: lampadine ed elettrodomestici ad alta efficienza, caldaie a condensazione, coibentazione degli edifici. Per accelerare la sostituzione degli apparecchi e dei sistemi più energivori e inefficienti, la via è quella indicata dallo stesso vicepresidente di Confindustria Pistorio: accompagnare gli incentivi con la fissazione di scadenze temporali dopo le quali sia vietata la vendita dei modelli che non soddisfano limiti minimi di efficienza. Il secondo cantiere dell’innovazione riguarda i trasporti. L’Italia soffre di gravi insufficienze quanto a reti e sistemi di trasporto: nel Nord i corridoi esistenti sono vicini al collasso, nel Sud le infrastrutture ferroviarie ma anche quelle stradali sono totalmente inadeguate. Questo vuol dire sovracosti per le imprese, spostamenti scomodi e insicuri per i cittadini, e un impatto ambientale notevole: quattro quinti delle merci e dei passeggeri viaggiano su strada, più che in ogni altro Paese europeo, e questo comporta più inquinamento e più emissioni dannose per il clima. Potenziare e modernizzare il nostro sistema delle infrastrutture è una priorità non più rinviabile: dobbiamo raddoppiare la quota del trasporto ferroviario, rendere più sicure strade e autostrade, dotare il Mezzogiorno di reti moderne ed efficienti. Tutti i soggetti che hanno idee da far valere, dagli enti locali alle forze economiche, dalle organizzazioni sindacali alle associazioni ambientaliste, contribuiscano alla scelta delle opere da fare, naturalmente tenendo conto delle risorse pubbliche e private attivabili. Una volta compiute le scelte, si proceda senza più tornare sulle decisioni, senza più l’intralcio di interessi corporativi o localistici. Un terzo cantiere dell’innovazione, che riguarda tutta l’Italia ma ha il suo cuore nel Sud, deve interessare le reti di protezione ambientale primaria, acque e rifiuti in testa. Ancora in molte parti del Paese mancano i depuratori e le acque reflue finiscono direttamente in mare, nei fiumi, nelle falde. Questa gravissima lacuna va colmata, e contemporaneamente bisogna realizzare le condizioni per un ciclo davvero unificato delle acque. Un ciclo che anche se gestito da aziende private, risponda però rigorosamente a criteri fissati in base all’interesse della collettività. Nel campo della gestione dei rifiuti va innanzitutto ristabilito con forza il principio di legalità, cominciando con l’inserire nel codice penale i reati delle ecomafie che li smaltiscono clandestinamente. Si può dimezzare entro cinque anni la quantità di rifiuti urbani e industriali che finisce in discarica, puntando sulla raccolta differenziata e su moderni impianti per il trattamento e la termovalorizzazione. Tra tutte le forme di smaltimento, la discarica è la più dannosa per l’ambiente e per la salute dei cittadini ed è anche quella economicamente più insensata, per lo spreco di materiali che potrebbero essere riusati, recuperati, riciclati. Il quarto cantiere dell’innovazione è quello della bellezza. L’Italia deve mettere a frutto la fortuna di custodire beni ambientali, paesaggistici, culturali di eccezionale pregio; di essere nella realtà, e nell’immaginario di tutto il mondo, il Paese della bellezza, materia prima che produce valore senza inquinare né dissipare risorse. Ma la bellezza non è soltanto nei tesori naturali o in quelli ereditati dal passato: la qualità estetica, accanto a quella ambientale e tecnologica, deve essere il segno anche del nuovo che si realizza, siano case o scuole, centri commerciali o edifici pubblici, automobili o persino capannoni industriali. Infine, il quinto cantiere dell’innovazione è quello della qualità italiana, di quella che Realacci chiama soft economy. L’infinita varietà di produzioni italiane devono riconoscibilità e competitività a due gambe poderose: un rapporto stretto con il territorio, con i suoi saperi e le sue tradizioni, e un forte tasso di conoscenza, di ricerca, di innovazione tecnologica. Dentro la soft economy c’è il turismo, c’è l’agricoltura dei prodotti tipici, ci sono i parchi e la rete delle mille economie territoriali che sono emblema del “made in Italy”. Dobbiamo promuovere e difendere questo tesoro, per esempio operando perché finisca lo scandalo per il quale su dieci euro di prodotti agroalimentari venduti nel mondo come italiani, solo uno è di prodotti veramente “made in Italy”. Energia, infrastrutture, acqua e rifiuti, bellezza, qualità italiana. Il Partito democratico dovrà impegnarsi al massimo per fare di questi cinque “cantieri dell’innovazione” altrettante occasioni vincenti per contrastare con efficacia i problemi ambientali e al tempo stesso per aprire una nuova stagione di sviluppo fondata sulla valorizzazione delle nostre eccellenze: di uno sviluppo davvero sostenibile, che non può vivere di solo Pil ma che pure al nostro Pil, nell’era della concorrenza globale, può fare solo un gran bene.

Messaggero (Roma) - 20 set. Melandri:«Storie e culture diverse nella lista di Veltroni per il Pd».


Con noi anche Pancalli e Ozpetekdi Caludio Marincola

«Roma naturalmente è un vetrina troppo importante, stiamo costruendo in collaborazione con le altre liste qualcosa che contenga l’“anima”, lo spirito innovativo della candidatura di Walter e al tempo stesso la qualità dell’esperienza romana».
Giovanna Melandri è tornata alla scrivania di ministro. Le vacanze - si fa per dire - le ha trascorse al Gemelli. Ricoverata. Lastre, antibiotici, riposo assoluto. Unica consolazione qualche buona lettura.
Un saggio l’ha colpita in particolare. Lo ha scritto un politologo brasiliano, Roberto Mangabeira Unger. «È un nuovo manifesto - lei sintetizza - in cui si coltiva l’idea di una sinistra in grado di superare le incrostazioni del secolo passato, una sinistra che esprima una nuova creatività».
Da due giorni il ministro Melandri vola più basso. Ha ripreso la solita routine. Si è rimessa al lavoro per “chiudere” la “sua” lista che oggi verrà presentata ufficialmente. Obiettivo: condensare in un elenco le diverse vocazioni del Pd.
Il nome della lista a dire il vero non spicca per originalità. Si chiamerà “Per Veltroni ambiente, innovazione, lavoro”. Ricorda da vicino quel combinato disposto che ha accompagnato Veltroni nelle ultime due tornate elettorali.
È così?«C’è la stessa esigenza di rimescolamento. Culture e storie diverse in contatto fra loro. Tireremo i fili di quello che è stato il discorso di Walter al Lingotto di Torino». La politica farà un passo indietro?
«Casomai il contrario. Questa lista avrà piena dignità politica. Sarà formata da molti giovani, giovani di varia origine e provenienza che in questi anni la politica l’hanno fatta ma in un modo diverso. Nelle associazioni, nel mondo del volontariato e del lavoro. Con un’attenzione alle esperienze sociali laiche e religiose e l’impegno garantire un rinnovamento generazionale».
I nomi?
«Luca Pancalli, l’ex commissario della Figc, che rappresenterà il mondo delle professioni; Ferzan Ozpetek, quello della Cultura; Tobia Zevi, presidente dei giovani della Comunità ebraica; Mattia Stella, presidente dei Giovani per la Costituzione; la nuotatrice Alessia Filippi (che si candiderà nel collegio di Tor Bella Monaca, ndr); Francesco Florenzano, presidente dell’Upter; Pietro Barbieri, presidente del Movimento per il Superamento dell’handicap; Michele Samogia, presidente di Kanimambo; Costanza Fanelli, presidente delle cooperative sociali; Paola Concia, per i Diritti. E ci saranno anche gli Ecodem, a partire da Roberto Della Seta, più alcuni rappresentanti del mondo sindacale, Agostino La Padula e Agostino Megale».
E i “pezzi da 90”?«Come ha detto Anna Finocchiaro, ”ci offriamo in garanzia per i più giovani”. Ci saranno Lilli Gruber e Silvia Costa, gli assessori capitolini Marco Causi e Jean-Léonard Tuoadì. Ringrazio anche il ministro Giuliano Amato che in Toscana si candiderà al posto numero 3 lasciando quello di capolista ad un giovane».
Anche voi, come Grillo, metterete il bollino blu?
«Noi non mettiamo bollini, facciamo una scelta, una selezione, apriamo porte e finestre. Una risposta anche a chi in questi giorni cerca scorciatoie populistiche usando una retorica che fa crollare il linguaggio ai vaffa...».

sabato 15 settembre 2007

Dar voce agli ascoltatori

Seguendo l’esempio di Sandro e Michele, scrivo a ruota libera una mia proposta democratica. Più che una proposta su temi concreti di vita quotidiana, vorrei puntualizzare quello che secondo me dovrebbe essere il modus operandi del futuro Partito Democratico, le regole non scritte su cui si dovrebbe basare l’attività di un partito che vuol nascere diverso rispetto ai suoi attuali “simili”. Per farla breve, vorrei scrivere due righe su PARTECIPAZIONE & DIALOGO.
La disaffezione dilagante tra i cittadini nei confronti della politica è all’occhio di tutti. Uno dei futuri compiti del PD, nonché fondamentale spinta propulsiva verso la sua nascita, riguarderà proprio la ricucitura di questo strappo tra cittadinanza e classe politica, giunto se mai possibile ai livelli dei primi anni ’90, dopo lo scandalo di Tangentopoli. In pochi anni siamo riusciti a compiere un doppio miracolo all’italiana, ma all’inverso: la perdita quasi totale della fiducia nei partiti, con il conseguente allontanamento di grosse fette di popolazione dalla vita politica attiva, e il contestuale dispendio di energie da parte dei partiti stessi (che nel frattempo si sono moltiplicati a dismisura) nel tentativo di prevalere l’un sull’altro, instaurando uno scontro verbale continuo in un linguaggio sempre più incomprensibile, che non ha fatto altro che alimentare ancor di più l’insofferenza della gente.
Ovviamente da 15 anni a questa parte la società è profondamente mutata, oggi viviamo in un mondo oltremodo complesso, avere una corretta visione d’insieme di ciò che ci circonda è molto difficile per chiunque, è ciò vale anche per la classe politica. Nonostante questa “attenuante generica” il gioco al massacro deve finire. In una qualsiasi comunità che voglia definirsi civile, per l’antipolitica non ci può e non ci deve essere posto. La sfiducia non deve portare alla rassegnazione, bensì alla reazione. L’incomprensione non deve condurre alla repulsione, bensì a stimolare il confronto.
Su queste due strade dovrà cimentarsi il futuro PD. Nell’instaurare un dialogo con la c.d. società civile in primis, ma con lo scopo ben preciso di rapportarsi con la gente tutta. Un dialogo in cui non c’è un solo interlocutore, una parte attiva che riferisce ed un’altra passiva che recepisce. Per fungere da portavoce, per essere il collegamento tra popolazione e istituzioni occorre fare un passo indietro e ricominciare ad ascoltare la gente. L’informazione gioca un ruolo cruciale in tutto questo. La partecipazione presuppone una conoscenza che oggi è collocata su un’asticella alquanto alta. La sfida è anche questa. La comunicazione politica deve riuscire ad avere una capacità di sintesi in grado comunque di stimolare l’interesse nella cittadinanza, così che ognuno possa sentirsi invitato ad esprimere la propria opinione, con lo scopo di limitare gli spazi dei monologhi ed aprire invece un dialogo per raccogliere i pensieri e le idee di ciascuna persona che vorrà partecipare a questa nuova stagione. L’apertura dovrà essere totale, non solo nella fase costituente del partito, ma questo processo dovrà caratterizzare sempre più l’attività del PD. Incontri col pubblico, quindi, non una volta l’anno, bensì con una frequenza maggiore, per avere la possibilità di recepire le istanze e le idee dei cittadini. Confronti periodici anche con interlocutori “di rappresentanza”: associazioni di categoria e dei lavoratori, dei consumatori, mondo del volontariato, rappresentanze dal mondo della scuola e della sanità. Stimolare la partecipazione ed ascoltare. Con momenti, poi, di pura democrazia partecipativa, come il voto alle elezioni primarie. O come, mi immagino, il voto su particolari questioni locali nelle quali sarà d’obbligo ascoltare l’opinione della comunità.
L’importanza di creare un grande movimento non si deve poi scontrare con la paura di creare un’unica grande voce. La capacità di decidere è una virtù, corollario se vogliamo della sopra auspicata semplificazione del complesso mondo in cui viviamo. Un grande partito, come il PD si appresta a diventare, ma soprattutto le persone che lo compongono, non dovranno mai stancarsi di dialogare al proprio interno. E’ auspicabile l’aggregazione di molti degli attuali partitini in pochi grandi soggetti, ma all’interno di questi vorrei trovare una miriade di voci che parlano ed il doppio di orecchie pronte ad ascoltarle, nella ritrovata convinzione che di infallibile non c’è nessuno, tantomeno il gruppo ristretto della classe dirigente di un partito.
E adesso largo ai temi…

Alessio

mercoledì 12 settembre 2007

3 gruppi di lavoro per promuovere il Partito Democratico di Fucecchio

Dopo un'accesa discussione, ieri sera (martedì 11 settembre) sono state individuate le future tappe che il Comitato per il Partito Democratico di Fucecchio percorrerà in vista delle elezioni primarie del 14 ottobre.

Verranno costituiti 3 gruppi di lavoro:

il primo si occuperà dell'organizzazione generale e della predisposizione delle sedi in cui si svolgeranno le elezioni primarie a Fucecchio. A tal riguardo le sedi dovrebbero essere 6: 2 in centro (Piazza XX Settembre e via I Settembre), 4 nelle frazioni (S. Pierino, Botteghe, Massarella, Ponte a Cappiano).

Il secondo gruppo si occuperà della comunicazione, cioè di far conoscere il percorso che si sta facendo a Fucecchio ed in tutta Italia per la costituzione di un soggetto politico nuovo e della possibilità di poter scegliere il segretario regionale e nazionale attraverso le elezioni primarie del 14 ottobre.

Il terzo si occuperà, invece, dell'organizzazione di gruppi di lavoro su tematiche specifiche prendendo come spunto il Manifesto del Partito Democratico.
Il prossimo incontro è previsto per martedì 18 settembre alle 21:30 presso il Circolo Arci in zona Samo.

lunedì 10 settembre 2007

MARTEDì 11 SETTEMBRE: SI COSTITUISCE IL COMITATO PROMOTORE PER IL PD DI FUCECCHIO


Martedì 11 settembre 2007 il Comitato promotore per il Partito Democratico di Fucecchio si riunirà per eleggere i suoi rappresentanti.
L'incontro si svolgerà presso la sala della Coop di Fucecchio in via Fucecchiello 7, alle ore 21 e 30.


Nell'occasione tutti i presenti avranno la possibilità di intervenire per esprimere le proprie proposte ed idee. Saranno definite, inoltre, le prossime iniziative del comitato cittadino in vista delle elezioni primarie del 14 ottobre, data in cui si voterà il segretario nazionale e il segretario regionale del Partito Democratico.


L'incontro è aperto a tutta la popolazione fucecchiese e a tutti coloro che seguono con interesse la nascita del Partito Democratico.

Manciulli: "Voglio cambiare la Toscana"


"Vi parlo di lavoro e di idee nuove"



Intervista di Pietro Jozzelli su La Repubblica Firenze 9 settembre 2007

Un progetto di cambiamento per la Toscana. La politica come spirito di servizio: "accetterò il giudizio democratico delle persone sul mio lavoro". L´annuncio che riconoscerà solo le liste che condividono la sua proposta di modernizzazione. Andrea Manciulli, candidato segretario del partito democratico alle primarie del 14 ottobre, avanza idee, valori, condizioni politiche.
Manciulli, adesso un avversario ce l´ha, una donna, Cristina Bandinelli. Che impressione le fa combattere con una donna?
«La parità è un bene, nella mia segreteria ci sono metà uomini e metà donne. Ma se c´è parità vera, che argomento è? Contano le idee. Io propongo di cambiare la Toscana, Veltroni di cambiare l´Italia. Cambiare i costumi, l´idea della politica. Se ci sono più proposte, meglio. Eppoi dal 15 ottobre staremo fianco a fianco a far crescere il partito democratico».
Lui si richiama a Veltroni, la Bandinelli a Rosy Bindi. Ieri Bandinelli ha lanciato su Repubblica qualche frecciata: troppi uomini di partito nelle liste per le primarie, io rappresento gli imprenditori e i volti di ogni giorno, cioè la società civile e non la nomenklatura.
Manciulli, uomo educato ma puntiglioso e talvolta focoso, non ci sta.
Replica con garbo, cioè evitando il batti e ribatti, ma affermando una proposta di cambiamento generale in cui chiama a decidere su questioni di fondo: modernità e innovazione, una nuova idea della politica dopo le deturpazioni recenti, un salto in avanti in cui politica e società civile ritrovino l´impegno al bene collettivo.
Manciulli lei è nomenclatura, anzi nomenklatura?
«Io sono uno storico che si è impegnato in politica. Sono partito da Piombino, dalle acciaierie di Piombino. Se la vita mi porterà a cambiare, farò lo storico. Ho 38 anni e mio padre, operaio delle acciaierie, mi ha fatto vedere che cos´è il lavoro. E che cosa significa fare un lavoro pensando al fine generale. Quanto alla nomenclatura e alle liste del Pd, una cosa mi è chiara: il partito democratico non nasce se non con una grande apertura, metà donne, metà uomini, giovani, cervelli. Un partito per il futuro, con persone che aggiungono la loro elaborazione alla elaborazione degli uomini di partito. L´adesione di Enzo Cheli rappresenta questo segnale, l´impegno per un nuovo progetto che tutti coinvolga. Un partito finalmente nazionale, perché se hai il 10% in Lombardia non cambi il paese, non puoi essere il partito delle riforme. Per quanto mi riguarda, io non sarò candidato capolista, ma verrò dopo una donna. E riconoscerò solo le liste che accetteranno il mio progetto. Aggiungo che per me la politica è spirito di servizio, vuol dire accettare il giudizio democratico degli elettori ».
Lei è il segretario regionale uscente dei Ds. Qual è il suo fine generale?
«Da almeno 15 anni la contrapposizione tra politica e società civile ha molto indebolito l´idea stessa della politica. Da noi, le cose vanno meglio ma la coesione ci spinge a cullarci un po´ troppo su quel che siamo stati, mentre sfide formidabili avanzano. Tendiamo all´appagamento, mentre abbiamo bisogno di infrastrutture, di welfare moderno, di risolvere il deficit di natalità. In chiave nazionale, Veltroni ha dato prova di essere la persona giusta per rilegittimare con le sue idee l´idea stessa della politica. E´ stato concreto come amministratore di Roma, ha lanciato messaggi di modernità alle nuove generazioni, ha puntato sulla contemporaneità. E´ lui l´uomo che darà l´impulso giusto al nuovo partito».
Bandinelli parla agli imprenditori. Lei?
«Voglio aiutare le imprese a crescere nella scala della competitività. Qui abbiamo tre grandi centri universitari, io punto sui cervelli, sulla conoscenza per fare di questa regione quanto hanno fatto Barcellona o Parigi o Londra con le loro aree di riferimento. Servono manager, tecnologie, intraprendenza. E serve modernizzazione: cioè cablaggio, rete, mobilità urbana moderna. Ma non parlo solo alle imprese, parlo anche al mondo del lavoro. Proprio per la sua storia, la Toscana si fa promotrice di un rilancio dell´idea del lavoro. Non si è "ganzi" solo se si ottiene un successo personale, sconfitti se "si va a lavorare". E´ l´armonia intorno al fine generale dello sviluppo del territorio tra chi lavora e chi investe, che dobbiamo rilanciare, è qui che nasce la progettualità positiva per il gran salto».
Che pensa dell´ordinanza sui lavavetri?
«Il tema della sicurezza è fondamentale per la sinistra. Un´anziana signora mi ha detto: fino a pochi anni fa potevo lasciare le chiavi nella porta, ora non più: e questo è un peggioramento. Non le do torto, l´insicurezza colpisce soprattutto i più umili. Non serve solo la repressione, ma rispetto delle leggi e politiche preventive. Città che funzionano meglio, che combattono il degrado, più illuminate, con i trasporti che fanno il loro dovere, sono città più sicure».

Sbarbati: Repubblicani Europei in campo per Veltroni. Trovato accordo, alle primarie ci saremo

Le primarie del Partito democratico si arricchiscono di un nuovo protagonista. I Repubblicani europei di Luciana Sbarbati scendono in campo e annunciano: parteciperemo alle primarie del Pd e sosterremo la candidatura di WalterVeltroni. La decisione e' stata presa dopo un incontro con il sindaco di Roma, avvenuto ieri mattina in Campidoglio. Un faccia a faccia tra il segretario in pectore del Pd, il presidente dei Repubblicani europei Adriano Musi e la segretaria nazionale Luciana Sbarbati.
Sbarbati, gia' membro del comitato dei 45 che ha stilato leregole per il prossimo 14 ottobre, nelle scorse settimane non aveva nascosto le sue critiche a un processo "verticistico" e "privo di un reale dibattito sui contenuti". Ieri, pero', l'incontro con Veltroni e' stato positivo: "Abbiamo trovato un accordo sulla nostra piattaforma programmatica che avevamo inviato a Veltroni. Ora lavoreremo per mettere a punto la nostra partecipazione nelle liste, naturalmente a sostegno del sindaco di Roma". I contenuti dell'accordo sono quelli per cui i Repubblicani si battono da tempo: "Scienza e ibera ricerca- spiega Sbarbati- ma controllata nelle sue applicazioni. Una politica estera ispirata al multilateralismo e uno Stato improntato a una sana laicita', che non vuol dire laicismo".
Il prossimo appuntamento in calendario e' quello del 22settembre, quando Veltroni sara' ospite dell'assemblea nazionale dei Repubblicani, che si terra' all'hotel Palatino di Roma. Una presenza che sugellera' l'accordo in vista delle primarie: "Sono contenta- aggiunge Sbarbati- perche' quest'occasione non e' stata sprecata. La nostra partecipazione aumenta il pluralismo interno al Pd e offre spazio a una cultura leale ma concorrente nella definizione delle caratteristiche del nuovo partito".
Infine, Sbarbati lancia un appello in sintonia con gli altri candidati alla guida del Pd: "Sarebbe molto meglio se il 14 ottobre si facesse pagare un euro, invece che cinque, agli elettori. Sarebbe un modo certo per aprire a una maggiore partecipazione".
(Fonte Agenzia Dire, 8 settembre)

Pd: entra Alleanza Riformista, Veltroni le dà il benvenuto. A Napoli assemblea nazionale socialisti ex SDI con Del Turco

''Chiudiamo il secolo delle divisioni, basta con le diaspore dei socialisti, il futuro del riformismo e' nel Partito Democratico''. Ottaviano Del Turco sceglie Napoli per traghettare Alleanza riformista, la nuova sigla che racchiude i socialisti che hanno rotto con lo Sdi, nel Partito Democratico. E a dare il benvenuto nella casa dei riformisti alla nuova formazione che si aggiunge a Ds e Margherita giunge, nella sala della Mostra d'Oltremare gremita da oltre 500 persone, il messaggio augurale di Walter Veltroni.''Non c'e' altra strada per i socialisti - ha spiegato DelTurco chiudendo i lavori della prima assemblea di Ar - non puo'costruirsi un partito democratico senza la presenza, il ruolo,le idee e i valori della tradizione riformista''. Tradizione, ma non identita' ''che ha portato ai settarismi - spiega Del Turco - e che dovra' smarrirsi e confondersi con le altre storie nel nuovo soggetto''.
''Credo che lo smarrimento dell'identita' dentro la nuovaformazione - ha rimarcato il presidente dell'Abruzzo - sara' un arricchimento per il Paese e non l'abbandono di una storia di cui sono orgoglioso''. Quanto allo strappo con lo Sdi che per il momento rimane fuori dal progetto del Pd Del Turco non capisce ma confida in un ripensamento: ''Ci sono dei compagni - dice - che hanno scelto di prendere il treno successivo. Peraltro i socialisti furono i primi a parlare nel 2002 dell'esigenza del partito Democratico: e' un ritardo che non capisco, quello dei miei amici, ma che rispetto e penso che con un po' di pazienza staremo tutti assieme''. Del Turco, infine, ha apprezzato il messaggio del candidato alle segreteria del Pd, Veltroni, in cui si ricordava la figura di un grande riformista partenopeo, Francesco De Martino.
Prima di Del Turco, l'ex ministro per il Mezzogiorno Claudio Signorile ha ribadito le ragioni della scelta con la necessita' di porre un argine all'eccessiva frammentazione del sistema politico costretto a fare i conti con estenuanti mediazioni.''Il socialismo non puo' essere identificato con un partito - ha detto - il socialismo e' una delle grandi civilta' che hanno segnato la storia del mondo''.
(Fonte Agenzia ANSA, 8 settembre)

Veltroni in Emilia: Il Pd sara' un grande partito di popolo

Le dichiarazioni del candidato leader alla guida del Pd Walter Veltroni.

Il Partito Democratico "sara' un grande partito di popolo" e dovra' diventare, "e lo diventeremo, il primo partito in Italia". Cosi' ieri il sindaco di Roma e candidato alla guida del PD, Walter Veltroni, dal palco della Festa dell'Unita' di Reggio Emilia."Adesso comincia una nuova pagina - prosegue Veltroni - e tutti noi dobbiamo lavorare per costruire consenso intorno, parlando con e tra la gente, perche' quello che la politica ha perso ormai e' il dialogo, c'e' solo un dialogo tra sordi".Invece, aggiunge Veltroni, "noi dobbiamo ricostruire il senso corale del formarsi della politica e del formarsi del consenso", guardando al domani "con ottimismo", perche' e' ora di finirla "col non essere mai contenti di nulla". Per questo, "il PD sara' un partito aperto e, perche' no, allegro". Ma, soprattutto, Veltroni garantisce che non ci saranno polemiche, "anche perche' non ho mai polemizzato con nessuno, come vedete non ho mai pronunciato il nome, quel nome che dal '94 in poi abbiamo pronunciato troppo continuamente", riferendosi al leader del centrodestra. "Vogliamo - insiste - una politica seria, che non insulti nessuno, e se non lo faccio al di fuori del PD figuriamoci se lo faccio al di dentro, tra di noi".
Infine, un richiamo ai valori perche' "un partito non sta insieme se non ha valori comuni, diventerebbe solo un luogo per mestieranti e professionisti. Ma sia la politica che la societa' hanno bisogno di valori" e il PD dovra' in questoessere "un punto di riferimento". In serata Veltroni, intervenendo con Dario Franceschini a Ferrara, alla Festa del PD e' tornato sul tema della sicurezza."Il diritto alla sicurezza di tutti i cittadini e' sacro e inviolabile, per fortuna una serie di sindaci lo ha posto con grande forza". Walter Veltroni apprezza il progetto annunciato dal ministro degli Interni Giuliano Amato. "Amato giustamente- dice Veltroni- vuole fare una serie di interventi dei quali i piu' importanti secondo me sono quelli che devono servire a garantire l'effettivita' della pena". La "legalita' e' tutta e tutte le leggi dello stato vanno rispettate. Chi fa del male a cose o persone si deve assumere le proprie responsabilita'".

Veltroni: Per una forza di sinistra il tema della sicurezza è fondamentale

ASSISI (PERUGIA) 1 SET - ''Ho detto in passato che il tema della sicurezza non e' di destra ne' di sinistra, voglio andare oltre: non riesco a immaginare nessuna forza di sinistra o di centrosinistra che non assuma il tema della sicurezza come principale per i cittadini''. Lo ha detto il sindaco di Roma, Walter Veltroni parlando dal palco del seminario dei popolari della Margherita sul partito democratico. ''So che il tema della sicurezza e' un tema estremamente sentito e ci sono fatti di fronte i quali non si puo' stare zitti - ha proseguito Veltroni - la sicurezza e' uno dei problemi piu' sentiti e una grande forza popolare non puo' non stare dove stanno le insicurezze della popolazione specie dei piu' deboli''. Il sindaco di Roma ha parlato della necessita' di ''costruire un nuovo equilibrio'' nelle citta', dalle piu' grandi alle piu' piccole e questo ''ci sara' solo se tutte le istituzioni saranno in grado di garantire un diritto fondamentale del cittadino che e' quello di vivere sicuro''.''Ieri - ha aggiunto Veltroni - ho fatto fare una serie di interventi ai vigili urbani e abbiamo trovato 5 casi di persone che facevano sfruttamento dei bambini: si tratta di un intervento repressivo o di politica sociale?''. Veltroni tocca solo tangenzialmente la questione dei lavavetri osservando che oggi sulle cronache c'e' quella ma esistono molti altri problemi e sul tema dice che: ''Non basta solo una politica repressiva ma serve integrazione sociale''.Il sindaco di Roma conclude avvertendo che ''una societa' che ha paura e' pericolosa perche' genera chiusura e conservazione, noi dobbiamo rappresentare la riapertura di una stagione di speranza e coesione sociale''.
(Fonte Agenzia Ansa)

Sicurezza, Ambiente, Precarietà: le nuove sfide globali del Centrosinistra

Intervento di Walter Veltroni all’università estiva di Les Gracques, Parigi
Cari amici, vorrei ringraziarvi per avermi invitato a essere oggi qui, assieme a voi, ospite del Circolo “I Gracchi”. Il titolo che avete scelto per questo dibattito, “Le raisons politiques de la défaite et les voies de la refondation”, rimanda ovviamente, per prima cosa, al vostro Paese, all’esito delle elezioni presidenziali, alla riflessione che si è aperta nella sinistra francese all’indomani della bella e coraggiosa battaglia condotta da Ségolène Royal e dopo il risultato delle elezioni legislative.
Io vorrei però dire subito che questa riflessione sul futuro, sulle strade da prendere per aprire una nuova stagione, è qualcosa che riguarda tutti noi, tutto il vasto campo delle forze di sinistra e di centrosinistra in Europa. Lì dove si è perso, certo, in Francia come in Germania; ma anche in quei Paesi, come il mio, dove un anno fa siamo tornati al governo, con Romano Prodi. O dove invece l’esperienza di governo dura da un decennio, come in Gran Bretagna, perché anche le migliori idee e le soluzioni più efficaci non possono restare per sempre uguali a se stesse, hanno bisogno di un costante aggiornamento.
Ed è una riflessione, quella sul futuro della sinistra e del centrosinistra, che riguarda tutti anche dal punto di vista della storia e dell’identità di ognuno. Riguarda i partiti socialisti e socialdemocratici di antica origine, chiamati oggi a rinnovare profondamente la loro strategia e i loro programmi. E riguarda chi, come accade a noi in Italia, insieme al compito di adattare la sua visione e le sue proposte ai problemi del XXI secolo, ha l’esigenza di misurarsi una volta per tutte con la vicenda complessa e articolata della sinistra, per ricomporre finalmente le divisioni che hanno attraversato il campo del riformismo.
La strada che abbiamo scelto, lo sapete, è quella iniziata più di dieci anni fa, quando nacque l’Ulivo. Il progetto in cui siamo impegnati, e che il prossimo 14 ottobre avrà il suo momento fondante, è quello di dar vita ad un partito nuovo, al Partito democratico. La grande forza riformista che l’Italia non ha mai avuto. L’incontro, che non è semplice accostamento ma creazione nuova, di culture e forze che hanno deciso di superare la loro parzialità, la loro separatezza, la loro insufficienza, e di portare all’approdo più avanzato quel “libero scambio delle idee” che una volta proprio Anthony Giddens, intervenuto qui stamattina, ha definito condizione indispensabile di ogni innovazione politica. Ecco, io credo che ogni riflessione su come possiamo incamminarci lungo una via nuova debba partire da qui, da questa constatazione: di fronte ai problemi che oggi si pongono dinnanzi a noi, nessuna delle grandi famiglie ideologiche che rientrano nel vasto campo del centrosinistra europeo, né il socialismo, né il liberalismo di sinistra, né il cattolicesimo democratico, possiede, da sola, le soluzioni sufficienti. Nessuno di noi, nessuna delle nostre culture politiche, è in grado, da sola, di fornire tutte le risposte alle grandi novità con cui dobbiamo misurarci, con cui la vita delle persone si misura ogni giorno. Viviamo in un tempo di grandi e profondi cambiamenti. Cambiamenti che all’interno di ogni singolo Paese hanno a che fare con il frantumarsi dei tradizionali aggregati collettivi, con la difficoltà di sostenere economicamente le istituzioni di welfare così come le abbiamo conosciute fino ad oggi, con una individualizzazione delle attività lavorative e dei modelli di vita che rende le nostre società “società degli individui” e non più delle classi, dei “consumatori” e non solo dei “produttori”; comunità di persone che chiedono libertà e possibilità di scelta, che non vogliono più essere guidate, ma vogliono avere informazioni, partecipare, essere più responsabili del proprio destino.Cambiamenti che allargando lo sguardo, uscendo dall’ormai insufficiente dimensione nazionale, significano mutamenti climatici e minacce crescenti all’ambiente, uso distorto di risorse primarie e dissipazione di fonti energetiche, grandi spostamenti migratori non efficacemente controllati, squilibri tanto inaccettabili quanto pericolosi tra Nord e Sud del mondo, guerre “preventive” e conflitti dimenticati, un terrorismo internazionale che ha fatto irruzione nelle nostre vite come una minaccia costante e terribilmente concreta.Il tutto mentre l’economia globale e le nuove tecnologie fanno entrare il mondo, ogni giorno, nelle case di ciascuno di noi. Un mondo, ha scritto un vostro celebre connazionale, Marc Augé, che finisce per essere percepito “come un’unica città dove tutto comunica, anche i pericoli”.
E’ un tempo di insicurezza, il nostro. Un’insicurezza radicata e complessa, perché è data da un’insieme di precarietà sociale e assenza di garanzie nell’immediato, e da una incertezza esistenziale che diventa pessimismo e sfiducia se si guarda al futuro. Succede così che anche lo sviluppo tecnologico più che come opportunità venga visto come una minaccia, e che le scoperte scientifiche o i cambiamenti del costume sociale siano vissuti con timore, come una messa a repentaglio di identità e di stili di vita consolidati. Sappiamo bene come risponde la destra, la nuova destra, a questa fondamentale domanda di sicurezza. Risponde con l’egoismo sociale, con la chiusura particolaristica, con l’allarme e l’esortazione a innalzare muri contro tutto ciò che non si conosce, che potrebbe comportare un pericolo e che per questo deve restare estraneo. E’ una risposta sbagliata e dannosa, ma è una risposta. E noi non possiamo sottovalutarla, perché comunque dietro di essa c’è un apparato di idee e di valori, che possiamo non condividere, ma che è evidentemente in grado di attrarre consensi. Anche tra chi avrebbe motivi di ordine economico e sociale per stare da quest’altra parte.
Il fatto è che i vecchi schemi non reggono più, che gli strumenti di un tempo non sono più adeguati. Lo sbaglio più grave che oggi noi potremmo fare è quello di star fermi. E’ uno sbaglio verso il quale non siamo affatto immuni. L’Europa è andata tanto più a destra, in questi anni, quanto più la sinistra non è stata capace di cambiare ed è rimasta imprigionata in categorie che l’hanno fatta apparire conservatrice, ideologica e chiusa; quanto più la sinistra ha continuato a seguire la logica dei “blocchi sociali”, della sola difesa di tutele acquisite senza un impegno altrettanto grande per garantire diritti fondamentali a tanti nuovi soggetti, i giovani per primi, che ne sono privi. Eppure se c’è una cosa che nel corso della storia ha fatto la grandezza della sinistra, è stata proprio questa: la capacità di cambiare, di comprendere i mutamenti e di spendere le proprie idee, la propria forza, contro chi voleva che tutto restasse come sempre, che nulla intaccasse gli antichi privilegi. O contro chi voleva che il fiume dei cambiamenti scorresse senza un alveo, prefigurando una “mano invisibile” capace di governare le cose, anche se questo poi significava, in realtà, indifferenza per la sorte dei più deboli.Così come noi la conosciamo in Europa, questo ha fatto in duecento anni di vita la sinistra: quella liberale e repubblicana nel XIX secolo e poi, per restare nel campo del riformismo, quella socialista e socialdemocratica, che nel corso del Novecento ha migliorato le condizioni dell’uomo in rapporto alla produzione, ha diffuso possibilità di partecipazione prima inesistenti, ha determinato un grande cammino di emancipazione sia di natura politica, sia di natura economica.
Ieri, a spingere la sinistra a cambiare, a cercare nuove teorie e a darsi nuove forme organizzative fu l’industrializzazione di massa, fu l’inaccettabilità della fatica e dello sfruttamento di milioni di persone. Oggi, a richiedere alla sinistra e a tutte le forze di centrosinistra una ridefinizione di sé, sono fenomeni altrettanto grandi e forse ancora più complessi, che pongono problemi inediti e domande nuove. Servono dunque risposte nuove. Per alcuni si tratterà di una profonda innovazione di programmi e strategie politiche, per altri di un radicale cambiamento, tale da investire identità e organizzazioni. In ogni caso di questo si tratta: di uscire dal recinto delle nostre sicurezze e delle convinzioni consolidate, trattenendo ciò che di buono e di attuale in esse c’è, e cercare, con apertura e con coraggio, ciò che di altrettanto valido c’è nelle idee degli altri, così come ciò che di fruttuoso ci può essere in tanti terreni ancora inesplorati.
Non è solo un obbligo, è una grande occasione. Staccarsi dalle ideologie del passato rende più liberi di pensare al futuro, più capaci di prendere posizioni nette e anche radicali su tante questioni che sfuggono alle categorie interpretative di un tempo.Prendiamo ad esempio l’emergenza ambientale. Il clima che cambia non è più un rischio del futuro, una minaccia ipotetica per le generazioni che verranno. E’ una realtà. Il clima cambia perché tagliamo le foreste pluviali, perché bruciamo troppo carbone e petrolio, perché scarichiamo nell’atmosfera terrestre troppa anidride carbonica, al ritmo impressionante di 70 milioni di tonnellate ogni ventiquattro ore. Il clima cambia e l’umanità, la sua parte più povera per prima, già paga prezzi pesanti per le temperature che si alzano, per i deserti che avanzano, per le siccità e le alluvioni che si fanno più intense e più violente. Sono milioni, soprattutto in Africa, i “profughi” del clima, senza più terra da coltivare, senza più raccolti di cui vivere.
Diciamo la verità: non è guardando indietro, alla nostra storia, che troveremo le risposte giuste, gli strumenti migliori per attrezzarci a una sfida che ha ormai un valore universale e un’urgenza estrema. Le nostre tradizioni politiche si sono formate in un tempo in cui l’ambiente non era un problema, in cui la concezione del progresso non si poneva il problema della sostenibilità, e le risorse erano considerate inesauribili e tranquillamente sfruttabili. Ora sappiamo che non è così. Ce lo ha insegnato la cultura post-ideologica dell’ambientalismo. Eppure, proprio per dare un’idea della grandezza e della velocità dei cambiamenti, e insieme della non autosufficienza di ognuna delle culture della sinistra e del centrosinistra, l’ambientalismo stesso, per quanto più giovane delle altre grandi tradizioni riformiste, è chiamato oggi ad un profondo rinnovamento.
Mi è capitato, di recente, di usare l’espressione “ecologismo dei sì” per definire una cultura e un concreta politica che rifiuta la logica del no a tutto e si batte per “fare” anziché per “non fare”. Un ecologismo che sostenga, anziché contrastare, l’energia eolica, l’alta velocità, i rigassificatori, le infrastrutture necessarie a ridurre i consumi di petrolio e carbone. Un ecologismo che facendosi politica generale contribuisca a fare del centrosinistra l’artefice di un cambiamento del modo di produrre e di consumare energia, seguendo ad esempio la via indicata dall’Unione Europea con i tre obiettivi “20%” da raggiungere entro il 2020: meno 20% sulle emissioni di anidride carbonica, meno 20% sui consumi energetici, più 20% almeno di fonti rinnovabili.
Di altrettanta innovazione e coraggio la sinistra ha bisogno sul terreno che da sempre è il suo, quello sociale. Non cambiano, non possono cambiare, i nostri compiti fondamentali: accompagnare alla crescita economica la coesione sociale, ridurre le disuguaglianze, creare le opportunità perché nella vita e nel lavoro vi siano le stesse chances per tutti, perché le capacità di ciascuno possano essere messe alla prova indipendentemente dalle condizioni di partenza. A cambiare è piuttosto il modo di rispondere a questi compiti, perché oggi c’è una gigantesco problema che va sotto il nome di precarietà e che riguarda soprattutto le giovani generazioni, e ci sono fondamentali domande di sicurezza da una parte, di libertà e fluidità sociale dall’altra, che tagliano trasversalmente strati e ceti che sono sempre più mobili, sempre meno definibili.Un principio, allora, che dobbiamo fare compiutamente nostro, senza alcuna remora, è che senza crescita dell’economia e delle imprese ogni obiettivo di equità sociale e di creazione di opportunità si allontana. Diciamolo con chiarezza: se l’economia va male, non ci può essere giustizia sociale.
E’ la povertà, non la ricchezza, il nostro primo avversario. Più che sui privilegi dei garantiti, il nostro impegno deve concentrarsi sulle esigenze dei più deboli. In particolare dei bambini poveri e degli anziani non autosufficienti, che sono le prime vittime del mancato adeguamento dei sistemi di welfare alla nuova realtà della società e dell’economia.
E poi, ripeto, dobbiamo preoccuparci dei giovani costretti a vivere in modo precario, a vivere una vita part-time, con lavori saltuari, guadagnando poche centinaia di euro al mese e rimandando all’infinito la possibilità di avere una casa propria, di metter su famiglia, di avere dei figli. Nel mio Paese sono tre milioni i ragazzi che si trovano in questa situazione. E troppi sono i giovani che facendo lo stesso lavoro dei colleghi più anziani guadagnano il 35% in meno rispetto a loro. Una forbice che si allarga, considerando che negli anni Ottanta eravamo al 20% in meno. E così il 70% dei giovani italiani sotto i 30 anni è obbligato a vivere con i genitori, e colpisce ancora di più sapere che lo stesso accade per il 30% di coloro che hanno tra i 30 e i 34 anni. Dieci anni fa era il 20%. I giovani, il loro futuro, la lotta alla precarietà. E’ questo che deve stare più a cuore a tutte le forze del centrosinistra. La precarietà oggi si traduce in una condizione di “sfruttamento” paragonabile a quella in cui si trovavano un tempo gli operai delle grandi fabbriche. Davvero non vedo come la sinistra e gli stessi sindacati possano non avere come priorità l’affermazione dei loro diritti, la creazione di un efficace sistema di ammortizzatori sociali, di contrappesi sul piano della continuità previdenziale, della formazione nella transizione da un posto all’altro, della solidità delle indennità di disoccupazione.Anche qui dobbiamo dirlo con chiarezza: ci sono interessi comuni e delle giovani generazioni che vengono prima degli interessi di parte o dei vantaggi di breve termine di chi peraltro già dispone di una buona quantità di garanzie. Con altrettanta decisione dobbiamo togliere alle destre la bandiera della libertà. Era una vecchia e cattiva utopia quella che faceva dell’uguaglianza la nemica della libertà. Oggi, per noi, nella nostra idea di equità e di giustizia sociale, le due cose non possono che stare insieme. Libertà di tutti, e non di pochi. E uguali opportunità. Dobbiamo contrastare il meccanismo per cui gli individui che hanno acquistato superiorità in una sfera di produzione utilizzano tale superiorità per avanzare in tutte le altre sfere, e preoccuparci di mettere sempre più persone nella condizione di fare cose che inizialmente non erano in grado di fare, offrendo loro la possibilità di essere libere, di esercitare le loro libertà. E insieme alla libertà, c’è un altro problema su cui il centrosinistra deve vincere definitivamente timidezze e conservatorismi, per evitare che ad impossessarsene continui ad essere la destra: è il tema della sicurezza, del modo di contrastare la criminalità e l’illegalità, di affrontare i complessi nodi che hanno a che fare con l’immigrazione e con le questioni legate alle identità culturali.
Possiamo credere che molto sia dovuto alle disuguaglianze e alla minore o maggiore capacità di apertura e di integrazione che dimostrano società ed istituzioni, e se lo crediamo abbiamo il dovere di fare tutto quanto è nelle nostre capacità per lavorare su questo piano, sul piano delle politiche sociali e dell’inclusione, che certo ha conseguenze decisive sul medio e lungo periodo. Mentre facciamo questo, però, non abbiamo alcun diritto di considerare ingiustificate o irrilevanti le preoccupazioni delle persone, e abbiamo anzi il dovere di offrire loro soluzioni immediate. Chi viola la legge, chi commette un reato, chi compie un crimine, un atto di terrorismo o una qualsiasi forma di violenza, deve avere la certezza che sarà trattato con assoluta fermezza, che dovrà rispondere delle sue azioni alla giustizia e che andrà incontro a una pena giusta e certa, quale che sia la sua nazionalità. Nessuna remora su questo. Non solo perché è giusto, perché stiamo parlando della libertà delle persone, che non è tale, non è effettiva, quando si ha paura di uscire la sera, di fare una passeggiata in un parco o di mandare i propri bambini a giocare sotto casa. Nessuna remora perché il centrosinistra deve avere la convinzione di possedere le soluzioni migliori, in questo campo. Perché siamo noi, e non la destra, a sapere che integrazione e legalità, multiculturalità e sicurezza, possono vivere solo insieme. Siamo noi ad avere la solidale consapevolezza che chi arriva nei nostri Paesi per scappare dalla fame e dalla guerra deve trovare accoglienza, opportunità e diritti. E proprio per questo, al tempo stesso, siamo noi, è un centrosinistra moderno e innovativo, a poter pretendere da tutti rispetto dei doveri e delle leggi che regolano le nostre comunità, distinguendo dalle persone oneste e più sfortunate chi invece viene qui per far del male agli altri. Nei confronti di costoro non c’è che la via della severità e delle giustizia. E’ tutto questo, è l’insieme delle nostre idee, della nostra politica di fronte ai cambiamenti dentro i quali siamo immersi, a definire più di ogni altra cosa la nostra identità. E a questo proposito, per concludere, resto convinto che ciò di cui abbiamo bisogno a livello internazionale è un nuovo campo, dentro il quale possano vivere la straordinaria esperienza del socialismo europeo e la molteplicità delle culture democratiche che esistono nel mondo. Nessuno è chiamato a rinunciare alla sua storia o a rinnegare la sua identità. Tutti possiamo lavorare insieme, allargando le nostre frontiere ideali e aprendo nuovi orizzonti comuni, alla costruzione di ciò che già oggi è reale e che domani potrà essere ancora più forte e autorevole. Non credo si possa pensare, per dirlo con chiarezza, ad una grande organizzazione mondiale delle forze di progresso che non racchiuda dentro di sé i democratici americani o il Partito del Congresso indiano e tante nuove forze che in Africa, in Asia e in Europa nascono dalle sfide del nuovo millennio. E’ una grande casa internazionale dei democratici e dei socialisti, quella che dovremo costruire insieme. Anche così riusciremo ad affrontare i problemi che il secolo scorso ci ha lasciato irrisolti, a rispondere ai cambiamenti e alle novità del nostro tempo, a rendere più adeguata la nostra sfida in un mondo globale e sempre più interdipendente. Senza perdere mai, e anzi rinnovandola e adattandola ai tempi, quell’ambizione e quella capacità di avere una visione che faceva dire ad Anatole France che “per compiere grandi cose non si deve solo agire, ma anche sognare. Non soltanto pianificare, ma anche credere”.

Veltroni "La sfida: restituire fiducia agli italiani, smantellare il circuito dell'instabilità politica".

Veltroni risponde alle lettera pubblicata da Mario Pirani su "La Repubblica"
Caro direttore, la lettera aperta di Mario Pirani del 30 luglio contiene molti argomenti importanti. Ne vorrei discutere come in un epistolario pubblico. Una forma che va sparendo, almeno per due ragioni.
La prima è la velocità di una società che riesce a comunicare in forme inedite nella storia dell'umanità ma che sacrifica alla quantità e alla rapidità la possibilità di strutturare pensieri lunghi nella relazione tra le persone: di più ma meno, si potrebbe dire. La seconda ragione è legata alla difficoltà della politica di rendersi disponibile alla ricerca e al confronto. Il che comporta la consapevolezza del proprio ruolo come servizio, forse il più alto, nei confronti della comunità. Mi è capitato di leggere recentemente dei meravigliosi carteggi che illuminano sulla storia e i sentimenti dell'Italia che è stata prima di noi. Quello tra Giorgio La Pira e Amintore Fanfani e quello tra Giovanni e Alberto Pirelli. I protagonisti si scambiavano il loro sguardo su eventi e cambiamenti profondi e cercavano il senso delle cose e dei loro gesti, delle loro decisioni. Scriversi, leggersi, capirsi. Cioè dialogare, con l'umiltà di pensare di non avere già pronte tutte le risposte a tutte le domande. Specie in un tempo di meravigliosi cambiamenti come quelli che viviamo. Permettimi di partire da qui. Dalla decisione di Pirani, manifestata dalla firma in calce all'appello per la mia candidatura per il Pd, di tornare ad aderire ad un partito, dopo anni di esclusivo impegno civile espresso dalle sue posizioni e dai suoi articoli. Con la coscienza che questa sia la occasione decisiva per dare a questo paese ciò che non ha mai avuto: una grande forza maggioritaria della innovazione e della giustizia sociale, libera da ideologie, crocevia di culture diverse, "luogo" di una politica sobria e ambiziosa. Una forza capace di restituire unità all'Italia. Perché il nostro paese si va frammentando. Negli anni successivi alla guerra e durante i Sessanta tutto il paese sentiva di crescere. Capiva che l'arrivo della 500 nelle famiglie e la costruzione delle autostrade corrispondevano al medesimo segno: lo sviluppo di possibilità individuali e della ricchezza della nazione. Perché non c'è alternativa, davvero, a questa comunità di destino. Perché è una illusione pericolosissima l'idea, sostenuta da certa destra, che la soluzione sia scavarsi una nicchia individuale, farsi furbi, difendersi coltivando l'odio nei confronti dello stato, del "vicino sociale", dell'immigrato. Una società chiusa è un paradosso intollerabile nel tempo della globalizzazione. E genera un paese fermo, perché privato di quel motore fondamentale che è la fiducia nel futuro e la voglia di crescere insieme. Ma anche la politica è così, oggi. La frammentazione è diventata parossistica, con partiti talvolta pura proiezione di leader più o meno ambiziosi. Partiti piccoli, piccolissimi, talvolta persone che hanno nelle loro mani il destino del paese. L'egoismo politico genera quello sociale. Se il cittadino vede dall'alto messi in secondo piano gli interessi generali perché mai dovrebbe farsene carico? Il Pd dovrà assumere questa grande sfida: fare una Italia del nuovo millennio, con governi stabili, istituzioni che decidano, una società civile forte. Dovrà dare a chi abbia merito e talento la possibilità di dimostrarlo, dovrà smantellare il circuito perverso degli interessi corporativi e della instabilità politica. Dovrà restituire fiducia ai nuovi italiani, dando loro scuole e università che funzionino e una prospettiva di vita che rimuova il principale loro problema, la precarietà della loro vita. É per questo, solo per questo che vale la pena di provarci. Pirani avrà letto ciò che ho scritto nel "decalogo" di riforme istituzionali che ho pubblicato sul Corriere della Sera. Penso che si debba ridurre seriamente il numero dei parlamentari e dei rappresentanti nelle istituzioni locali, che si debba avere una sola Camera che legifera, che il governo debba avere tempi certi per l'approvazione o il diniego ai suoi progetti di legge. Penso che la legge di Bilancio debba essere approvata o respinta, in aula, dopo un attento esame della commissione competente... Penso cioè ad una democrazia che funzioni, con un sistema elettorale che faccia votare gli italiani, e scegliere il governo, sulla base di due proposte chiare e coese programmaticamente. Che poi chi ha vinto governi e non riservi ogni giorno al paese la suspence di sapere se domani ci sarà ancora la legislatura. Insomma quello che succede negli altri paesi europei, nulla di più e nulla di meno. E' chiedere troppo? E non andrebbe chiesto in primo luogo al Parlamento di por mano con urgenza alle riforme elettorali e costituzionali sulle quali stanno lavorando le apposite commissioni? Nella scorsa legislatura fu approvata in poche settimane una orrenda riforma elettorale, fatta per impedire di governare. Dopo un anno è matura una decisione su queste materie, ed è necessario mettere alla prova la volontà della opposizione. Poche, mirate innovazioni alla parte seconda della Carta e una nuova legge elettorale che restituisca ai cittadini il potere di scegliere il governo e al governo la possibilità di decidere. La politica deve, poi, ritrovare il suo spazio naturale. Che è quello del rapporto con la società, con le spinte e i movimenti di opinione, con le forze del sapere e del lavoro, con le culture della innovazione e dell'ambientalismo. La politica deve saper ospitare, dentro di sé e nelle istituzioni, le energie migliori del paese. La politica è anche una professione. Se esercitata bene, tra le più nobili che esistano. Ma non può diventare un club esclusivo. Ricordo un Parlamento in cui sedevano Natalia Ginzburg e Leonardo Sciascia, Claudio Napoleoni, Roberto Ruffilli e Gaetano Arfè. Ricordo Alberto Moravia a Strasburgo e Vittorio Bachelet nel consiglio comunale di Roma insieme a Lucio Lombardo Radice. La politica si deve nutrire della bellezza dell'apertura, della competizione delle idee. E deve saper conoscere anche il suo limite. Nel "suo" decalogo di maggio Pirani diceva cose importanti su due temi centrali: le Asl e la Rai. Rivendicava la necessità che si tenessero lontani due gangli fondamentali della vita nazionale dalla invadenza della politica. Concordo con lui. E vado oltre. Per fare il manager di una Asl occorrerà avere comprovate doti di conoscenza e esperienza manageriale di settore. E qualcuno dovrà certificarle. La sua idea di un concorso che formi una graduatoria e una rosa alla quale le Regioni possano attingere mi sembra giusta. Per la Rai c'è da chiedersi se sia giusto, oggi, che questa azienda abbia un consiglio di amministrazione che finisce, per la fonte di nomina e per il suo essere "piccolo parlamento", con il gestire l'azienda. Con il duplice rischio di una duplicazione di funzioni rispetto alla Commissione di vigilanza e di un oggettivo indebolimento e precarietà dei vertici aziendali e del senso di appartenenza di dirigenti e personale. Far scorrere aria nel paese, fare una Italia in cui i partiti decidano le sorti della nazione, ma non le nomine di chi deve garantire la salute e il Pd dovrà essere pienamente coerente con questo modo di intendere e praticare la politica. Il Pd dovrà essere protagonista di un allontanamento della politica dalla gestione diretta a favore delle competenze e di criteri trasparenti e obiettivi. Rifondare una etica della responsabilità e il senso degli interessi nazionali. Ridare bellezza alla politica, aprendola e rendendo viva, come stiamo facendo con le primarie, la vita democratica dei partiti. Così immagino il Pd, come una casa aperta, con donne finalmente riconosciute nel loro valore e nella differenza della loro cultura, con ragazzi ai quali non si chieda di appartenere ad una corrente ma di sentirsi protagonisti di un nuovo modo di fare e intendere la politica. Lieve e ambiziosa, non mi vengono altre parole. Credo che la decisione coraggiosa di due grandi partiti di superare se stessi sia un passo decisivo in questa visione. Dobbiamo ora mescolare fino in fondo identità e culture. Non sarà cosa di un giorno o di un'ora. Ma la fortuna di questo progetto è qui: la costruzione di una nuova e più ricca identità culturale e politica, quella dei democratici italiani. E una nuova voglia di futuro. Lo sa Pirani meglio di altri. Lui che hai vissuto il grande mutamento italiano e le occasioni perdute. Bisogna avere voglia di futuro, bisogna non rimpiangere il passato, bisogna vedere le inedite possibilità che la scienza mette oggi a disposizione di tutti noi per vivere meglio, tutti. Questo è il compito della politica: favorire la crescita, farla giusta socialmente, dare coscienza di sé ad un paese meraviglioso come il nostro. E amare gli italiani. Che hanno sempre saputo - dalla lotta al terrorismo alla genialità dei nostri imprenditori, dalla reazione alle crisi economiche più dure al talento dei nostri giovani scienziati - mandare un messaggio alla politica e alle istituzioni. Penso a Giorgio Ambrosoli, a Ninni Cassarà, a Marco Biagi, a Massimo D'Antona, a Giuseppe Impastato, a Don Andrea Santoro. Penso agli italiani che vorrebbero uno stato amico, di cui sentirsi con orgoglio parte. Da rispettare e da sentire al fianco. E' a loro che dobbiamo pensare, solo a loro.
Walter Veltroni
(5 agosto 2007)

Nasce lista "Con Veltroni: Ambiente, Innovazione e Lavoro"

Non solo ministri, ma soprattutto giovani e società civileUn logo verde pastello con all'interno scolpite in rosso un nome e tre parole: "Con Veltroni. Ambiente, Innovazione, Lavoro". il simbolo della nuova lista, una delle principali che sosterrà in tutta Italia la candidatura del sindaco di Roma alle primarie del Partito Democratico che si terranno il prossimo 14 ottobre. La nuova lista è stata presentata questa mattina presso la sede di 'La Nuova Stagione' da Ermete Realacci della Margherita, Achille Passoni della segreteria generale della Cgil, Andrea Ranieri, dirigente Ds e responsabile dell'istruzione, e Cristiana Alicata del Movimento dei Mille. Grande attenzione ai temi sintetizzati nelle tre parole espresse nel logo della lista: "Tre priorità, tre svolte culturali per una politica che deve fare i conti con le novità del tempo presente", spiega Ranieri. La lista, a cui hanno aderito con la propria candidatura i ministri Melandri, Nicolais e Damiano si pone come obiettivo quello di contribuire al cambio generazionale, e si spiega con questo la presenza di tanti giovani rappresentati dal Movimento dei Mille e dai giovani diellini. Sussidiarietà, cittadinanza attiva, ma anche meritocrazia e pari opportunità. E soprattutto quella vocazione ambientalista che, come afferma Realacci, "èproprio il punto da cui parte il discorso di Veltroni dalLingotto"."Vogliamo un partito che declini la parola qualità: qualitàdell'ambiente, qualità della produzioni, qualità del lavoro", si legge nel programma redatto in appena due cartelle, che sottolinea ad esempio come l'ambiente sia un problema drammatico che va affrontato per garantire la sicurezza dei cittadini ma anche per rilanciare l'identità italiana legata alle bellezze del nostro territorio. "Innovazione - spiega Ranieri - è la parola chiave di questa lista ed è anche innovazione generazionale praticata e non solo predicata con capilista tra i 30 e i 35 anni". Aspetto, questo, sottolineato anche dal diellino Realacci che ha spiegato come la lista miri ad un intreccio fra partiti e società civile con l'adesione di movimenti come i Cento Passi e i Mille. (APCOM)

14 Ottobre, Veltroni. abbassare quota per votare ad un euro

Dichiarazione di Walter Veltroni
Il 14 ottobre sarà un momento importante per la democrazia del nostro Paese. Per la prima volta nella storia la fondazione di un nuovo partito sarà di fatto affidata ai cittadini italiani che con il loro voto saranno chiamati ad eleggere l’Assemblea Costituente del Partito Democratico e a scegliere il segretario che lo dovrà guidare. In questi giorni in giro per l’Italia ho potuto toccare con mano la forte attesa di tantissimi cittadini per questo momento ma anche quanto però sia diffusa la richiesta, tra i giovani e le famiglie a reddito più basso in particolare, di ridurre la quota fissata in 5 euro per poter partecipare a questo straordinario evento democratico.
Mi auguro quindi che il Comitato dei 45 rivaluti le sue decisioni e stabilisca invece che tutti i cittadini possano votare versando almeno un euro.
Capisco bene che la scelta dei 5 euro era motivata con l’esigenza di garantire un finanziamento trasparente ad un’iniziativa molto impegnativa che non ha eguali nella storia italiana ma sono convinto che questo abbassamento ad almeno un euro potrà ulteriormente favorire un’ancora più massiccia partecipazione popolare al voto del 14 ottobre.
La quota dei 5 euro potrebbe tra l’altro dare la falsa impressione che con il voto si venga automaticamente iscritti al Partito Democratico mentre, come è noto, non è affatto così: chi andrà a votare aderirà al processo di costruzione del nuovo soggetto politico.

sabato 1 settembre 2007

PD: un nuovo patto di cittadinanza

Veltroni e il comunista
di Alfredo Reichlin

La novità e l'importanza di ciò che è avvenuto con la discesa in campo di Walter Veltroni consiste essenzialmente -mi pare- nel fatto che la costruzione di un partito davvero nuovo (cioè diverso da quelli attuali) ha compiuto un passo avanti serio. Non siamo più alla sommatoria di vecchi ceti politici. Veltroni ha cominciato a definire la fisionomia del nuovo partito. Una forza che si candida a governare una società moderna molto complessa e frammentata come quella italiana uscendo dai vecchi schemi dentro e indicando le condizioni possibili perché questo paese possa ricominciare a «stare insieme». Non c'entrano niente i buoni sentimenti. C'entra la consapevolezza di quali sfide stanno davanti alla nostra patria, e quindi, della necessità di un nuovo patto di cittadinanza. Un patto «inclusivo» non solo tra generazioni e interessi diversi ma tale da far fronte a quella sorta di «secessione silenziosa» del Nord dal Mezzogiorno che si finge di non vedere. Veltroni non si è nascosto affatto la gravità della crisi e la drammaticità dei problemi irrisolti. È in risposta ad essi che ha delineato una idea del futuro del paese che non è astratto perché è sorretta dalle costruzione di una nuova soggettività politica e culturale: quel tipo di forza che qualcuno di noi si era azzardato (da tempo) a chiamare «un partito nazionale».

Perchè così - e solo così - si giustifica la nascita di un nuovo partito all'interno del quale la sinistra non cancelli la sua grande storia. Una forza nuova per una situazione storica nuova. Così come accadde, del resto, con la nascita dei partiti operai al passaggio dall'agricoltura all'industria oppure come si rispose al tramonto dell'età liberale e all'avvento della società di massa: da sinistra con Roosevelt e la socialdemocrazia e da destra con un partito totalitario di massa.

Insomma, io penso questo. E qui sta la ragione del mio giudizio così positivo su ciò che è avvenuto a Torino. Ma è proprio questo evento, proprio per il suo essere così carico di nuovi sviluppi e nuove aspettative, che non chiude ma apre nuove riflessioni. Esso chiama le culture politiche (a cominciare da quella da cui vengo) a confrontarsi non solo con le persone ma con la sostanza della crisi italiana, che è non solo economica e sociale ma si configura ormai come crisi della democrazia repubblicana. C'è, infatti, una ragione se la costruzione di un partito democratico è una impresa così difficile e niente affatto moderata. La ragione è che si scontra con forze molto potenti. Pietro Scoppola ha ragione quando ci invita a chiederci se (cito) «nella storia del paese non ci siano motivi profondi di resistenza se non di incompatibilità rispetto al progetto del partito democratico». E risponde che la formula dei «riformismi che si incontrano» è superficiale perché non dà conto del problema di fondo, tuttora irrisolto, che è la sostanziale incompiutezza (cito ancora) «del processo fondativo della democrazia nel nostro paese. Perché l'amara novità è questa: quel processo, del quale sono state poste le promesse con la Costituzione, non è stato compiuto né a livello etico, né a livello di cittadinanza; né a livello istituzionale».

È evidente. Qui sta la missione del partito democratico. Una missione difficile sia per le ragioni accennate e che stanno dentro la storia italiana, ma che è resa più difficile per l'impatto che il processo reale della globalizzazione sta avendo su un sistema politico debole come quello italiano. È di questo che si parla troppo poco. E io continuo a stupirmi quando leggo che anche uomini di grande intelligenza sostengono che il problema del partito democratico consiste essenzialmente nella scelta tra i fautori del mercato (il filone liberal) e i fautori del vecchio intervento statale (il filone socialdemocratico). Ma dove vivono?

È perfino ovvio e in sé non è affatto un male, (anzi, in sé, è un portato del progresso) il fatto che nel mondo globale lo Stato ha perso la sovranità assoluta e che quindi non è più il solo garante della vita sociale politica e culturale di un popolo-nazione. Ma il grande problema è che questo vuoto non è stato riempito. E non è stato riempito non perché i politici si intromettono troppo nelle «logiche» di mercato ma perché lo Stato ha perso anche il monopolio della politica. Non è poco. Significa che non è più lui il garante della sovranità popolare cioè dei diritti uguali di cittadinanza. E ciò perché sono entrati sulla scena (come sappiamo) altri poteri molto potenti, non solo economici e finanziari, ma anche scientifici, mediatici, culturali. Io non apprezzo affatto, e tanto meno giustifico le derive oligarchiche e autoreferenziali della politica, ma credo che dopotutto sta anche qui la ragione della sua crisi così profonda. Più la politica conta meno nel senso che non è in grado di prendere le «grandi decisioni», quelle che riguardano il destino della «polis», più la politica si attacca al sottopotere e al sottogoverno. E così la democrazia si svuota e aumenta il distacco dalla gente. E si crea quel circolo vizioso per cui a una elites auto referenziale e poco rappresentativa si contrappone una società che si frantuma e si ribella al comando politico.

Se questa analisi è corretta anche quei miei amici che rappresentano il filone «liberal» dovrebbero cominciare a pensare che la vecchia dicotomia tra Stato e mercato non ha più il significato di una volta. La socialdemocrazia non c'entra. È del tutto evidente (come è stato detto e stradetto) che lo squilibrio crescente tra il «cosmopolitismo» dell'economia e il «localismo» della politica ha travolto le basi del vecchio compromesso socialdemocratico. Ed è anche vero che il neo-liberismo non solo ha vinto, ha stravinto ed è diventato da anni la ideologia dominante. Ma posso cominciare a chiedermi se le cose, le cose del mondo nuovo, lo strapotere della finanza mondiale, il sommarsi di ingiustizie abissali con la formazione di una nuova oligarchia straricca, posso cominciare a ragionare senza tabù anche sul rapporto tra mercato e sfera pubblica e sociale? Attenzione, non sul mercato come strumento essenziale dello scambio economico, evidentemente, ma come pretesa di essere il presupposto di ogni sistema sociale e di rappresentare la risposta ai bisogni di senso, di nuove ragioni dello stare insieme a fronte del venir meno delle vecchie appartenenze Veltroni ha ragione nel sottolineare la necessità di creare nuove risorse se vogliamo produrre servizi e capitali sociale (la vera povertà italiana). E queste risorse non le produce lo Stato. Per cui diventa sacrosanto tutto il discorso contro le rendite, i parassitismi, i protezionismi, ecc. E quello sulle liberalizzazioni. Ma Veltroni ha collocato queste affermazioni in un quadro molto più ampio e molto più moderno. Ha reso evidente che se la crescita non si accompagna alla creazione di nuove istituzioni (politiche, sociali, nuove relazioni sociali, capitale sociale) capaci di consentire a una società di individui di diventare cittadini, persone, cioè non solo consumatori ma creatori di se stessi, capaci di esprimere nuove capacità, noi non riusciremo mai a evitare le nuove emarginazione e le nuove miserie. Così la società si disgrega. I dati sull'apprendimento scolastico al Nord e al Sud sono impressionanti. Non è questione di soldi. I soldi ci sono. Mancano fattori sociali e culturali (le cose che fanno diversa l'Emilia dalla Calabria) che non possiamo affidare alle sole logiche di mercato.

Spero che si capirà il senso di queste mie osservazioni. Esse nascono dall'assillo di chi da tempo è dominato dalla necessità di uscire da vecchie visioni, e pensa che il problema di una nuova politica economica è creare un circolo virtuoso tra crescita e coesione sociale, tra politica ed economia. Abbiamo bisogno di un nuovo pensiero e una rivoluzione culturale. E torna in me, vecchio comunista italiano, il senso profondo della eresia gramsciana, l'idea della rivoluzione italiana intesa prima di tutto come rivoluzione intellettuale e morale. Io sogno un nuovo partito il quale faccia leva con più decisione di quanto non abbia fatto la vecchia sinistra classista sul fatto che l'avvento della cosiddetta economia post-industriale e della società dell'informazione richiede e, al tempo stesso, esalta risorse di tipo nuovo, non solo materiali: risorse umane, saper fare, cultura, creatività, senza di che la tecnologia non serve a niente; risorse organizzative senza di che è impossibile gestire sistemi complessi; risorse ambientali e relative alla qualità sociale; e quindi - di conseguenza - beni cosiddetti «relazionali», cioè rapporti sociali e istituzioni capaci di produrre fiducia, cooperazione tra pubblico e privato. Insomma un nuovo ethos civile, essendo questo il solo modo per dare ai «poveri» la possibilità di non essere messi ai margini. Far emergere, in alternativa alla ricetta neo-liberista, l'altra possibilità insita nel post-industriale, e cioè il fatto che una nuova coesione sociale può diventare lo strumento più efficace per competere.

Forse non è una grande scoperta. Ma a me sembra il solo modo per la sinistra di dare un fondamento strategico alla sua iniziativa, intendendo la strategia come la capacità di spostare i rapporti di forza e di intervenire dentro i processi reali, volgendo a proprio vantaggio la dinamica oggettiva dei cambiamenti che si producono. Abbiamo bisogno di una nuova analisi politica per capire se nella realtà effettuale, e non nei nostri desideri, sono aperte delle contraddizioni e delle linee di conflitto sulle quali si possa innestare una grande iniziativa politica.
(da l' Unità, 03-07-2007)