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lunedì 15 ottobre 2007

La nuova stagione sarà all'insegno della coesione e dell'innovazione

Veltroni in una conferenza stampa ha illustrato le 7 priorità del Pd. Guarda il video

Il neosegretario del Partito Democratico, Walter Veltroni, oggi pomeriggio nella prima conferenza stampa dopo la vittoria ha illustrato in 7 punti la linea del partito. "Sono bastate 24 ore ed il voto di 3,4 milioni di italiani, a far invecchiare molte delle consuetudini politiche italiane. Il Pd inventerà un nuovo lessico, non sorprendetevi se nelle prossime settimane ci saranno risposte che potranno sembrare eterodosse. Gli italiani chiedono innovazione e coesione, nel segno della discontinuità politica.
Il Pd non sarà soltanto un'altra tappa di una storia cominciata anni fa, ma un partito del tutto nuovo con una discontinuità nei modi, nel linguaggio, nelle forme", così da essere il primo partito italiano con vocazione maggioritaria.

Il Partito Democratico, avrà un suo programma di innovazione e sosterrà Romano Prodi fino al 2011, fungendo da "sollecitazione riformista, per consentire al governo di fare una mediazione via via più apprezzata dalle forze riformiste". Il Pd dovrà avere un approccio ai problemi in grado di fare una "sintesi nuova. Non stupitevi - avverte il neosegretario del Pd- se daremo risposte non in sintonia con il 'politicamente corretto' del secolo scorso. La nostra stella polare sarà la coesistenza della crescita economica con la lotta per l'uguaglianza, per fornire risposte nuove e innovative". E in questo schema, Veltroni ha rilanciato l'appello alla Cdl "affinché tutti convergano" sul pacchetto di riforme, da approvare subito "nell'arco di 8 mesi", strettamente intrecciate ad una nuova legge elettorale.

Guarda il video della conferenza stampa.

venerdì 12 ottobre 2007

"Nostalgia, il difetto del Paese e demone della sinistra"

Sul Corriere della Sera di oggi l'intervista di Aldo Cazzullo a Walter Veltroni
Alla vigilia delle primarie che designeranno il primo segretario del Pd, Walter Veltroni (il candidato che gode i favori del pronostico) racconta quale sarà il profilo del nuovo partito. «Dobbiamo guardare al futuro e abbandonare le nostalgie, superando le risse e i conservatorismi che ci tengono prigionieri».
Veltroni smentisce il dualismo con Prodi.
«Ci sarà una distinzione di ruoli. Non mi si può rimproverare di affrontare i problemi».
Walter Veltroni, con ogni probabilità lei, tra due giorni, sarà il primo segretario di un partito nuovo, che unisce i riformisti italiani. Quando ha cominciato a pensarci, a ritenerlo possibile?
«Il voto di domenica realizza il sogno della mia vita politica. È un'ispirazione che ho sempre avuto dentro di me: in fondo, sono sempre stato convinto che prima o poi in Italia sarebbe nato un partito democratico. Un campo in cui sarebbero confluite persone, culture, energie diverse, e si sarebbero contaminate fino a diventare una cosa sola: senza nostalgie, né personalismi, né correnti. Questa è l'introduzione al mio libro su Bob Kennedy, Il sogno spezzato: "Il kennedysmo è stato, con la socialdemocrazia svedese, la più alta forma di governo sperimentata dai democratici in società occidentali avanzate (…). A questa specie non appartengono, per me, i governi socialisti che si sono succeduti negli Anni '80 in Europa". Siamo nel '93. Due anni prima dell'Ulivo».
Finisce domenica la lunga stagione del comunismo e del postcomunismo?
«No. Quella storia è finita nell'89, in modo drammatico e vitale. Richiamarla in causa oggi significa cedere alla nostalgia intellettuale, continuare a interrogarsi su transizioni e successioni. Ora l'approdo è stato raggiunto. Una lunga fase del viaggio si è conclusa. Comincia un'altra storia, un altro viaggio, con nuovi compagni e nuove rotte. È il tempo di tentare la grande espansione, la ricerca di una soluzione razionale, realista, innovatrice, di cui il paese ha bisogno. Un grande partito di popolo, che parli delle cose di cui parla il popolo e non delle cose di cui parlano i politici. Che costruisca una democrazia meno pesante e meno invadente, più lieve e più veloce».
È sicuro di non portare con sé alcuna zavorra? Le è stata rinfacciata quella frase, «non sono mai stato comunista».
«Ho già risposto mille volte a questa domanda, e quindi è già noto che non ho mai avuto alcuna simpatia per l'ideologia comunista e l'Urss, mentre ne ho avuta molta per Berlinguer. Ma a me interessa il futuro più del passato. Se questo paese ha un difetto, è il demone della nostalgia: che si avvinghia alle gambe, che blocca i movimenti. È tipico in particolare della sinistra, poi, pensare che ieri sia sempre meglio di oggi. Ma quanti liquami ieri scaricavamo nei fiumi e nei mari? Che aria respiravamo prima che arrivassero le auto con i motori euro 4? Quanti coloranti e additivi mangiavamo con i cibi? Chi avrebbe detto che avremmo potuto comunicare con il mondo grazie a Internet, o che la durata della vita sarebbe cresciuta di tre mesi ogni anno? Domenica si affaccerà alla politica una generazione nuova, ragazzi nati dopo l'89, che non leggono i giornali perché i giornali sono fatti per chi era già vecchio mezzo secolo fa».
Sono i ragazzi che a Roma all'uscita del liceo Mamiani hanno snobbato Ettore Scola, suo ambasciatore.
«Anche questa è una semplificazione dei giornali. Ho parlato con tantissimi sedicenni, e posso assicurarle che sono come i sedicenni sono sempre stati. Una parte è impegnata in politica; ma alla maggioranza della politica importa poco o nulla. Era così anche nel '68: nella mia classe c'erano quelli con l'eskimo e quelli che andavano a vedere la Roma o la Juve. Il problema è che i ragazzi cui la politica interessa sono lasciati soli, e la loro ricerca è perciò ancora più eroica. La politica parla d'altro, o si rivolge a loro con il linguaggio futile della tv».
Lei di tv non era un grande appassionato? Perché ora è così critico?
«Potrei passare mezza giornata a parlare delle qualità della televisione. Ma sono angosciato per il crollo di qualità della tv italiana. La logica degli ascolti ha fatto perdere la testa. Possibile che i talk show abbiano dedicato 18 puntate a Garlasco o al volo aereo di Mastella a Monza, e neppure una sulla Birmania, una terra in lotta per la libertà? E questo solo per la paura di perdere il 3% di share?».
Altre parole che le sono e le saranno rinfacciate, quelle sul futuro in Africa.
«Non si decide mai da soli. Ho detto che non avrei cercato altri posti di potere. Ma quando vedi realizzarsi il sogno della vita, e vedi che tutti— tutti, compresa Rosy Bindi — si voltano verso di te per chiederti di impegnarti in prima persona, non puoi fare finta di nulla. La mia idea della vita non cambia; resto convinto che non si esaurisca nella dimensione politica. Per questo non rinuncio al mio progetto futuro. Oggi la mia missione è portare più gente possibile a votare domenica. È trasmettere il mio entusiasmo, perché questa occasione non sia sprecata. È rilanciare l'orgoglio di essere italiani. Questo è un paese fantastico, che ha saputo reagire al terrorismo, alle svalutazioni della lira, all'assassinio di Falcone e Borsellino, al crollo dei partiti storici. Un paese pieno di imprenditori coraggiosi, di ragazzi meravigliosi come gli studenti che ho incontrato oggi, ragazzi del Sud che vogliono farcela, di soldati che fanno il loro dovere. Un paese che ha bisogno di un sistema politico alla sua altezza, che lo aiuti a imboccare la via della fiducia».
Lei non pensa che l'Italia sia un paese in declino?
«No. Al termine di questo lungo viaggio penso invece sia un paese che attende una risposta, che chiede una nuova classe dirigente, che non ascolta più il linguaggio dei talk show e non sopporta più le risse e i conservatorismi che lo tengono prigioniero. E' un paese bloccato da quindici anni in una dialettica sterile, Berlusconi contro la sinistra, che noi dobbiamo cercare di superare, anche in modo unilaterale».
Ora c'è un elemento in più. Grillo. L'antipolitica, come la chiamano.
«Distinguiamo. Un conto è il libro di Stella e Rizzo, che per il 90% dice cose giuste e denuncia storture da correggere. Un altro è chi mette insieme l'attacco xenofobo ai Rom, gli insulti agli ebrei ospitati sul blog, il no alla Tav. Ma vedo segnali in controtendenza. L'esito del referendum sul welfare dimostra che i lavoratori sono disposti più di qualsiasi altro all'innovazione».
Non dimostra pure che finora la sinistra riformista ha ceduto troppo terreno alle pretese del l'altra sinistra?
«Significa che è possibile raccogliere un'ampia maggioranza sui nostri obiettivi: coniugare crescita economica e lotta alla povertà, produzione e redistribuzione della ricchezza, maggiore reddito e pari opportunità. In ogni occasione i cittadini ci hanno detto di fare così. Intendo prendere le questioni di petto. Senza timidezza».
Liberazione, il giornale del Prc, uscirà in edicola con una sorta di dossier anti-Veltroni. Cos'è successo tra lei e Sansonetti?
«È una cosa inusitata nella storia della sinistra; ma fa parte del gioco, della dialettica dell'informazione. I dirigenti mi assicurano che Rifondazione non è coinvolta».
Un tempo lei era considerato tra i più intransigenti nei confronti di Berlusconi. Le cose sono cambiate? Qual è oggi il suo rapporto con lui?
«Credo di essere stato tra i primi a capire cosa fosse il berlusconismo, e quale mutazione implicasse nel senso comune e nel sistema di valori. Detto questo, ho contrastato e contrasterò Berlusconi con grande rispetto; perché voglio vivere in un sistema politico in cui non si fischia e non ci si insulta, in cui se Bush entra nel Senato a maggioranza democratica tutti i senatori si alzano in piedi. Resto convinto che dall'altra parte siano messi peggio: la Mussolini va in piazza accanto a Fini; Storace manda le stampelle a Rita Levi Montalcini; Bossi irride il tricolore; e continuo a non capire cosa ci facciano i moderati in quella compagnia. Ma non vedo perché ci si debba stupire, perché mi si debba guardare come un marziano se riconosco il valore non solo di Pisanu e Tabacci, ma di Veronica Berlusconi o di Renata Polverini leader dell'Ugl. Dov'è la notizia? Che cos'è questa conflittualità tribale e neoideologica, per cui le ragioni e i torti sono tutti da una parte o dall'altra? Chi, di fronte a temi come l'ingegneria genetica, la scienza, i diritti umani, può credere di avere tutte le risposte? Per me l'avversario va sempre rispettato. E bisogna scrivere con lui le regole del gioco».
Ha colpito che lei abbia indicato in otto mesi il tempo per fare le riforme; come se fossimo allo scadere della legislatura.
«Non è così. Intendevo dire che c'è un pacchetto di riforme su cui il consenso è molto diffuso: ridurre il numero dei parlamentari alla metà o poco più; una sola Camera che legifera; precedenza ai disegni di legge del governo. Queste riforme si possono approvare in otto mesi, altrimenti la gente resterà allibita: se siete tutti d'accordo, perché non lo fate?».
Resta un fatto: nella campagna per le primarie è emerso un dualismo tra lei e Prodi che da domenica non potrà che aggravarsi. Su tasse, debito pubblico, indulto, avete detto cose diverse.
«Non c'è nessun dualismo. Ci sarà una distinzione di ruoli: perché il ruolo del premier di un governo di coalizione è, e dev'essere, diverso da quello del segretario del primo partito della coalizione. Non si può chiedere a Prodi di farsi esclusivamente portatore dell'identità del Pd; come non si può chiedere al segretario del Pd di farsi solo carico della mediazione che spetta al premier. Oggi noi siamo chiamati a definire l'identità di un grande partito, che ha davanti una prospettiva non di tre anni ma di decenni, ed è giusto affrontare la questioni di lungo periodo. Trovo assurdo essere rimproverato per aver affrontato i problemi del paese; di cosa avrei dovuto parlare? Mi hanno accusato di essermi spinto troppo in là. Invece sono orgoglioso di aver impresso un'accelerazione di programma su tasse, sicurezza, assetto istituzionale. Abbiamo mosso grandi passi avanti, senza dire mai una sola parola contro i concorrenti. Io ho cercato di parlare al paese e di accendere entusiasmo. Altri, e mi dispiace, hanno fatto il contrario: poco o nessun programma, molti attacchi. Non credo che questo abbia giovato. Pazienza; va bene così».
È vero che nel 2005 in tanti vennero a chiederle di scendere in campo contro o al posto di Prodi?
«È vero. Vennero in tantissimi. E a tutti risposi di no. Perché in quel momento c'era una grande convergenza attorno a Romano. Perché era giusto che Romano riprendesse il lavoro non concluso nel suo primo triennio al governo. Credo di saper dire dei no e dei sì, quando è il momento. Non sono l'uomo del "ma anche"; dico cose inequivoche e libere da vecchi schemi. E cercherò di rispondere alla domanda di accelerazione riformista che viene dalla società».
Non solo la Bindi a sinistra e Tremonti a destra, ma molti osservatori temono o credono che a lei convenga votare prima possibile. Anche per non farsi logorare dall'impopolarità del governo Prodi.
«No. A me, o meglio al Partito democratico, conviene che Prodi finisca il suo lavoro. La confusione politica, la frammentazione, la litigiosità fanno da cortina fumogena alle molte conquiste di questo governo. Che in un anno e mezzo ha ridotto il debito e il deficit, condotto una politica estera positiva su pena di morte e Libano, varato le liberalizzazioni, trovato un importante accordo sul welfare. E mi fa piacere che due delle proposte che ho avanzato nell'incontro con gli imprenditori a Padova, il taglio di 5 punti dell'Ires e la tassazione forfettaria per le piccole imprese, siano state accolte. Il governo Prodi che conclude la legislatura, e il Parlamento che approva le riforme costituzionali: ecco il mio scenario ideale».
E l'azzeramento dei ministri proposto dalla Finocchiaro?
«Al riguardo ho detto una cosa molto semplice: decide il premier. Il Pd lo appoggerà qualunque sia la scelta: sia se deciderà di dimezzare i ministri, sia se deciderà di non farlo. Il presidente del Consiglio, e presidente del Pd, apprezzerà di avere un partito che non chiede posti, ed è anzi disposto ad averne meno».

Sarà una rivoluzione

Un articolo di Walter Veltroni, per L'Espresso, sulla nascita del Pd.
Sarà una rivoluzione - di Walter Veltroni
Il Partito democratico nasce per aprire una nuova stagione politica e di innovazione per il Paese, cominciando dai programmi. Da 15 anni contano di più gli schieramenti, formati contro qualcosa o qualcuno e non 'per' il bene del Paese. Il Pd ha l'ambizione di essere il baricentro di una coalizione unita attorno a pochi punti netti per cambiare l'Italia, stabilendo prima e in modo chiaro chi ci sta e chi no. Dal Lingotto in poi, ho lavorato per introdurre profonde novità nella nostra cultura politica, proprio partendo dai programmi. Abbiamo messo la difesa dei diritti delle giovani generazioni e la lotta alla precarietà al centro di una necessaria riforma del welfare. Penso all'approdo a un 'ecologismo dei sì' contrapposto a quello che dice sempre no a tutto. O al modo in cui abbiamo cominciato ad affrontare problemi, come la sicurezza, il contrasto alla criminalità e all'illegalità - legati come pochi altri ai diritti fondamentali dei cittadini - che non possono essere lasciati a chi al tempo stesso non si cura dell'inclusione e dell'integrazione. Abbiamo poi fatto nostro il principio che deve essere la povertà, non la ricchezza, il nostro primo avversario, e che senza crescita dell'economia e delle imprese ogni obiettivo di giustizia sociale e di creazione di opportunità si allontana. Siamo andati nel Nord-est a dire che è tempo di un nuovo patto fiscale per pagare meno tasse e pagarle tutti, recuperando risorse dalla lotta all'evasione, dall'abbattimento del debito e dalla riqualificazione della spesa pubblica. L'Italia deve uscire dalla crisi democratica che attraversa con riforme istituzionali: più poteri al premier, una sola Camera legislativa, la metà di parlamentari, e una nuova legge elettorale che garantisca stabilità, bipolarismo, potere di scelta nelle mani dei cittadini. Occorre una politica più sobria, trasparente, che non invada campi che non le sono propri e che sia in grado di decidere. L'Italia si cambia a cominciare da questo.
(da www.lanuovastagione.it
, 12 ottobre 2007)

Un caffè con Veltroni

Una sintesi della conversazione con Corradino Mineo, direttore di RaiNews24, nella sua rubrica il Caffè

In mattinata, intervenendo alla trasmissione televisiva “il caffè” di Rai News 24, condotta da Corradino Mineo, il candidato alla segreteria del Partito Democratico, Walter Veltroni è tornato su diversi argomenti al centro del dibattito di queste settimane. “Le primarie saranno un grande segno di speranza. Se andranno a votare tante persone il 14 ottobre credo che sarà una festa della democrazia. Previsioni non ne faccio, ma sarebbe una notizia fantastica l'idea che da questa crisi che il Paese vive - ha concluso – si può uscire con un'indicazione di serenità, coesione e modernità". Il Partito democratico non dovrà nascere con un obiettivo di vita ridotto ai prossimi due o tre anni, ma per i prossimi decenni. Veltroni ha tracciato l’dentikit di un partito che nasce “con un'idea di crescita e trasformazione della società italiana che è un'idea di giustizia sociale, che deve rispondere ai problemi dell'Italia. Non nasce per le sue beghe o vicende interne, e dovrà essere una novità anche dal punto di vista della civilizzazione del dibattito politico, esterno e interno”. In un paese da troppi anni inchiodato da un lato dalla polemica contro Berlusconi e dall'altro da quella contro la sinistra “il Pd deve cambiare pagina e anche il lessico della politica, parlando di ciò di cui parlano gli esseri umani". Sulla riforma elettorale Veltroni ha ribadito che una nuova legge "va fatta in Parlamento ma tra l'attuale legge elettorale e il referendum è meglio il referendum". Il sistema elettorale delineato da Veltroni deve garantire il “bipolarismo. Ci dovrà essere un'alternativa tra il bipolarismo coatto di questi anni e il ritorno al fatto che i governi si fanno come nella Prima Repubblica”.
(da www.lanuovastagione.it)

giovedì 11 ottobre 2007

Veltroni a Ventotene

Chiusura viaggio campagna elettorale

Sabato 13 ottobre, nel pomeriggio, a chiusura di un percorso ideale che era partito da Barbiana e dalla scuola di Don Milani, simboli dell'impegno politico e civile, Veltroni sarà a Ventotene.

"In quell'isola, simbolo ideale che evoca, anche attraverso il ricordo di Altiero Spinelli, l'impegno per l'Europa e la battaglia antifascista - prosegue la nota - il candidato incontrerà ragazze e ragazzi che si sono impegnati in questa campagna a suo sostegno".

(da www.democraticiconveltroni.it)

venerdì 5 ottobre 2007

"Riforme, la destra collabori: il Pd pronto a dimezzare ministri"

di Giancarlo Giannini
Veltroni: "Deve decidere Prodi, ma noi siamo pronti. Non ci sarà nessuna staffettaPer rafforzare il premier sono pronto a tutto. Troppa confusione politica
"Il governo sta facendo molto bene, e sarebbe ora che tutti gli alleati lo riconoscessero. Ma se dopo il 14 ottobre si vuole dare un segnale ulteriore, e dimezzare il numero dei ministri e sottosegretari, il Partito democratico è pronto a fare la sua parte. La scelta dipende solo dal presidente del Consiglio. Qualunque sarà la scelta di Prodi, noi la appoggeremo".
Alla vigilia del voto sulle primarie del Pd, che per lui deve essere "una grande festa della democrazia", Walter Veltroni lancia un duplice appello. Al centrosinistra, perché la smetta di litigare e capitalizzi i buoni risultati dell'azione di governo. Al centrodestra, perché dia il suo contributo all'approvazione della riforma istituzionale in votazione alla Camera, che finalmente "può sbloccare il Paese".
Sindaco Veltroni, partiamo dalle riforme. Alla Camera si sta sbloccando qualcosa. Lei che ne pensa?
"Lancio un appello a tutte le forze politiche. In otto mesi si può sbloccare il Paese, e superare la crisi del suo sistema democratico. La Commissione Affari Costituzionali ha approvato il Senato federale e la riduzione del numero dei parlamentari. Facciamo l'ultimo sforzo. Diamo un senso a questa legislatura, e approviamo l'intera riforma istituzionale. Con un'unica Camera legislativa, un Parlamento ridotto in quantità e più efficiente in qualità, una corsia preferenziale per i ddl del governo, la facoltà del premier di proporre la nomina e la revoca dei ministri, noi possiamo far uscire l'Italia dal tunnel, dal potere dei "veto-player", di quelli che dicono sempre no. Sarebbe il miglior servizio che il ceto politico italiano, in un momento di grande difficoltà, potrebbe rendere al Paese".
Il suo appello non arriva fuori tempo massimo? Il Polo vuole solo le elezioni, anche con questa legge elettorale.
"Sarebbe una follia per il Paese. Chiunque vinca. Perché la partita è aperta, e se alle prossime elezioni ci presenteremo con un programma di innovazione asciutto e uno schieramento coeso il Pd può arrivare al 37%".
Auguri. Ma finora il Pd non è bastato a stabilizzare il governo. E si parla sempre di staffetta Prodi-Veltroni.
"Noi lavoriamo per stabilizzare Prodi. Ma non possiamo essere soli. Se un giorno uno fa una conferenza stampa con il capo dell'opposizione, un altro fa la manifestazione contro, un altro ancora sbatte la porta, così non si regge. Quanto alla staffetta, non esiste. In questo momento io ho solo tre grandi obiettivi: accelerare sulle riforme istituzionali, celebrare con le primarie del Pd del 14 ottobre una grande festa della democrazia, e nel frattempo consolidare il governo Prodi, e far risaltare elementi di merito sulla confusione politica, che è troppa. Sono pronto a tutto, pur di rafforzare il governo".
Ma lei è favorevole al dimezzamento della squadra di governo, mettendo a disposizione, in nome del Pd, le poltrone ministeriali in quota a Ds e Margherita?
"Io penso che il futuro governo dovrà avere la metà dei ministri e sottosegretari di quello attuale. Per ciò che riguarda questo governo, è il presidente del Consiglio che deve dire la sua opinione. Nel Pd c'è una piena disponibilità su ciò che Prodi deciderà di fare. Se deciderà di ridurre drasticamente la squadra, il Pd sarà pronto a fare la sua parte. Se deciderà di restare così, il Pd lo sosterrà. Perché vede, questo è il mio cruccio: il governo di cose buone ne sta facendo moltissime, dalla finanza pubblica alla politica estera. Bisognerebbe esserne orgogliosi. E invece c'è questo "desencanto", che nasce dalla litigiosità e dalla rissosità tra gli alleati. Noi ci dobbiamo scuotere. Nasce un partito nuovo, dal basso, con centinaia di migliaia di persone che vanno a votare, con 60-70 mila scrutatori, con 35 mila candidati, con ragazzi di 16 anni che si presentano per la prima volta alle urne, con una partecipazione femminile che sfiora il 50%. Quando mai si è vista una cosa del genere in Italia? Eppure, dobbiamo sempre piangerci addosso, e seminare questo clima di autoflagellazione".
È la vecchia storia del "tafazzismo" della sinistra, no?
"Sa cosa le dico? Se c'è una dote che riconosco nella destra è la combattività. Una cosa è il senso critico, che è giusto esercitare e che fa difetto di là mentre è giusto che ci sia di qua. Ma un'altra cosa è non aver più voglia di fare battaglia politica, non avere più orgoglio di sé, proprio nel momento in cui stiamo per scrivere la pagina più bella della nostra storia recente. Perché una cosa è chiara a tutti: se avremo un grande successo alle primarie, stavolta può davvero cambiare la storia politica di questo Paese".
Come si spiega tutte queste polemiche velenose tra voi candidati?
"Le confesso che ho provato un certo dispiacere per i toni un po' troppo accesi che qualcuno ha usato. Come ha visto, da me non è mai venuta una parola polemica. Sono convinto che dopo il 14 ottobre ci sia bisogno di una leadership forte, quale che sia. E penso che al Paese occorrerà dare un'immagine di compattezza e di coesione. Basta messaggi di contrapposizione. Quel giorno deve essere una grande festa della democrazia".
Nel frattempo, però, basta un Grillo che con un "Vaffa" cavalca l'onda dell'antipolitica, e il Palazzo vacilla.
"Nel Paese c'è un diffuso malessere nei confronti della politica. Ma il "vaffa" non è la terapia. Semmai è solo il termometro. La soluzione del problema non è Grillo. La soluzione è la buona politica, anche se ripeterlo ora è come vendere i ghiaccioli in Alaska. Nei miei discorsi in giro per l'Italia faccio sentire le parole di Martin Luther King del '63, quando in una sorta di gospel dice "verrà un giorno in cui bambini bianchi e neri si daranno la mano".
Poi però faccio vedere anche il discorso di un americano nero di 46 anni, Obama, che si candida a fare il presidente degli Stati Uniti. Cosa c'è stato in mezzo? La politica, che ha cambiato in meglio il destino dell'umanità".
Perché avete privilegiato la nomenklatura di Ds e Margherita nelle liste, e avete lasciato poco spazio alla società civile?
"Come sa, io con gli apparati ho avuto sempre un rapporto molto complesso. Ma le confesso che, quando ho cominciato questa avventura, sulla composizione delle liste mi aspettavo molto peggio. Temevo che ci sarebbe stata meno disponibilità a fare strada a forze ed energie della società civile. Se ora guardiamo le liste delle città, c'è una quantità rilevante di persone comuni, ragazzi che vengono dal volontariato, imprenditori. Certo, si può fare di più. Anzi, aggiungo: si farà di più. Il Pd al quale penso è un partito con porte e finestre aperte, che ha la capacità di incarnare un modello di democrazia lieve, ma al tempo stesso capace di decidere nell'interesse comune. Quindi fuori i partiti dalla Rai e dai luoghi nei quali a gestire la cosa pubblica devono essere le competenze e non le appartenenze. Il Pd al quale penso è un partito che deve avere la forza di contaminarsi e il coraggio di proiettarsi molto oltre i suoi confini".
Ecco, appunto, c'è chi pensa che lei si stia proiettando un po' troppo "oltre", e che alla fine resti sul generico nelle grandi questioni, e magari parli chiaro e forte solo su Miss Italia. È così?
"Non mi pare proprio. In quattro mesi ho detto quello che deve essere il futuro del Paese. Sul fisco, sulle istituzioni, sull'ambiente, sul welfare, sul patto generazionale, sulla sicurezza, sulla Rai. Ho formulato una piattaforma programmatica fortemente innovativa. Poi ho aggiunto una cosa importante sul piano politico: il futuro del Pd non saranno più alleanza "contro", ma alleanze per un disegno di innovazione. Dunque alle prossime elezioni, quale che sia la legge elettorale, al centro ci sarà un programma di innovazione. Se su questo si riuscirà a ottenere le convergenze bene, se no il Pd esprimerà fino in fondo la sua vocazione maggioritaria. Il Pd nasce per questo. Le sembra messaggio generico o poco chiaro?".

D'accordo. Ma in questa ricerca di "vocazione maggioritaria", non si rischia di lanciare messaggi ambigui?

"Assolutamente no. Sono e resto convinto che serva un clima diverso tra maggioranza e opposizione. So che questo sembra blasfemo, in un paese in cui tutti insultano, tutti odiano, tutti sbattono le porte. Ma ho l'impressione che gli italiani siano sfibrati dalla coppia oppositoria Berlusconi-comunisti, cui è stata consacrata la storia italiana degli ultimi tredici anni. Il Pd è quello che rompe questo schema. Non ci si dovrà stupire del fatto che il Pd, dopo il 14 ottobre, uscirà sempre più spesso dai "recinti" tradizionali. La politica moderna è la risposta nuova a domande del tutto nuove".

È in nome di questo "nuovismo" che lei è arrivato al punto di ipotizzare la candidatura della signora Veronica Lario in Berlusconi?

"Io non ho ipotizzato proprio nulla. Come sa, chi fa un'intervista risponde delle cose che dice e non dei titoli. Mi è stata fatta una domanda sulle persone che stimo dall'altra parte dello schieramento, e io ho dato una risposta. Chi ha letto l'intervista sa che ho fatto solo un apprezzamento per una persona che, pur essendo collocata su un fronte diverso, ha preso posizioni coraggiose, sull'Iraq, sulla fecondazione. A me interessano sempre le persone che vanno oltre i loro confini, che dicono cose non usuali. Le faccio un altro esempio: il priore di Bose, con il quale a Bergamo ho fatto una discussione sulle beatitudini nella Bibbia. C'erano 2.500 persone ad ascoltarci, alle 9 di sera. Per come la vedo io, questa è una notizia più importante di Grillo. C'è un altro Paese che i nostri occhi non vedono, e che è carico di attese. Le parole di Enzo Bianchi, come quelle di monsignor Ravasi, mi interessano molto. Come mi interessano le tesi di Bernard Henry-Levy, o di Adriano Sofri".

Benissimo. Ma tutto questo sincretismo culturale non rischia di precipitare il nuovo partito in un indistinto "democratico", dove ci sei ma non sai più chi sei?

"No, questo rischio non c'è. Il Pd italiano sarà come il partito democratico americano e i laburisti inglesi. Questa è l'ispirazione politica, alla quale aggiungiamo la matrice culturale italiana, le nostre storie particolari. Non posso dimenticare che un giorno, nel '91, feci vedere a Scalfari, in anteprima, il nuovo simbolo del Pds. Eugenio mi disse: verrà il giorno in cui in questo Paese ci sarà un partito che si chiamerà solo Pd. Questo giorno è venuto. Viviamolo con intensità e allegria. E con la consapevolezza che da qui può nascere un cambiamento profondo della storia politica di questo Paese".

(da la Repubblica, 5 ottobre 2007)

giovedì 4 ottobre 2007

Con il Sud per rompere il silenzio

“Il Mezzogiorno non deve marcire nell’assistenzialismo che mortifica l’uomo e crea spazi per la violenza e per la camorra. Il vostro servizio a favore delle popolazioni, la vostra onestà e competenza, il vostro culto per la verità, la giustizia e la libertà saranno di sprone e di sostegno nella lotta contro la camorra ed alimenteranno la speranza fondata in un domani migliore e non troppo remoto. Le nostre genti ve ne saranno grate più di quanto possa essere grata la camorra verso i disonesti uomini pubblici”. Con queste parole Don Peppino Diana, nella Chiesa di Casal di Principe, si rivolse alle autorità pubbliche sedici anni fa, nel giorno di Natale. Parole chiare, che indicano ancora oggi il percorso da seguire per vincere la battaglia a difesa delle regole e per il rispetto della legalità. Parole che voglio portare con me a Napoli, dove oggi sarò a confrontarmi sui temi della legalità e della lotta contro la camorra con chi in questa città lavora, studia, fa volontariato. A raccontarmi Napoli, a dirmi dei suoi problemi e delle sue risorse, delle sue speranze, saranno i rappresentanti dell’associazionismo, i giovani, le donne e gli uomini che ogni giorno vivono questa città in maniera onesta e con grande forza d’animo. Sono loro che riescono, in questo modo, a sferrare i colpi più duri a chi vorrebbe distruggere la fiducia dei cittadini con l’imposizione di un codice distorto, fatto di violenza e di illegalità. Con loro vorrei parlare di cosa intendo per legalità e di come il Partito democratico si impegnerà nel contrasto alla criminalità organizzata. Le ultime inchieste della magistratura confermano che le mafie inquinano sempre di più settori sani dell’economia, condizionando lo sviluppo di intere aree del Paese. Per contrastarle e colpirle bisogna innanzitutto predisporre strumenti e politiche di controllo più efficaci. Troppe opere pubbliche non vengono completate o vedono tempi eccessivamente lunghi di costruzione. Vuol dire che molte cose non vanno. Non basta aumentare i finanziamenti per accelerare i lavori: si devono potenziare i controlli per capire cosa frena e chi se ne avvantaggia. Di certo non i cittadini, piuttosto i gruppi criminali che riescono a gestire alcuni appalti e il mercato delle forniture. Bisogna essere chiari e netti: non si può permettere che ogni appalto si spezzetti in più subappalti. La proposta che ho già lanciato è quella di arrivare ad una stazione unica appaltante e di aumentare i controlli, a partire da un imperativo per le amministrazioni pubbliche: allontanare tutti quei funzionari corrotti che hanno favorito clan e cosche criminali nelle gare. Si devono favorire e premiare quelle imprese virtuose che decidono di lavorare nel rispetto della legge. Come pure vanno tutelati tutti quegli imprenditori onesti che intraprendono una durissima battaglia per dire di no a chi chiede loro il pizzo. La politica non deve lasciarli soli, deve essere vicina alle associazioni antiracket che fanno un lavoro prezioso e faticoso. Molto è stato fatto in questi ultimi tempi dal Ministero dell’Interno, ma non ci si deve fermare, se è vero che i dati ci dicono che in alcune città la quasi totalità dei commercianti paga e solo una minoranza denuncia, per paura o peggio perché è la normalità. Ma deve essere chiaro che la sfida non è solo del Sud e nel Sud. Bisogna guardare anche agli interessi e alle attività che le mafie gestiscono nel resto del Paese e fuori dall’Italia. Per questo si devono attivare tutti quegli strumenti che riescano ad intercettare le operazioni finanziarie e quella fitta rete di intermediari e prestanome che costituiscono un’inquietante zona grigia di difficile identificazione. Si devono potenziare le collaborazioni con organi d’indagine e di polizia su tutto il territorio nazionale, oltre che con gli altri paesi europei, per rendere la sfida alla criminalità organizzata un obiettivo globale, come globale sono diventati i suoi interessi. E poi i mezzi, tutti gli strumenti necessari: non si può più accettare che in un paese civile che vuole sconfiggere la mafia, un procuratore della repubblica minacciato debba girare con una macchina vecchia che rischia di lasciarlo a piedi. Per colpire la criminalità organizzata si deve far sentire la presenza forte di uno Stato che le toglie ciò che ha ottenuto con la violenza e con il sopruso e lo restituisce alla collettività. Penso ai beni confiscati, al grande lavoro che associazioni, comitati e amministratori locali, spesso ostacolati da una eccessiva burocrazia, portano avanti per trasformare palazzi, ville, terreni appartenuti a boss della mafia in luoghi di studio, di assistenza e di cultura per i cittadini. Per questo sono d’accordo con la richiesta di costituire un’agenzia unica dei beni confiscati che garantisca che il bene sequestrato non torni mai più nelle mani della criminalità, ma diventi rapidamente un patrimonio e un’occasione di lavoro e arricchimento civile per tutti. La lotta contro la disoccupazione e il lavoro nero deve diventare un altro tassello importante in questa battaglia. Troppi ragazzi sono costretti a lasciare la loro terra per costruirsi un futuro onesto altrove. Dobbiamo ricostruire le garanzie affinché un ragazzo che è nato e cresciuto a Casal di Principe possa studiare e realizzarsi nel suo paese come uno che è nato e cresciuto in un’altra provincia d’Italia. Per questo bisogna potenziare le offerte formative e tutti i canali di accesso al mondo del lavoro. Abbattendo la morsa del clientelismo che troppo spesso fa credere ai giovani che si va avanti solo se si conosce il potente di turno e non grazie al merito e all’impegno. Troppi, poi, sono coloro che per sopravvivere sono costretti ad accettare lavori senza contratto, senza garanzie e rispetto dei diritti. Quella contro il lavoro nero è una lotta da potenziare, con l’aiuto delle forze sociali. La camorra non può e non deve diventare l’unica alternativa per garantirsi il futuro. Giancarlo Siani descriveva in uno dei suoi vivi ritratti della società napoletana, i “moschilli” i bambini che la camorra utilizzava per spacciare la droga: non possiamo permetterci che si continuino a considerare le energie migliori della nostra società manovalanza per la criminalità organizzata. Sin dalle scuole elementari si deve inserire l’educazione alla legalità nei programmi di studio, affinché si aiutino le nuove generazioni a crescere nel rispetto di regole condivise di convivenza civile. E poi il territorio deve essere valorizzato anche da un punto di vista ambientale: la lotta contro gli scempi che la criminalità organizzata compie su queste splendide coste deve vederci in prima linea con strumenti di controllo e contrasto all’abusivismo edilizio. Anche in questo campo ci sono associazioni che hanno fatto molto, con battaglie che dobbiamo continuare a sostenere. Non possiamo più far finta che i problemi non esistano se non quando avvengono eventi eclatanti come la strage di Duisburg. Un bambino che spaccia la droga o un commerciante che è costretto a pagare il pizzo per lavorare sono anch’essi fatti eclatanti. Non possono mai diventare qualcosa di “normale”. Le vittime della criminalità non possono essere vittime due volte, prima dei loro aggressori, poi dell’indifferenza. Nel silenzio la mafia vive e cresce. In un altro tempo, un uomo con un’altra storia e un’altra grande sfida da vincere, disse un giorno: “Ciò che mi impressiona non è il rumore dei malvagi, ma il silenzio degli onesti”. Quell’uomo si chiamava Martin Luther King, e la sua sfida, quella del suo popolo, l’ha vinta. Noi dobbiamo avere la stessa fiducia, la stessa determinazione nel rompere il silenzio, nel contrastare concretamente il male e nel costruire pazientemente una cultura della legalità. Abbiamo le risorse per farlo. Le ha il nostro Paese. Le ha il nostro popolo, gli italiani per bene, gli italiani onesti, che sono la grande maggioranza. Le hanno le istituzioni e gli uomini dello Stato. A sconfiggere la camorra e le mafie saremo tutti noi, insieme.
Walter Veltroni
(da il Mattino, 3 ottobre 2007)

Veltroni ai più giovani: Partecipate, scegliete, costruite il Pd

La lettera di Walter Veltroni ai sedicenni

Care ragazze, cari ragazzi,
il prossimo 14 ottobre è una data che mi piacerebbe segnaste sul vostro diario. Sarà una domenica speciale, perché nascerà una forza politica nuova, nascerà il Partito democratico. Non pensate che trattandosi di un appuntamento che ha a che fare con la politica sia qualcosa che non vi riguarda, qualcosa di lontano dalla vostra vita, dalle vostre speranze, dai vostri sogni. Sì, lo so, oggi l’immagine della politica è molto consumata e per questo capisco la poca voglia e la fatica di avvicinarsi ad essa. Ma pensate un attimo: cos’è sempre stata nella storia degli uomini, e cosa continua ad essere, la politica? La politica è una possibilità. E’ la possibilità di immaginare un mondo diverso e di provare a costruirlo. La politica è anche condivisione di intenti, lo sforzo di una comunità di individui che ha voglia e la felicità di ritrovarsi assieme. Un agire comune, un pensare comune. Per la prima volta un partito che nasce chiede alle nuove generazioni, a chi ha compiuto sedici anni, di partecipare alla sua costruzione, a questa nuova avventura. Il Partito democratico non vuole rappresentare i giovani, vuole che i giovani siano i primi rappresentanti dei nuovi bisogni e dei nuovi ideali da costruire. Vuole che siano la vostra voce e le vostre idee a cambiare le cose. A fare in modo che la scuola diventi davvero un luogo dalle mille attività e opportunità, dove si incrociano i diversi saperi e dove crescere insieme. A moltiplicare le occasioni per fare sport, per aprire anche ai vostri gusti gli eventi culturali e creare le condizioni perché possiate sperimentare in prima persona le vostre qualità. A far sentire sin d’ora quali sono le vostre aspirazioni, per contribuire a rendere più semplice e vicino a voi il mondo del lavoro, perché vi troviate opportunità e diritti, quando sarà il momento. Per la prima volta nella storia di questo Paese, il 14 ottobre chi ha sedici anni potrà andare a votare. Speriamo che presto possa avvenire anche per le elezioni amministrative, perché è giusto che un ragazzo possa decidere chi si occuperà della sua città, del suo quartiere, della sua scuola. Intanto, fra pochi giorni, voterete per dar vita ad un partito, al Partito democratico.
Cogliete quest’opportunità, partecipate, scegliete, costruitelo insieme a tanti altri e fatelo vostro.

Walter Veltroni

mercoledì 3 ottobre 2007

I vostri diritti sono i miei diritti

Cara Paola, Caro Andrea,
vi ringrazio di cuore per la fiducia che mi avete espresso, insieme ad altre e ad altri esponenti del movimento per i diritti degli omosessuali, presentandovi nelle liste per la Costituente del Partito democratico, apparentate alla mia candidatura a segretario. Ancora di più vi ringrazio per le ragioni con le quali avete voluto motivare questa scelta. Nella lettera che mi avete indirizzato, scrivete che la vostra non è una firma in bianco, ma la scommessa sul progetto di un’Italia nuova, moderna. Un’Italia che riconosca i vostri diritti, non solo perché ciò è giusto e doveroso nei vostri confronti, ma perché li comprende come diritti di tutti e come condizione culturale e civile per la stessa modernizzazione sociale ed economica del Paese.
Cinque anni fa, in una ricerca diventata famosa, un brillante studioso americano, Richard Florida, documentava come le città economicamente e socialmente più dinamiche degli Stati Uniti fossero quelle meglio valutate sulla base di tre parametri: gli investimenti nell’innovazione tecnologica, la valorizzazione dei talenti individuali e la tolleranza per le diversità, a cominciare da quella di orientamento sessuale. Le tre “t” (tecnologia, talento e tolleranza) sono, secondo l’analisi empirica di Florida, fattori di sviluppo ugualmente essenziali.
Allo stesso modo, è importante ricordare che Florida rifiutava la identificazione tra tolleranza per la diversità e ostilità per i valori familiari. Questo modo divisivo di pensare, scriveva, non solo è pericoloso, perché mina alle fondamenta l’unità culturale e morale della Nazione, ma è anche inappropriato e non accurato sul piano descrittivo. Dalla sua ricerca emergeva infatti che le città americane più tolleranti, e anche per questo più dinamiche, sono anche le città più “family- and child-friendly”, più a misura di famiglia e di bambino. Vale ovviamente non solo per gli Stati Uniti. Lo stesso si può dire per l’Italia, anche grazie agli studi e alle analisi effettuate da una sua giovane collaboratrice, Irene Tinagli, che mi fa molto piacere abbia accettato di presentarsi alle primarie a Milano, in una delle liste che sostengono la mia candidatura.Sono pienamente d’accordo con le tesi di Florida, anche sulla base della mia esperienza di Sindaco di Roma. Anche per questo condivido il vostro rifiuto di quella che definite giustamente “cattiva politica”: la politica che pensa di poter affrontare le questioni relative alla vita, agli affetti e ai diritti delle persone omosessuali, guardandole con la lente deformante dell’ideologia. Come se fossimo di fronte ad una domanda di trasgressione e non, come voi dite, ad una domanda di famiglia, di stabilità, di sicurezza, di legame sociale. In una parola: di “normalità”.
E’ per questo, ritengo, che avete deciso di dare il vostro contributo alla nascita del Partito democratico. Perché ci accomuna, noi democratici, la consapevolezza che è finito il tempo della rappresentanza per frammenti: come se ogni sfumatura ideologica e ogni singola questione sociale potesse e dovesse rappresentarsi sulla scena politica in proprio e in solitudine, inevitabilmente contro tutti. Questa è la cattiva politica che dobbiamo lasciarci alle spalle. La politica buona, quella che stiamo cercando di rilanciare col Partito democratico, è la politica del dialogo e dell’incontro, della condivisione di punti di vista e di partenza differenti e di un comune itinerario di ricerca verso soluzioni migliori, proprio perché frutto dell’apporto di tanti, tutti tra loro diversi. E’ la politica che rifiuta la logica dell’”aut-aut”, perché fa propria quella dell’”et-et”.
Solo così si sconfigge, in radice, la logica dell’intolleranza, della discriminazione, della violenza. Armi cattive, che fanno male, che producono sofferenza, umiliazione, emarginazione. Armi che hanno ripreso ad offendere, mai come negli ultimi tempi, donne e uomini, ragazze e ragazzi, colpevoli solo di essere diversi nel loro orientamento sessuale. Mi chiedete un impegno chiaro e parole nette. Ebbene: se sarò eletto segretario, con voi il Partito democratico lavorerà, in Parlamento e nel Paese, per contrastare, con la legge, con le buone pratiche amministrative, con l’impegno culturale e civile, ogni forma di intolleranza e discriminazione. E il primo impegno sarà il sostegno in Parlamento al disegno di legge del governo contro la violenza sessuale.Allo stesso modo, il Partito democratico lavorerà per dare seguito al preciso impegno assunto da tutta l’Unione davanti agli elettori: il riconoscimento con legge dei diritti delle persone che vivono nelle unioni di fatto, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Perché non c’è contraddizione fra sostenere il valore della famiglia tradizionale e riconoscere i diritti di chi si ama e convive. In Senato sono all’esame della Commissione Giustizia numerose proposte. Il Partito democratico lavorerà per coagulare il consenso più ampio possibile attorno ad un testo che segni un passo in avanti inequivocabile. Sono convinto che non solo il Partito democratico, ma una larga maggioranza del Paese, indipendentemente dalla collocazione politica, dall’orientamento culturale o dal credo religioso di ciascuno, possa riconoscersi in una posizione di equilibrio e di saggezza. Per quel che mi riguarda, intendo lavorare insieme a voi perché questa possibilità possa realizzarsi.
Walter Veltroni
(da l'Unità, 2 ottobre 2007)

martedì 2 ottobre 2007

Lunedì 8 ottobre: il Pd spiegato ai più giovani

I candidati delle liste che sostengono Veltroni davanti alle scuole per sensibilizzare i ragazzi
Una giornata di mobilitazione generale per stimolare i giovani, soprattutto i sedicenni, a partecipare alla costruzione del Partito democratico andando a votare alle elezioni primarie del 14 ottobre. Lunedì prossimo, 8 ottobre, i candidati delle 1181 liste che nel Paese appoggiano la candidatura di Walter Veltroni per la segreteria del Partito democratico si recheranno davanti alle scuole superiori di tutta Italia per spiegare ai ragazzi l’importanza della creazione del Partito democratico. “Per la prima volta nella storia – ha detto Veltroni - il 14 ottobre potranno esprimere il loro voto anche i sedicenni. E’ un altro segnale del vento di novità che comincia a soffiare in Italia grazie alla nascita del Pd e mi sembra molto giusto che chi crede in questo progetto si impegni di persona per mettersi in rapporto con i più giovani e spiegare loro l’importanza di questo evento per il futuro che attende le nuove generazioni. La mobilitazione davanti alle scuole mi sembra un’ottima iniziativa che coglie in pieno il senso del nuovo che il Partito democratico ha il dovere di trasmettere agli italiani. Come testimoniano i tanti ragazzi presenti nelle liste, il Pd nasce per cambiare la politica del nostro Paese anche e soprattutto attraverso un profondo ricambio generazionale”.

E' il Mediterraneo il nuovo crocevia mondiale del secolo, il Sud ne deve approfittare

Egregio Direttore,
ho scelto con convinzione Bari come il luogo più adatto per accogliere domani la riflessione che con Dario Franceschini e Massimo D’Alema dedicheremo alla politica internazionale del Partito Democratico.
Il Mediterraneo è oggi, fuori da ogni retorica, una chiave di lettura per capire le sfide politiche, economiche e culturali che attendono l’Italia, poiché gli straordinari fatti che qui stanno accadendo ci offrono un’occasione storica per far diventare questo mare il nuovo hub mondiale del secolo e l’Italia il perno e il centro di questo nuovo equilibrio. Il mare nostrum - come lo chiamavano i romani - è il più grande mare "chiuso" del mondo: 2,5 milioni di kmq, poco meno dell’1% delle acque del pianeta sulle quali però passa il 15% dei traffici marittimi globali, grazie alla rinata centralità di Suez e alla crescita impetuosa delle economie orientali. Vi si affacciano ventitre Paesi con una popolazione di circa 430 milioni di persone, un numero che si è triplicato in meno di un secolo e, nonostante le crisi in Iraq, Libano e Palestina, il Pil di questa regione cresce nel 2007 ad una media del 6,3%, il tasso più elevato degli ultimi dieci anni, pur con disparità enormi; sui 4.000 miliardi di dollari di ricchezza prodotta, la quota dei cinque Paesi dell’Unione Europea è oltre il 90%, con un differenziale procapite da 1 a 30 fra il Paese più ricco e quello più povero. Il Mediterraneo è marcato da forti differenze e diviso tuttora da molti conflitti: è la principale zona di smistamento dell’immigrazione clandestina, una piaga per la quale, solo nello scorso agosto, il mare ha restituito 243 corpi di migranti che hanno cercato di raggiungere l'Europa, 161 dei quali annegati nel canale di Sicilia; da qui transitano nuove minacce come il terrorismo di matrice islamica che si annida e cresce nella regione del Maghreb; infine, l’accesso alle risorse idriche continua a dividere un Paese dall’altro e se prospera il commercio fra l’Europa e ciascun Paese della sponda sud, non esiste una vera integrazione dei Paesi africani fra loro. Mediterranea è l’acqua che bagna le coste di zone non ancora pacificate, i Balcani, Cipro, Siria, Libano. Non è dunque tutto facile. Anche Pavel Matvejevic ci ammonisce quando dice “i parametri con i quali al Nord si osservano il presente e l’avvenire del Mediterraneo non concordano con quelli del Sud. Le griglie di lettura sono diverse. La costa settentrionale del Mare Interno ha una percezione e una coscienza differenti da quelle della costa che sta di fronte. Il mare stesso assomiglia sempre di più a una frontiera che si estende dal Levante al Ponente per separare l’Europa dall’Africa e dall’Asia Minore”.
La nostra politica così ha davanti due alternative: considerare il Mediterraneo una questione di sicurezza, la frontiera meridionale dell'Unione sulla quale attestarsi per difendersi dai flussi migratori, dal terrorismo internazionale, dalle attività illecite; oppure pensare il Mediterraneo come una nuova area di cooperazione in cui stabilire relazioni speciali, una politica regionale che coinvolga tutte le regioni dal Maghreb alla Turchia. L’Italia è forte e sicura se esiste un circuito euro-mediterraneo di cui noi siamo parte e perno. E’ debole e insicura se il Mediterraneo diventa solo una faglia fra civiltà. La prima sfida è dunque di ordine culturale. Se il Mediterraneo è il luogo dove si incontrano Europa e Islam, agire affinché questo incontro non divenga scontro è la nostra priorità. L’Islam che noi italiani incontriamo è primariamente mediterraneo: una parte di quei musulmani che oggi sono europei hanno ottenuto il passaporto del Paese di accoglienza, ma nazionalizzazione formale non significa di per sé integrazione. Ricostruire uno spazio mediterraneo ci permetterà di imbrigliare l’immigrazione selvaggia da sud, di sottrarre le giovani generazioni di musulmani dalla fascinazione dei predicatori d’odio, di trovare una nuova funzione geopolitica dell’Italia nell’Unione Europea come alfiere dell’integrazione. E’ decisivo proseguire con il dialogo religioso, perché il Mediterraneo ha affrontato la modernità in ritardo e non ha conosciuto la laicità in tutti i suoi bordi. E’ importante il rafforzamento del circuito delle Università delle due sponde per formare una classe dirigente dai valori comuni.
Per dare solidità a questa politica occorre anche una diversa struttura istituzionale. L’Italia deve promuovere una Comunità Euro-Mediterranea, sviluppando la dimensione dei diritti umani e la promozione della democrazia, affiancare la recente iniziativa francese - magari assieme alla Spagna - per integrare meglio le nazioni nordafricane e mediorientali in una politica regionale, promuovere da subito all’interno dell’UE una cooperazione rafforzata in materia di immigrazione con gli altri Paesi rivieraschi. Anche l’impegno dei nostri 2.500 uomini impegnati nella missione Unifil in Libano, il costante dialogo con i governi arabi moderati e l’amicizia verso il popolo israeliano e il popolo palestinese sono il segno di un’attenzione al Mediterraneo e il marchio più riconoscibile di una politica estera fortemente cambiata sotto la guida di Romano Prodi e Massimo D’Alema.
Negli ultimi dieci anni, il commercio euro-mediterraneo è più che raddoppiato e le esportazioni mediterranee verso l’Europa sono addirittura triplicate. L’Italia realizza oltre 50 miliardi di interscambio commerciale, ospita più di mezzo milione di lavoratori mediterranei e ha visto nascere circa 30.000 nuove aziende che hanno come titolare un ex immigrato dai Paesi della sponda sud. Per potenziare gli investimenti diretti, per aggredire una disoccupazione ancora troppo alta che spinge a emigrare, per diffondere un ceto medio che dia stabilità a quei Paesi, occorre rilanciare con convinzione il progetto di una Banca di sviluppo euro-mediterranea con la missione di sostenere le piccole e medie imprese, facilitare l’accesso al mercato dei capitali internazionali ed arrivare ben strutturati al traguardo della zona di libero scambio euro-mediterranea (ZLS), prevista a partire dal 2010. Secondo un recente studio, la ZLS determinerà una crescita del traffico globale di oltre il 16%, con valori compresi fra il 10% per la riva nord (Spagna, Francia e Italia) e il 20% per la riva sud.Lanciare il Mediterraneo come crocevia, hub mondiale del nuovo secolo, richiede infine investimenti industriali e infrastrutturali coraggiosi sui porti, sulla logistica, sull’intermodalità, sulla realizzazione di corridoi nord-sud che si leghino ai corridoi est-ovest progettati dall’Unione Europea. Ci sono potenzialità straordinarie nei servizi, nel traffico delle merci, nella difesa dell’ambiente, nelle rotte dell’energia.Strabone, geografo greco del I secolo a.C scriveva che “di solito è il mare che disegna la terra, e alla terra dà una forma”. Il Mediterraneo può dunque disegnare una nuova politica per il futuro dell’Italia nel mondo nuovo e il Partito Democratico si impegnerà affinché questa occasione venga giocata fino in fondo.
Walter Veltroni
(da la Gazzette del Mezzogiorno, 1 ottobre 2007)

lunedì 1 ottobre 2007

Il PD farà scudo alla Costituzione

Il Partito democratico che nasce avrà nella Costituzione repubblicana, nei suoi principi fondamentali, nella tavola dei diritti e dei doveri dei cittadini e nei lineamenti architettonici dell’ordinamento della Repubblica, la costellazione che orienterà il suo cammino. Chiunque sia il segretario chiamato a guidarlo. Non possono esserci e non ci sono dubbi al riguardo.
La fedeltà del Partito democratico alla Costituzione del 1948 non solo non contraddice, ma dovrà ispirare il suo impegno per l’adeguamento della seconda parte della Carta, attraverso un definito e limitato, ma coraggioso, programma di riforme costituzionali, da realizzare in Parlamento attraverso la più ampia convergenza politica possibile. Essere fedeli ai valori costituzionali e in particolare a quell’attualissimo, programmatico secondo comma dell’articolo 3, che definisce “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”, significa infatti nutrire un’idea alta e forte della politica, che è chiamata non a prendere atto della realtà sociale così com’è, con le sue ingiustizie e i suoi squilibri, ma ad operare per creare effettive condizioni di pari opportunità per tutti i cittadini.
Perché ciò sia possibile
, come ho avuto modo di dire più volte in queste settimane di confronto in vista della Costituente del Partito democratico, è necessario conferire al nostro sistema politico capacità di decisione: superando l’attuale bicameralismo perfetto, riducendo il numero dei parlamentari, riformando la legge elettorale, prevedendo tempi certi per l’approvazione o la bocciatura delle proposte di legge, rivedendo tutte le norme dei regolamenti parlamentari che incoraggiano la frammentazione dei partiti e dei gruppi, rafforzando i poteri del presidente del Consiglio sul modello europeo del governo del primo ministro e, contestualmente, il sistema di garanzie contro qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria, anche prevedendo quorum qualificati per la modifica della prima parte della Costituzione. La nostra è una crisi democratica profonda, per molti versi senza precedenti. L’Italia ha bisogno, per uscirne, di una democrazia che decida.
Fa poi parte delle garanzie a presidio di una società che vogliamo aperta e libera, la netta distinzione tra la sfera politica e quella economica e sociale. Una distinzione che va tutelata attraverso una normativa contro il conflitto di interessi, che va sollecitamente approvata in Parlamento, ma anche attraverso un rigoroso codice etico che il Partito democratico dovrà darsi, prevedendolo esplicitamente nel suo Statuto, insieme ad un’autorità interna che vigili sulla sua applicazione. Difendere la Costituzione repubblicana significa anche rimuovere le cause di discredito della politica: quelle che hanno a che fare col suo scarso rendimento, ma anche quelle che derivano dall’eccesso di costi e dalla selva di privilegi e rendite di posizione, anacronistici e intollerabili per un Paese civile. E come dice il documento, occorrerà fissare i paletti che presidiano la sfera della politica e separano la funzione della regolazione e dell’indirizzo, che le appartiene, da quella della gestione, che deve essere esclusivamente dell’autonoma responsabilità della competenza.

Walter Veltroni
(da la Repubblica, 1 ottobre 2007)

Ai lettori dico: non perdete la fiducia

Caro Padellaro,
è vero: delle lettere inviate a l'Unità non ne perdo una. Succedeva anni fa, quando dirigevo il giornale e avevo modo di leggere anche quelle poi non pubblicate, e accade così oggi. Quelle che avete scelto per rappresentare i tremila messaggi arrivati dopo il tuo appello perché cessino litigi e divisioni all'interno del nostro schieramento confermano, una volta di più, quanto siano grandi la saggezza e la voglia di unità del popolo di centrosinistra. Ma anche, e certo non possiamo nascondercelo, quanto sia forte il malessere che lo attraversa, e come crescano le preoccupazioni dopo tante attese e tante speranze. Sai bene che ho ben chiari questi sentimenti e questa situazione. Lo sai perché mi conosci, e anche perché, a proposito di lettere, ricorderai le mie, di qualche settimana fa, indirizzate ai gruppi dirigenti di Ds e Margherita e poi ai candidati alla segreteria del Partito democratico. Alla fine di entrambe esortavo, in buona sostanza, a non sciupare tutto proprio ora, a non ricadere nei vecchi vizi tipici della sinistra, in quella speciale capacità di farci male da soli, e spesso proprio nei momenti più ricchi di opportunità. Scrivevo anche che il Partito democratico potrà essere, se saremo all'altezza del compito, la terapia giusta, un modo per guarire da questa malattia. Io di questo resto convinto, e anzi, girando l'Italia in lungo e in largo, e toccando con mano quanta passione e quanto impegno animino la nostra gente, lo sono ancora di più, e proverò in poche righe ad accennare al perché.
Tu scrivi, all'inizio dell'editoriale di ieri, che il problema di fondo sollevato dal giornale e dai lettori non si risolve nemmeno se a parlare sono i fatti, se poi il messaggio che arriva agli italiani è quello delle divisioni, degli sgambetti tra i partiti che devono sostenere il governo. Hai ragione, ma inviterei al tempo stesso a non far caso sempre e solo alle cose negative - anche questo è un nostro antico vizio - e ad apprezzare di più quel che riusciamo a fare, anche se costa fatica, anche se porta via tempo e fa perdere un po' dello slancio iniziale. Vale per il governo, che certo è penalizzato da troppe polemiche e contrasti che ne appannano l'immagine, ma ha appena raggiunto l'accordo su una finanziaria che prosegue il percorso di risanamento dei conti pubblici, che ridistribuisce e sostiene i più deboli, che incentiva le imprese e lo sviluppo, e in quest'anno e mezzo ha portato avanti un'opera di risanamento finanziario che oggi fa rispettare all'Italia i parametri europei, ha rotto un lungo immobilismo con le liberalizzazioni e l'apertura dei mercati, ha restituito credibilità all'Italia sia in sede politico-istituzionale che in sede economica. E vale, cosa che mi riguarda direttamente, per il cammino del Partito democratico.
Se c'è una cosa che i lettori di questo giornale hanno sempre avuto a cuore, quella cosa, l'abbiamo appena detto, è l'unità. Bene: quando mai è successo nella nostra storia, e mi riferisco all'intera storia italiana, che un partito nascesse non per scissione, non dopo una spaccatura, ma per unione, per una volontà d'incontro sancita per giunta da centinaia di migliaia di persone? Il Pd nasce così. Nasce unendo, e nasce per unire. Culture, organizzazioni, uomini e donne, giovani. Le loro storie, le loro idee sulle questioni nuove, sul futuro. Perché non apprezzarlo pienamente e come si deve? Perché non farne un valore, un fattore di fiducia, un elemento concreto di unità? E poi, l'ho detto e lo ripeto: il Pd, per sua natura, sarà sinonimo di pluralità, di democrazia interna, di partecipazione responsabile. Ma per come lo intendo io, e per come lo costruiremo se toccherà a me il compito di farlo insieme agli altri, al suo interno non avranno cittadinanza logiche vecchie e piccole, improntate a personalismo, protagonismo e correntismo. Cominceremo da noi stessi. Il Pd sarà l'esempio di come diverse ispirazioni possono convergere in obiettivi chiari, in una politica condivisa. Diversità che non diventano divisione. E ancora: per la vocazione maggioritaria con cui nasce, io credo toccherà al Partito democratico, quando sarà il momento, essere il baricentro di uno schieramento che dovrà, e lì si vedranno i suoi confini, costruirsi attorno a cinque-dieci idee forza. Punti netti e qualificanti, con cui presentarsi di fronte agli italiani, per convincerli e per governare cinque anni, non «contro» qualcosa o peggio ancora qualcuno, ma «per» il Paese e in nome delle idee in cui si crede, senza continue divisioni, senza mediazioni estenuanti. Omogeneità dei programmi e coesione dello schieramento, perché sarà stabilito prima e con chiarezza chi ci sta e chi no. E allora, mi auguro, non ci sarà più bisogno di appelli all'unità.
Prima di allora, certo, il Pd dovrà essere protagonista anche del cambiamento della legge elettorale, nel segno del bipolarismo, del potere di scelta ai cittadini, e per l'appunto della stabilità. Anche qui, caro Antonio, i fatti potranno non bastare se non cambia lo spirito, se la politica non sarà in grado di ripensare e di riformare se stessa, però è evidente che una legge come l'attuale è fatta apposta per moltiplicare la frantumazione, per favorire i veti e le rendite di posizione nemmeno di piccoli partiti e movimenti, ma di singoli individui, nel caso attuale di singoli senatori. E per allargare, anche in questo modo, il divario che sempre più sta separando i cittadini dai partiti e dalla politica. Insomma, se io dovessi rispondere alla tua esortazione e alle preoccupazioni dei lettori de l'Unità, direi: non perdete la fiducia, i problemi ci sono e li vediamo, ma come sempre è nelle mani degli uomini la possibilità sia di danneggiare e compromettere il loro stesso cammino, sia di aprirlo a possibilità nuove, a soluzioni che guardano non ai singoli interessi ma al bene comune. Perché per noi e per il nostro Paese sia questa seconda ipotesi a realizzarsi, e non la prima, la cosa da fare è contribuire a far nascere nel modo migliore e più forte, il 14 ottobre, il Partito democratico.
Walter Veltroni
(da l'Unità, 1 ottobre 2007)

venerdì 28 settembre 2007

"Partecipiamo insieme per cambiare la politica"

Veltroni parlando ai sedicenni in occasione della manifestazione "C'è voglia di futuro" li ha esortati a farsi avanti in prima persona(ANSA)

- ROMA, 27 SET - "La politica quando diventa mestiere e' brutta come poche altre cose, ma se e' bella e' quella che ha cambiato il mondo. Partecipiamo la politica e partecipandola cambiamola". Il sindaco di Roma e candidato alla guida del Pd Walter Veltroni inneggia alla buona politica per spronare i giovani di 16 anni che il 14 ottobre potranno votare alle primarie del Pd. Veltroni denuncia i mali di certa politica, "una logica autoriproduttiva micidiale, tende a diventare una fabbrica di potere ed invece va cambiata per mostrare che il potere non e' un fine ma un mezzo necessario per fare le cose che si credono giuste".
Il sindaco di Roma, favorevole anche al voto dei sedicenni alle amministrative, ha incontrato studenti romani e di altre parti d'Italia delineando l'orizzonte del Partito nuovo. Ma non si e' sottratto dalle domande di attualita', come quella sull'antipolitica incarnata da Beppe Grillo. "Ci sono - ha spiegato il candidato alla guida del Pd - due tipi di antipolitica. Quella che da' voce al malumore ed e'manifestazione di un malessere e poi c'e' l'antipolitica della politica perche' la politica alimenta da sola certi sentimenti: e' invasiva, onnipresente, si chiude e parla un linguaggio tutto suo, nel basket si chiama il 'tagliafuori' e per di piu' parla un linguaggio in cui non ci sono ideali e valori". Lo sforzo del Pd e' per Veltroni "una politica lieve che ha meno voglia di occupare gli spazi dei consigli di amministrazione ed e' poi necessaria un autoriforma della politica perche' si metta fine alla logica che o e' bianco o e' nero e ad una carica di odio che non c'era neanche quando c'erano il Pc, la Dc e l'Msi".

lunedì 24 settembre 2007

Legge elettorale. Veltroni: "Se ci sarà il referndum voterò si"

Veltroni: "la legge che ne uscirebbe sarebbe già meglio di quella attuale"
Spetta al Parlamento approvare in tempi brevi una legge adeguata e il piu' possibile condivisa, altrimenti saranno i cittadini ad esprimersi, con il referendum. Se vi si arrivera', io votero' si': la legge che ne uscirebbe sarebbe gia' meglio di quella attuale. E in Parlamento sarebbe poi possibile farne una ancora migliore". Lo dice il candidato alla segreteria del Pd, Walter Veltroni, in un intervento sul forum di Repubblica.it dedicato alle primarie. Secondo il sindaco di Roma, "L'Italia vive una crisi democratica senza precedenti. E' una crisi di decisione: tutti, nella nostra politica, possono mettere veti, e nessuno ha il potere di decidere. Non ne usciremo - ribadisce - senza una riforma della legge elettorale e senza riforme istituzionali". Per Veltroni "l'Italia ha bisogno di una democrazia che decida. Chi ha la responsabilita' di governare deve poterlo fare. E allora riforme istituzionali per dare piu' poteri al premier, per avere una sola Camera legislativa, per dimezzare il numero dei parlamentari. Di modelli elettorali, poi - aggiunge - ce ne sono diversi, in Europa. Si attinga ad uno di essi, avendo chiari gli obiettivi: stabilita', bipolarismo, potere di scelta nelle mani dei cittadini. Spetta al Parlamento approvare in tempi brevi una legge adeguata e il piu' possibile condivisa. Altrimenti saranno i cittadini ad esprimersi, con il referendum. Se vi si arrivera', io votero' si' - conclude - la legge che ne uscirebbe sarebbe gia' meglio di quella attuale. E in Parlamento sarebbe poi possibile farne una ancora migliore".
(AGI)

"Una politica estera per un mondo sostenibile"

L'articolo di Veltroni su La Stampa: niente scuse nella lotta alla povertà, multilateralismo, dialogo e fermezza"
Caro Direttore,
all’inizio del XX secolo la popolazione del pianeta superava di poco il miliardo di persone; in soli cento anni, il numero si è sestuplicato e due abitanti su cinque della Terra sono indiani o cinesi. E’ un mondo nuovo, che vede crescere l’aspettativa di vita degli europei di quasi tre mesi ogni anno e che registra il calo drammatico della vita media nei Paesi più poveri dell’Africa. E’ un mondo in movimento, nel quale aumenta il numero di chi viaggia per lavoro o per il piacere della scoperta ma anche chi migra all’interno dello stesso continente o fra un continente e un altro inseguendo il sogno di una vita migliore. E’ un mondo che ha rivoluzionato il senso delle distanze, avvicinando con Internet idee e persone che vivono a migliaia di chilometri ma anche separando identità che vivono fianco a fianco. Dalla caduta del Muro, il cambiamento rimane la cifra vera di questo tempo, un cambiamento che continua a stupire per intensità e rapidità, che apre orizzonti e offre opportunità, ma nasconde anche vecchie insidie e nuovi veleni. In questo tempo, il Partito democratico vuole offrire all’Italia una visione di politica responsabile e capace di mobilitare le risorse della nostra comunità nazionale, in particolare delle nuove generazioni, destinatarie domani delle nostre scelte di oggi.
Responsabilità condivise - Il mondo nuovo sarà sempre più multipolare. Ce lo conferma l’emergere della Cina come superpotenza economica ma anche politico-militare, l’affermazione dell’India con la sua democrazia e la sua modernizzazione, il ritorno della Russia, l’ascesa di Paesi leader continentali come Sudafrica e Brasile. Questo comporterà il ripensamento del ruolo dell’Europa e più in generale il ridimensionamento dell’Occidente: nuove leadership, nuovi equilibri e dunque nuove strategie. E’ per questo indispensabile, oggi più di ieri, ribadire la scelta per una politica multilaterale e l’impegno italiano nelle organizzazioni internazionali che ne sono lo strumento. Un impegno che vive anche attraverso le missioni di pace in cui l’Italia è protagonista grazie alla professionalità e alla generosità dei nostri soldati. Siamo anche convinti che per giungere davvero ad istituzioni sovranazionali capaci di gestire le nuove sfide globali, per fare divenire questi strumenti più efficaci nei risultati e più rappresentativi di questo mondo nuovo, occorra continuare a lavorare per la riforma delle Nazioni Unite e delle istituzioni finanziarie internazionali, del Consiglio di Sicurezza, per l’istituzione di un Consiglio per lo Sviluppo Umano e di uno per l’Ambiente.
Avanguardia europea - Il Partito democratico deve rilanciare in Europa il processo di integrazione politica. L’Italia ha scommesso tutta se stessa sull’Europa fin dalla sua nascita, convinta che il massimo dell’integrazione comunitaria coincidesse con il massimo dell’interesse nazionale. L’Europa massima possibile dunque, non quella minima indispensabile. L’Europa non come problema ma come prima risposta politica a chi dice che la globalizzazione è ingovernabile. Questo ci ha spinti ieri ad essere molto esigenti nella scrittura del trattato costituzionale e a lavorare ora per non disperdere la sostanza di quel lavoro, per chiedere una politica estera e di sicurezza comune, una politica di rinnovamento del modello sociale europeo, un maggiore impegno verso ricerca e innovazione. Ma se l’Europa a più velocità già esiste nei fatti, dobbiamo impegnarci per una vera democrazia europea. Se necessario, sia un nucleo forte di paesi a procedere per primo sulla strada che porta ad una vera e propria Unione politica. Una fase costituente dell’Europa politica per diventare global player, per uscire da una idea paternalistica di Europa per gli europei e giungere finalmente a un’Europa degli europei. Vogliamo scommettere fin d’ora sulla generazione figlia del programma Erasmus, estendendolo e potenziandolo fino ad arrivare a rendere normale per tutti un periodo di studio all’estero di almeno sei mesi. Le elezioni europee del 2009 avranno una grande rilevanza: noi rappresenteremo l’idea di un’Europa più forte e democratica con l’obiettivo di costruire al Parlamento e nel nostro continente un grande campo dei democratici, dei socialisti e dei riformisti, a vocazione maggioritaria.L’hub mondiale del nuovo secolo - Il Mediterraneo è tornato ad essere un grande crocevia del mondo e l’Italia può giocare la sua straordinaria posizione costruendo un circuito “euromediterraneo” che offra opportunità inedite nei trasporti, nell’uso delle risorse, dell’ambiente, dell’energia, nel governo dei flussi migratori, nel dialogo interreligioso e culturale. La nostra collocazione fa di questo mare e del nostro Paese il nuovo hub mondiale dei commerci con l’oriente e delle rotte energetiche provenienti dal Caspio, dal Golfo, dalla sponda settentrionale dell’Africa. Il Mediterraneo deve divenire il luogo del dialogo politico-culturale che ricompone le gravi fratture del nostro tempo, e l’Italia l’esempio della miglior convivenza possibile. Occorrono però programmi di modernizzazione industriale e infrastrutturale, promozione di investimenti, corridoi che leghino la sponda sud alle reti europee, sostegni alle piccole e medie imprese italiane assai adatte a diffondersi in questa area. L’iniziativa europea verso i Balcani occidentali e la Turchia per un loro futuro accesso all’Unione è nostro interesse strategico. L’Italia deve favorire le riforme in quei Paesi e la loro stabilizzazione istituzionale e sociale che resta l’unico modo per garantire il superamento dei conflitti che li hanno attraversati.Amicizia responsabile - L’Italia deve mostrare agli Stati Uniti di essere un Paese non solo amico ma utile. Alla fine della guerra fredda abbiamo perso il nostro ruolo di frontiera della frattura Est-Ovest, ma per noi il legame atlantico resta vitale poiché costruito su una comunità di valori e di principi. Dobbiamo però da un lato confermare la funzione di Paese amico poiché influente e ascoltato in Europa, dall’altro interpretare la novità possibile: la centralità del Mediterraneo, l’integrazione dei Balcani e della Turchia, il dialogo con il mondo arabo sono obiettivi che rispondono anche alla necessità di garantire la pace, la sicurezza, e la lotta al terrorismo. Infine, deve essere chiaro che amicizia e lealtà implicano, se necessario, esprimere diversità di opinioni così come negoziare pragmaticamente la propria agenda. Una cosa, ad esempio, è appoggiare il modo in cui gli Stati Uniti si seppero muovere, nel segno del multilateralismo, per intervenire in Afghanistan all’indomani dell’11 settembre, altro è “stare con gli americani a prescindere”, come è stato detto in occasione della sventurata guerra in Iraq. Tanta acriticità non serve a noi, e si è rivelata poco utile anche a loro.No excuse - Pace, democrazia e sviluppo sono obiettivi importanti per l’Italia e devono divenire una priorità per tutta la comunità internazionale. E’ in particolare in Africa che le sfide globali devono essere vinte, a cominciare dal raggiungimento degli “Obiettivi di sviluppo del millennio” fissati dalle Nazioni Unite e sui quali scontiamo un inaccettabile ritardo. Ma occorre intensificare gli sforzi per superare la tragedia del Darfur, per stabilizzare il Congo, per dare una risposta alle altre crisi come in Somalia e in Zimbabwe. Il prossimo summit euro-africano che si terrà a Lisbona dopo un’interruzione di ben sei anni dovrà produrre risultati effettivi per lo sviluppo, la prevenzione dei conflitti, l’affermazione dello stato di diritto. La lotta all’AIDS, la sicurezza alimentare, la promozione della democrazia, il sostegno alla società civile sono le priorità di un rinnovato impegno italiano nella cooperazione internazionale. Il nostro Paese possiede uno straordinario patrimonio di solidarietà e di competenze nella società civile, nelle ong e nelle istituzioni locali. E’ tempo di valorizzarlo attraverso una nuova legge sulla cooperazione e un incremento programmato delle risorse disponibili. Lottare contro la povertà, dare speranze di una vita dignitosa, rappresentano un imperativo morale e una necessità, perché le ingiustizie, oltre che inaccettabili in sé, diventano fonte di insicurezza per tutti.Fermiamo le ingiustizie - L’iniziativa per una moratoria delle esecuzioni capitali ha incontrato un grande successo che speriamo di confermare anche alla prossima riunione dell’Assemblea Generale dell’Onu. Il sostegno europeo all’azione italiana premia la costanza delle organizzazioni che da tempo si battono per questo obiettivo, ma anche l’impegno del Parlamento, della diplomazia e del Governo. E del resto la nostra elezione nel Consiglio di Sicurezza e poi nel Consiglio sui Diritti Umani riconosce sia l’attivismo italiano che il nostro tentativo di valorizzare comunque un coordinamento europeo che operi per un multilateralismo efficace. L’affermazione dei diritti umani è un faro che deve orientare la nostra azione: la Corte di Giustizia e il Tribunale Penale Internazionale devono essere il centro di un sistema che garantisca la punizione dei crimini più gravi, ma anche gli accordi di cooperazione siglati dal nostro Paese dovranno contenere clausole serie relative alla tutela dei diritti umani. Cambiare aria per un mondo sostenibile ¬- L’umanità vive una crisi ecologica su scala planetaria. Ciascuno di noi lo avverte sulla propria pelle: clima impazzito, stagioni irriconoscibili, inquinamento, desertificazione e riduzione della biodiversità. E in più l’accesso all’acqua potabile ancora negato ad oltre un miliardo di persone. Una politica internazionale moderna deve assumere la sfida dei cambiamenti climatici come stella polare, come insegna la recente iniziativa guidata da Al Gore. Non serve allarmismo ma una immediata e responsabile consapevolezza del rischio. Il genere umano ha la possibilità di salvaguardare la natura e di soddisfare i propri bisogni grazie a uno sviluppo sostenibile, dato che le conoscenze scientifiche e le innovazioni ci offrono nuovi sistemi produttivi, nuove merci e servizi meno inquinanti e a basso consumo di materiali ed energia. Il raggiungimento degli obiettivi di Kyoto, rafforzati dalle decisioni dell’Unione sulla CO2, e la fissazione degli obiettivi per il periodo successivo al 2012, vanno considerati una priorità e una occasione irripetibile. In questa emergenza è positiva l’idea di creare una nuova istituzione internazionale, una sorta di Consiglio di Sicurezza dell'Ambiente, che sia parte integrante del sistema delle Nazioni Unite, che riunifichi e rafforzi competenze sinora deboli e disperse, che sappia promuovere un “nuovo ordine ambientale”. Nuove energie - La tendenza al superamento dei combustibili fossili e l’impiego di fonti di energia rinnovabile a ridotto impatto ambientale ci spingono verso nuove soluzioni. E’ indispensabile che l’Italia si doti nel quadro europeo e internazionale di una strategia di sicurezza energetica che comprenda la certezza dell’accesso alle fonti, il risparmio energetico, la diversificazione, l’impatto ambientale, la ricerca e lo sviluppo di fonti alternative. Occorre investire sulle energie rinnovabili. Il loro impiego permette non solo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra ma anche la eccessiva dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Dobbiamo perciò seguire con convinzione la strada indicata dal recente Consiglio Europeo: arrivare entro il 2020 a una quota del 20% di energie rinnovabili e a una quota minima di biocarburanti del 10% nel settore dei trasporti.Allontanare la minaccia nucleare - L’umanità sta rischiando concretamente di entrare in una seconda era nucleare. E’ uno spettro reale. Dopo anni di riduzione degli arsenali, Stati Uniti e Russia sono tornati ad aumentare le spese per il loro ammodernamento e potenziamento. In diversi Paesi si sta facendo strada la convinzione che il possesso di armi nucleari rappresenti la migliore garanzia di sicurezza contro un attacco esterno e comunque una “carta” da spendere sul piano dei rapporti di forza in una determinata area o a livello più ampio. Troppo sottile è il confine tra scopi civili e militari per non guardare con preoccupazione alla diffusione delle tecnologie nucleari o alla crescente disponibilità dell’uranio, materia prima indispensabile per la produzione di armi di distruzione di massa. Impossibile, in particolare, non provare inquietudine di fronte alla crisi nucleare iraniana. Fermezza e dialogo sembrano aver condotto ad una soluzione positiva rispetto al regime nordcoreano, che si è impegnato a smantellare i suoi impianti entro la fine dell’anno. Fermezza e dialogo dovranno essere il modo per arrivare al rispetto delle risoluzioni dell’Onu da parte di Teheran, a una reale ed effettiva cooperazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica e alla sospensione dei programmi di arricchimento dell’uranio.
Oltre la siepe - Siamo testimoni, dunque, di un cambiamento storico che mette in discussione la politica estera tradizionale ma offre anche all’Italia, alla sua privilegiata posizione geografica, alla sua cultura millenaria, l’occasione di giocare un inedito sistema di relazioni in Europa e nel mondo. Il Partito democratico offre questo insieme di scelte al dibattito del Paese. Non ci nascondiamo l’obiettivo di poter far convergere su di esse le altre principali forze politiche così da tornare finalmente ad una idea condivisa di politica internazionale - che da sempre dovrebbe essere il campo delle intese bipartisan - e da superare quelle logiche di schieramento di parte che ci hanno spesso indebolito. Sarà così possibile valorizzare l’amore e il rispetto che il mondo intero nutre per il nostro Paese e unire le grandi energie di cui disponiamo per promuovere sempre meglio gli interessi della nostra comunità nazionale che, oggi più che mai, coincidono con un più generale interesse europeo ed internazionale.
Walter Veltroni

Un codice etico per il PD

Sarà fondato sulla legalità.
"Il Partito democratico si dara' un codice etico fondato sui principi della legalità. Non importa se perderemo qualche pezzo in seguito a questa scelta, ma è importante segnare una distanza precisa, neutralizzando i condizionamenti dei poteri criminali". Lo ha detto Walter Veltroni, a Palermo per un incontro con gli industriali siciliani. Per Veltroni il tema non può interessare solo il Pd: "Ci vogliono regole generali a livello nazionale e regionale che determinino una linea comune su questo fronte". Veltroni ha poi sottolineato che se "è importante il principio della presunzione di innocenza fino alla conclusione dei diversi gradi di giudizio, c'è anche un problema di opportunità da tenere presente". "Dopo il 14 ottobre, comunque vadano le cose - ha aggiunto Veltroni - inizia un lavoro comune attorno a un tema centrale, decisivo per il destino dell'Italia, perchè le condizioni in cui si trovano alcune aree arretrate, rischiano di non far crescere il Paese. Si tratta di uno sforzo di liberazione che deve chiamare a raccolta le forze migliori della politica insieme a quelle della società civile. Ma i partiti e la politica devono dimostrarsi credibili". Serve un segnale forte: "La lotta alla mafia e ai poteri criminali senza quartiere, quale aspetto centrale del processo di modernizzazione del Paese passa anche attraverso il gran numero degli imprenditori che non pagano il pizzo. E' una battaglia liberale. In questo senso le parole di Napolitano sono importanti. Questa sfida - ha concluso Veltroni - riguarda tutti e riguarda il futuro dell'Italia perchè la mafia non c'è solo quando spara, ma è nella vita delle persone che non sono libere, dentro quella degli imprenditori che pagano il pizzo".

mercoledì 19 settembre 2007

"Il Paese ha bisogno di uno scatto per l'innovazione"

Veltroni e Franceschini a Milano per un nuovo patto generazionale: "Discutiamo della proposta Treu sul contratto unico per i giovani"
"Il Paese ha bisogno di uno scatto per l'innovazione e deve scrollarsi di dosso la somma dei conservatorismi il primo dei quali e' quello istituzionale". Lo ha detto Walter Veltroni, parlando a Milano ad un convegno del partito Democratico, indicando quali sono tra gli altri gli obiettivi del nuovo partito.Veltroni ha citato, come esempio, la concertazione: "la concertazione - ha spiegato - e' necessaria ma se si svolge giocando al rimpallo determina solo la stasi e questo non va bene. Per questo motivo io ho parlato da tempo della crisi del sistema democratico italiano. Una crisi che tende a diffondersi". Per Veltroni il rinnovamento di cui il Pd si dovra' fare portatore passa soprattutto attraverso "una visione di insieme nella quale la politica sia lieve e ambiziosa, mentre ora e' pesante con lo sguardo rivolto al potere e al passato".
Per Veltroni il primo obiettivo del Pd sara' dunque quello di "soddisfare il bisogno di innovazione e di cambiamento". "Non a caso - ha puntualizzato Veltroni - nel mio discorso al Lingotto ho parlato di crisi di democrazia in Italia. Allo stato attuale "nel paese si gioca solo la partita del veto", il che per Veltroni si traduce in''totale impossibilita' di decidere. La democrazia e' decisione".
Percio' il Pd dovra' essere "una forza che ha il coraggio di immaginare cose che fin qui non sono state immaginate e dire cose che fino ad ora non sono state dette". A questo proposito, Veltroni auspica una sorta di "rivoluzione" alla pari di quella instaurata dalla candidata alle primarie presidenziali per il Partito democratico Usa, Hilary Clinton, che ha aperto all'ipotesi di assistenza sanitaria gratuita per tutti.Insomma, ha concluso Veltroni, ''il Pd nasce con un profilo programmatico forte e innovativo e con lo sguardo rivolto all'equita' e alla giustizia sociale. Mi sforzo di dire quello che dovra' essere il programma del Pd, non un programma di governo. Un partito che dice agli italiani quello che fara''.
Sulla proposta avanzata da Tiziano Treu di un contratto unico di inserimento per i giovani lavoratori precari Veltroni ha concluso:''si tratta di unaproposta molto suggestiva che va affrontata nel modo in cui se ne e' parlato: discutiamone''. Veltroni ha poi aggiunto di volerne discutere ''a partire dal protocollo sul welfare che spero che venga approvato dal referendum'', la consultazione indetta dai sindacati sul protocollo del 23 luglio.

"La politica balla sul Titanic"

Veltroni a La Stampa:«Rischiamo che arrivi qualcuno e spazzi via tutto»
Stefano Marroni per La Stampa, 18 settembre 2007
Uno dei pochi posti di Roma in cui Walter Veltroni non ha cambiato davvero niente è l’ala al primo piano del Campidoglio che accoglie gli uffici del sindaco. Una teoria di stanze dai soffitti alti che si aprono una nell’altra alle spalle dell’aula Giulio Cesare, e culmina nel salottino degli effetti speciali, quello che si affaccia a precipizio sui Fori e al padrone di casa consente di regalare ai suoi ospiti la possibilità di affacciarsi al balconcino e godersi in solitudine e in silenzio lo spettacolo della più grande area archeologica del mondo distesa ai loro piedi, con sullo sfondo la mole del Colosseo, e a destra quella del Palatino.
Un posto unico, che a Veltroni serve per spiegare la chiave del successo di Roma, e insieme - in modo trasparente - alludere al destino di chi governa l’Italia: «In queste stanze, a questa scrivania - dice - prima di Francesco Rutelli e di me si sono succeduti molti sindaci condizionati dalle correnti, ossessionati dal problema di tenere insieme le loro maggioranze. Gente che durava magari un anno, e di cui tutti gli interlocutori - le categorie, gli interessi costituiti, le lobby, i sindacati - conoscevano la fragilità.
Non è difficile capire perché le cose sono andate come sono andate per tanti anni, e perché a questa città fosse stato predetto un declino inevitabile. Poi l’elezione diretta del sindaco ha cambiato tutto. Ha garantito stabilità, coesione, continuità. Ma soprattutto ha garantito a chi governa la possibilità di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità. Che vuol dire ascoltare, concertare. Ma poi decidere, in coerenza con il programma con cui ci si è presentati davanti agli elettori. È questo che ha cambiato Roma: che l’ha rimessa in moto, le ha consentito di ritrovare una vocazione, un’identità, le energie che ne hanno ricostruito l’orgoglio. L’efficienza di un modello in cui concertazione e decisione vanno insieme».
Parla di Roma, il sindaco. Della formula che ha garantito alla capitale spompata che Francesco Rutelli ereditò nel ’93 dagli uomini di Roma ladrona un decennio di crescita senza precedenti. Ma senza nascondere che anche nel bagaglio che il candidato segretario del Partito democratico porterà con sé ci sarà molto di questa esperienza, per preparare ancora una volta il centrosinistra alla sfida del governo: «Un Paese che giorno dopo giorno appare sempre più dominato dall’irresponsabilità e dalla piaga dei veti incrociati - spiega - ha bisogno di fare sua la cultura della decisione.
Ha bisogno subito di riforme che lo trasformino in una democrazia in grado di decidere». Per non perdere il treno della crescita, e ritrovare un ruolo nel mondo globalizzato che lo sottragga ai rischi di una marginalizzazione della sua economia. Ma soprattutto perché l’alternativa è il moltiplicarsi di un disagio che alla lunga - avverte - prepara rischi per la stessa democrazia. I cittadini si specchiano in una politica che continua a macinare parole invece di fare, come se non si rendesse conto di quel che le succede intorno: una specie di orchestrina del Titanic che continua a suonare come se nulla fosse, che ogni giorno scopre un’emergenza nuova, ma sistematicamente dichiara che l’affronterà domani.
Finché non arriverà qualcuno che spazzerà tutto via dicendo: “Basta con questa lentezza: datemi il potere, ci penserò io”. Un qualcuno che non è detto debba portare il buffo cappello a tre punte del colonnello Tejero: il Berlusconi del ’94, in fondo, ha tentato una risposta a questo malessere, prima di imbrigliarsi da solo, e finire per entrare a far parte anche lui di un sistema gelatinoso. È un pericolo che possiamo evitare a patto di cambiare prospettiva, di metterci nell’ottica di fare. Di dare l’attenzione che meritano al disagio e al talento, che sono le due facce di questo Paese di cui spesso ci dimentichiamo. Di affrontare e risolvere in tempi ragionevoli enormi problemi strutturali che altri Paesi hanno già alle loro spalle. E impegnarci tutti in una rigenerazione ideale e morale che è la condizione per dare un futuro alla politica».
È la ricetta di un uomo che torna al centro della scena politica con alle spalle sei anni vissuti in un curioso limbo, in una condizione che per i leader del centrosinistra ne ha fatto un po’ l’analogo del Commendatore mozartiano. Tenendolo al riparo dal logorio delle battaglie di tutti i giorni, e insieme accreditandolo come uomo di governo da un ruolo istituzionale la cui visibilità è cresciuta man mano che Roma metteva in fila i numeri della sua rivincita. Ma Veltroni scuote la testa, se gli prospetti l’idea di aver centrato l’obiettivo sulla scia di un perfetto calcolo politico: «Quando nel 2001 feci la scelta di candidarmi a sindaco di Roma - racconta - lo feci anzitutto perché me lo chiesero in parecchi. Molti, immagino, perché volevano che smettessi di essere il segretario dei Ds. Altri magari perché pensavano davvero che con me si potesse vincere a Roma. Ma devo dire che non ho lasciato malvolentieri il Botteghino. Sinceramente penso che quello non fosse il mio lavoro, anche se abbiamo fatto cose importanti, l’elezione di Ciampi al Quirinale, il congresso di Torino… Viceversa, ho sempre pensato che mi sarebbe piaciuto fare il sindaco a Roma, cimentarmi con la guida della mia città, del posto in cui da consigliere comunale, con Petroselli, ho fatto le mie prime esperienze di amministratore. Ma non fu una scelta comoda, come qualcuno fece capire. Non mi cercai i paracadute: mi giocai tutto in una sola partita che non era affatto facile vincere, sapendo che se avessi perso avrei dovuto fare un altro lavoro. Non so come sarebbe stato: so però che c’è mancato poco...».

Sotto il riformismo, ambizioni vere, promesse da mantenere

Su MicroMega lungo confronto tra Paolo Flores D'Arcais e Walter Veltroni.
Pubblichiamo l'intervista a Walter Veltroni che apre il numero di settembre di MicroMega.

Berlusconi/Brambilla hanno fondato un nuovo partito per drenare una parte del non-voto, una quota dell’anti-politica di segno qualunquista.
Me esiste, probabilmente ancora più estesa, un’area democratica dell’anti-politica: cittadini impegnati nei movimenti degli scorsi anni, o con essi comunque simpatizzanti. Il centro-sinistra non fa nulla per cercare di “rappresentarli”. Anzi, sembra fare di tutto per respingerli, per convincerli che “i politici sono tutti eguali”, per farli restare a casa alle prossime elezioni. Eppure, da anni le elezioni le vince chi “perde meno” tra i suoi potenziali sostenitori dentro le fila del più grande partito italiano di massa, quello dei “nauseati” della partitocrazia.Perché il centro-sinistra diventa invece sempre più autoreferenziale, sempre più somma di apparati? Indigenza culturale dei suoi dirigenti? Interessi di nomenklatura (di “casta”!) ormai stratificati? Meccanismi di selezione che premiano servilismo e mediocrità?

Il Partito democratico nasce con la precisa intenzione di riconquistare alla politica, alla partecipazione, all’impegno, milioni di italiani che se ne sono allontanati e in particolare tanti giovani che dalla politica si sono finora tenuti lontani. Non mi nascondo le difficoltà di una simile impresa, ma so che è tutt’altro che impossibile: il nostro paese è ricco di risorse umane straordinarie e aspetta una politica capace di rimetterle in gioco.
Ecco, io penso che il Pd possa diventare lo strumento per quella che a me piace chiamare una nuova stagione democratica dell’Italia. A due precise condizioni. La prima: la politica deve tornare ad essere percepita non come guerra di posizione tra opposte fazioni, ma come strumento di cambiamento della realtà in cui viviamo, la realtà con la quale le persone si confrontano tutti i giorni.
Per questo ho parlato di ribaltamento dell’attuale gerarchia tra programma di governo e coalizione elettorale. Il bipolarismo italiano fino ad oggi si è retto su due coalizioni “contro”, che hanno messo insieme tutte le forze che era possibile reclutare in nome di un solo obiettivo: battere l’avversario. Il programma doveva essere il più ampio e generico possibile per farci stare dentro tutti. Poi, una volta al governo, ci si accorgeva che con quel programma e con quella coalizione non si era in grado di affrontare i nodi di fondo che stanno strangolando il nostro paese: la crescita più bassa d’Europa e il debito pubblico più alto; il tasso di occupazione più lontano dai parametri di Lisbona sia tra le donne, che tra i giovani, che tra gli anziani e la più vasta economia informale, col più ampio ricorso al lavoro nero del continente; la spesa previdenziale più alta e le pensioni più basse; una pressione fiscale tra le più forti e il più elevato tasso di evasione. E poi il deficit di infrastrutture e quello nella ricerca e nella formazione superiore. O la più alta spesa per le forze dell’ordine e un diffuso senso di insicurezza. E potremmo continuare a lungo nell’inventario delle contraddizioni che fanno della nostra, come ha scritto di recente Anthony Giddens, “la società bloccata per eccellenza nel vecchio continente”.
Il Partito democratico nasce come strumento per affrontare con coraggio e realismo questa difficile situazione, dicendo una cosa semplice e chiara: il programma di governo è il fine, la coalizione è il mezzo. Consentimi di dire che questa elementare verità rappresenta una svolta non solo politica, ma anche culturale e morale. Significa affermare una visione “antimachiavellica” della politica: suo fine ultimo non può essere la conquista e la conservazione di un potere fine a se stesso, mettendo in campo tutta la forza necessaria a vincere, incuranti della sua utilità per il governo, ma la ricerca del consenso in nome di un progetto e di un programma di cambiamento. Questo, per me, è il riformismo.


Il nuovo Partito democratico doveva nascere attraverso primarie costituenti. Capaci di coinvolgere almeno i quasi quattro milioni di cittadini che due anni fa avevano votato alle primarie per Prodi, e renderli così i fondatori della nuova formazione.
Tale impegnativa promessa, l’unica in grado di appassionare, o più modestamente e verosimilmente interessare nuove energie, esigeva il massimo di apertura a candidature alternative, e regole di confronto il più possibile “fair” (molto oltre le attuali norme di “par condicio”).
Ora, tutti i candidati rimasti (esclusivamente Ds e Margherita) si accusano reciprocamente di tentazioni verticistiche e di scarse aperture alla società civile. Ma perché si è fatto di tutto per cancellare qualsiasi candidatura anche solo vagamente “scomoda”, con norme capestro prima, e con interpretazioni delle stesse francamente capziose e smaccatamente oligarchiche, poi?
E perchè non si è preteso che la maggior parte della campagna dei candidati alla segreteria si svolgesse attraverso confronti diretti, unica forma per ridurre disparità di risorse comunicative, tentazioni retoriche, vaghezze programmatiche?


Lasciami fare una premessa, perché mi sembra che troppe volte siamo specialisti nel farci del male, nel non riconoscere e apprezzare esperienze e novità che noi stessi promuoviamo: ma quale partito, nella nostra storia e anche guardando altrove, è mai nato così? Quale partito, invece di nascere come spesso è accaduto da una scissione, da una separazione o comunque da una decisione di pochi, è mai nato in questo modo, da una fusione, da elezioni primarie, da una costituente eletta dai cittadini? E’ un grande processo democratico, quello in atto, e dovremmo considerare questa una cosa preziosa, da difendere e valorizzare. Stabilito questo, stavo dicendo prima che vedo due precise condizioni perché il Partito democratico possa diventare lo strumento del risveglio democratico dell’Italia. La prima è il primato del programma di governo, di un programma riformista. La seconda è quello che ho chiamato un “big-bang” democratico. Anche questa è una svolta culturale e morale, prima ancora che politica. Per tanto tempo si è sostenuto che decisione di governo e partecipazione democratica fossero tra loro in un rapporto inversamente proporzionale: per far crescere la prima bisogna ridurre la seconda, o viceversa. In realtà, l’esperienza dei paesi europei di successo, penso alle democrazie nordiche, ma da ultimo anche alla Spagna, ci dice che le riforme si fanno solo con la democrazia e non contro di essa, o se preferisci con più e non con meno democrazia. Il Partito democratico nasce per ricomporre, anche in Italia, questa frattura tra partecipazione e decisione. Dobbiamo riuscire a mettere la forza della democrazia al servizio delle riforme che servono al paese. E viceversa: fare dell’obiettivo delle riforme la ragione motivante di una nuova stagione di impegno democratico.
Per questo, con Romano Prodi, nei congressi dei Ds e della Margherita si è deciso di far nascere il partito nuovo, come tu dici giustamente, attraverso primarie costituenti, capaci di coinvolgere, mi auguro, milioni di cittadini italiani. E di segnare un elemento di discontinuità nella concezione stessa del partito: non più proprietà privata del circuito, più o meno esteso, dei suoi fondatori e dei suoi iscritti, ma una grande istituzione civile, uno strumento di partecipazione a disposizione di chiunque si riconosca nei suoi valori di fondo e voglia abitarlo, utilizzarlo per contribuire ad affrontare i problemi del paese.
Tu dici che le regole approvate dal Comitato dei 45 negano questa premessa. A me pare un pessimismo eccessivo. Naturalmente, ogni regola è un compromesso tra diverse esigenze. In questo caso, tra l’esigenza “costituente” di favorire il massimo di apertura e partecipazione dal basso e quella “congressuale” di promuovere un confronto tra opzioni politiche e programmatiche chiare. Come sai, nel Comitato dei 45, io non ero favorevole alla sovrapposizione dei due momenti. Pensavo fosse più giusto concentrarsi sulla fase costituente e rinviare ad un secondo momento la scelta del leader. Si è deciso di accorciare le tappe sotto la pressione, anche psicologica, della sconfitta alle amministrative, che ha segnato un momento di crisi del rapporto tra il centrosinistra e il paese. In ogni caso, abbiamo diversi candidati alla segreteria nazionale e avremo moltissimi candidati nelle liste per l’assemblea. Io mi sono impegnato, e ho chiesto agli altri candidati segretari di fare altrettanto, ad apparentarmi solo con liste fortemente innovative: per la mescolanza di provenienze politico-culturali, per la presenza di giovani, per la capacità di rappresentanza delle molte energie di cui dispone la società italiana: dal mondo produttivo a quello del volontariato, dal mondo della cultura a quello delle professioni.
Quanto alla gestione della campagna elettorale, ho espresso la mia disponibilità a partecipare a incontri diretti tra tutti i candidati. Confronti che non ci furono alle primarie di due anni fa, che pure vengono giustamente ricordate come uno straordinario evento democratico. E’ la prova di quanti passi avanti stiamo facendo e di come stia crescendo attorno a noi la voglia di democrazia.


Cosa impedisce al centro-sinistra di varare una riforma elettorale e costituzionale che al tempo stesso renda più efficiente il funzionamento delle istituzioni, abbatta radicalmente i costi della politica e ne riduca gli offensivi privilegi, dimostrando ai cittadini che “fare politica” non coincide con i rituali di iniziazione ad una “casta” che si riproduce per cooptazione?
Cosa impedisce che si proponga una sola camera legislativa, con non più di cento deputati, e una seconda camera di “garanzia”, federale, composta dai sindaci delle maggiori città (e di quelle più piccole, a rotazione)? Cosa impedisce che non siano consentiti più di due mandati (norma prevista dai Ds, “salvo eccezioni”)? Cosa impedisce un tetto per il numero di ministri e sottosegretari, e l’incompatibilità tra carica parlamentare e carica ministeriale (con le possibili eccezioni di Interni ed Esteri)? Cosa impedisce l’abrogazione delle Province, all’ordine del giorno quando furono create le Regioni, e quella di tante altre assemblee elettive (di quartiere, ecc.) che servono solo ai partiti per sistemare “funzionari”? Cosa impedisce che, almeno, la partecipazione a tale assemblee sia rigorosamente gratuita (senza “gettoni” e altri rimborsi, dunque)? Tutte proposte avanzate da MicroMega ventuno anni fa!

Come sai, uno dei primissimi contributi programmatici che ho offerto al dibattito in vista della costituente è stata la proposta di dieci concrete riforme delle nostre istituzioni e della nostra democrazia.
La prima è il superamento dell’attuale bicameralismo perfetto, specializzando i due rami del Parlamento: una Camera politica e un Senato delle autonomie. La seconda proposta è la drastica riduzione del numero dei parlamentari, in linea con le altre grandi democrazie europee. La terza è la riforma della legge elettorale, nella direzione di un bipolarismo basato su grandi forze politiche, e ripristinando un rapporto fiduciario tra elettori ed eletti attraverso elezioni primarie per la selezione dei candidati.
Quarta e quinta proposta, il simultaneo rafforzamento del Presidente del Consiglio, sul modello tipicamente europeo del governo del primo ministro, e del sistema di garanzie nel sistema maggioritario e bipolare, in modo da scongiurare qualunque rischio di dittatura della maggioranza o di deriva plebiscitaria.
Sesta proposta, il voto unico della Camera sulla legge finanziaria nel testo predisposto dalla Commissione Bilancio, sulla falsariga dell’esperienza inglese.
La settima è la riforma dei regolamenti parlamentari e delle leggi di finanziamento pubblico dei partiti e della stampa di partito, che oggi incentivano e invece dovrebbero scoraggiare la frammentazione.
L’ottava proposta è il completamento della riforma federale dello Stato, a cominciare dal federalismo fiscale e dalle forme di autonomia che possono avvicinare le regioni a statuto ordinario alle autonomie speciali.
Nona proposta: prevedendo almeno il 40 per cento di candidati donne. Decima: riconoscere il voto ai sedicenni per le elezioni amministrative e regionali.
Ho detto che si tratta ovviamente di proposte aperte al confronto, nel Pd e con l’opposizione. Ma sarebbe un risultato straordinario per il paese, se si impiegasse questa legislatura per approvarle insieme, in modo da poter andare alle prossime elezioni con un sistema politico finalmente adeguato agli standard democratici europei.


L’argomento principe di chi vuole assolvere gli evasori fiscali è che i soldi della tasse vengono sprecati per mantenere un esercito parassitario di clientele senza arte né parte. Argomento alquanto fondato, empiricamente parlando. Perché non lo si recide in radice, eliminando tale mostruoso spreco? Sarebbero i classici due piccioni… (democratico-efficientisti, oltretutto).
Ad esempio: stabilendo un rapporto massimo fisso (molto inferiore all’attuale) tra numero dei cittadini e numero dei dipendenti, dei funzionari e soprattutto dei dirigenti delle amministrazioni locali. Rinnovando completamente il regime dei concorsi (in modo da renderlo esclusivamente meritocratico). Ponendo fine alla piaga delle “consulenze” più o meno fittizie. Eccetera (affidando magari l’individuazione di questo “eccetera” ai molti ed emarginati Bassanini, invece di regalarli all’arruolamento di Sarkozy).

Mi pare che la tua proposta colga il punto centrale della questione fiscale: il rapporto tra il livello della pressione tributaria e contributiva e la qualità dei servizi pubblici. Non esiste infatti un livello ottimale di pressione fiscale. Ci sono paesi, a cominciare da quelli del Nord Europa, che hanno un livello di pressione molto alto, che tuttavia sostiene un sistema di infrastrutture, materiali e immateriali, e di servizi sociali, che rappresenta esso stesso un fattore di competitività economica, oltre che di qualità della vita. Così come ci sono paesi europei a bassa pressione fiscale assai meno competitivi e dove si vive decisamente peggio. Il problema italiano è che la pressione fiscale, che sconta un’ampia area di evasione, è concentrata sui contribuenti leali – e per questi arriva a livelli svedesi – mentre il corrispettivo in termini di infrastrutture e servizi è assai lontano dagli standard dei paesi scandinavi. E’ questo divario che sta diventando intollerabile. Se io sono un contribuente onesto della Lombardia o del Veneto, e penso al livello delle imposte che pago, mentre sono in fila perché aspetto da anni la Pedemontana o il passante di Mestre, è evidente che mi viene il nervoso.
Penso allora che il Pd possa e debba prendere due impegni: il primo è a riqualificare la spesa, rendendola produttiva, in termini di infrastrutture e servizi. Attenzione: riqualificare non è un altro modo, un modo furbo, di dire aumentare. Voglio essere assolutamente preciso su questo: per ogni euro di spesa in più nei settori o nelle politiche di innovazione, deve esserci una corrispettiva riduzione in settori o politiche improduttive, come quelli che tu denunci. Il governo, col ministro Padoa-Schioppa, si sta muovendo in questa direzione e ha tutto il mio appoggio. Dobbiamo stabilizzare il livello assoluto della spesa e dunque ridurne progressivamente l’incidenza sul Pil. Al contrario di quel che ha fatto il governo Berlusconi, che in cinque anni ha aumentato l’incidenza della spesa sul pil di 2 punti e mezzo.


La guerra all’evasione fiscale (dunque agli evasori) non viene ancora dichiarata. Eppure c’è una maggioranza del paese che paga le tasse fino all’ultimo centesimo, e sentirebbe questa guerra coma una guerra sacrosanta, come la propria guerra. Soprattutto se un governo dichiarasse che una quota superiore al 50% dell’evasione recuperata andrebbe immediatamente a diminuire il carico fiscale dei cittadini onesti.
In compenso, ogni volta che un dirigente del centro-sinistra parla di tasse, si perdono centinaia di migliaia di voti. Una politica di ineguagliato masochismo, dove si perde su entrambi i lati: presso i cittadini onesti e presso gli evasori.
Cosa impedisce una politica fiscale equa e rigorosa? Una assoluta semplificazione delle dichiarazioni, che le metta alla portata di ciascun cittadino, e che liberi dall’incubo degli errori formali. Ma poi una repressione impietosa dell’evasione volontaria, tanto più dura quanto più ricco l’evasore e la sua evasione (negli Usa, paese capitalistico per eccellenza, per frode fiscale i ricchi e potenti finiscono in galera accanto agli assassini e ai pedofili, e nessuno grida al giustizialismo).

Anche qui mi tocca fare una premessa: è ingeneroso dire che la guerra all’evasione fiscale non è stata dichiarata. I dati delle entrate dicono che l’area dell’evasione resta ancora molto grande, ma si è cominciata a ridurre, e di questo va dato merito al governo Prodi e in particolare a Vincenzo Visco, che da questo punto di vista sta portando avanti un lavoro enorme. Come ho detto nel discorso di presentazione della mia candidatura, al Lingotto di Torino, l'evasione è il cancro che corrode il rapporto di fiducia tra cittadino e Stato, proprio in quanto determina una concentrazione del peso della spesa pubblica sulle spalle dei contribuenti onesti. Non solo: c’è il rischio che le misure di lotta all'evasione aggiungano nuovi compiti burocratici e nuovi costi a carico dei contribuenti che già pagano. E che altre innovazioni legislative innalzino le aliquote o allarghino le basi imponibili, mentre quelli che evadono tutto o quasi restano al riparo dalle une e dalle altre.
Per questo io penso che il Pd si debba impegnare a restituire ai contribuenti onesti, sotto forma di riduzione delle aliquote, ogni euro recuperato dalla lotta all’evasione fiscale, che non va in ogni caso utilizzata per aumentare il livello della spesa. A Torino ho detto anche di più: ho proposto al Pd di lavorare ad un profondo ripensamento del rapporto tra fisco e cittadino, che provochi una spirale virtuosa: man mano che lo Stato abbassa le aliquote e semplifica gli adempimenti, come tu chiedi giustamente, i contribuenti accrescono il livello di fedeltà delle loro dichiarazioni, e la loro recuperata fiducia nello Stato crea quel clima di condanna sociale dell'evasione che oggi manca.



La separazione rigorosa tra politica e religione, la neutralizzazione di ogni fede nella sfera pubblica della cittadinanza, costituisce la conquista fragilissima e irrinunciabile della modernità, premessa della democrazia liberale. La sua insegna è: “Etsi Deus non daretur”. La sfera pubblica, lo spazio comune, si salva dal rischio della guerra civile di religione solo se vive “come se Dio non ci fosse”. La scuola del grande Grozio (oltre tre secoli fa!) ricava la rivoluzionaria lezione della laicità necessaria da un secolo di guerre sanguinose, che sembrava non potessero avere fine.
Questa lezione è più che mai attuale, ora che le metropoli d’Europa non vedono convivere solo diverse interpretazioni di uno stesso Dio, ma religioni che per secoli si sono scontrate in armi da un estremo all’altro del continente.
Questa lezione è più che mai irrinunciabile, ora che le questioni etiche della vita, del sesso, della morte, sempre più “manipolabili” dall’uomo, diventano questioni immediatamente politiche. E quotidiane.
Eppure il centro-sinistra non manca occasione per il “bacio della pantofola”: dai privilegi fiscali inauditi (vedi MicroMega scorso) ai diktat della Chiesa gerarchica sulle questioni etiche. Cosa impedisce al centro-sinistra su questi temi il rispetto (per la laicità, oltre e prima che per la Chiesa) che caratterizza un riformista come Zapatero?

Tu mi insegni che Ugo Grozio è stato il padre del giusnaturalismo, la scuola di pensiero che riteneva che i principi fondamentali del diritto, quelli che oggi chiamiamo i diritti umani, potessero essere attinti dalla ragione senza la necessità di ricorrere alle religioni rivelate. Questo è il senso del suo “Etsi Deus non daretur”. La difficoltà del nostro tempo nasce in buona parte dalla diffusa sfiducia che la ragione possa giungere a conclusioni univoche, o almeno convergenti, sia rispetto ai diritti umani, perché una parte del mondo islamico, ad esempio, contesta come “occidentali”, o “cristiani”, e tutt’altro che universali, i diritti affermati dalla Carta dell’Onu; sia ancor più rispetto alle questioni etiche di cui parlavi tu, quelle relative alla vita e alla morte, alla sessualità e alla famiglia, che appunto, proprio per la loro inedita “manipolabilità”, stanno assumendo connotazioni sempre più politiche.
Io penso che la laicità, nel senso “groziano” del termine che tu giustamente proponi, sia innanzi tutto fiducia nella ragione umana, nella sua possibilità di essere terreno d’incontro e di dialogo anche tra culture diverse, in nome del comune riconoscersi in principi universali sui quali fondare la convivenza tra gli uomini e tra i popoli. E, allo stesso tempo, sulla comune ricerca di modalità sempre nuove di tradurli in una società che cambia e che propone sfide nuove e per certi versi inedite ad ogni generazione. Per questo io sono convinto che il Pd possa segnare, in Italia, un passaggio storico: il superamento degli storici steccati che hanno a lungo opposto laici e cattolici. Non in nome di un confuso e ambiguo sincretismo. Ma in nome di questo comune riconoscersi nei diritti umani e di questa medesima fiducia nella ragione.
So che questo è uno dei punti più controversi e contestati da quanti, sia nel mondo cattolico, che nella sinistra, hanno deciso di non aderire al Pd. Al quale contestano proprio quella che a me pare non solo una sua irrinunciabile caratteristica identitaria, ma una delle sue più grandi potenzialità: il suo voler essere abitabile sia per i laici, che per i cattolici, volendo usare un vocabolario antico. Perché solo un partito che rispetti e assuma fino in fondo, sul terreno culturale e politico, le preoccupazioni etiche del mondo cattolico rispetto al valore della vita umana, o a quello della famiglia, può avere la forza e l’autorevolezza di difendere lo spazio laico della mediazione politica e legislativa. Così come solo un partito che avverta come suo l’anelito di libertà e di autonomia individuale che percorre la travagliata vicenda della modernità può credibilmente porsi e porre, anche sul terreno politico-legislativo, la questione del senso del limite e del principio di responsabilità.
Penso che proprio la crucialità e la complessità degli inediti dilemmi morali che riguardano la manipolabilità della vita e della convivenza umana della quale tu parlavi, rendono indispensabile questa convergente tensione verso una laicità eticamente esigente, che al paradigma dell’aut-aut preferisca quello dell’et-et. Non si tratta di un escamotage diplomatico, ma dell’esigenza che tutti avvertiamo di un punto di vista più alto e per questo più completo, che orienti decisioni comunque difficili.


Le società multietniche sono società in primo luogo multireligiose. E le democrazie liberali non possono che rispettare la più rigorosa eguaglianza di tutte le fedi di fronte allo Stato. Perché, dunque, le comunità islamiche non hanno eguale accesso all’8 per mille, alla costruzione di moschee, all’istituzioni di scuole private, e insomma a tutto ciò che la legge garantisce alla Chiesa cattolica, e non lo hanno altre religioni (con la motivazione discriminatoria che si tratterebbe di “sette”)? O, se si ritiene ciò inaccettabile, perché tali privilegi non vengono abrogati per tutte le religioni (e sarebbe la forma più coerente di Stato laico, oltre tutto)?
Le società multietniche, in nome della eguaglianza delle rispettive “culture”, già tollerano di fatto, e sembrano talvolta tentate di farne “diritto”, vergognose violazioni dei diritti individuali, specie dei più deboli (donne, figli). Una recente sentenza ha assolto genitori islamici che avevano sequestrato una figlia che voleva vivere “all’occidentale”: essendo picchiata brutalmente e regolarmente aveva minacciato il suicidio. Dunque, per evitare il suicidio, anche il sequestro di persona era ammissibile…Due violenze invece di una, garantite dalla Repubblica!
Cosa intende fare il centro-sinistra perchè per un verso l’eguaglianza tra le confessioni religiose cessi di essere vuota retorica, e dall’altro perché nessun precetto di fede o di “cultura” possa essere invocato come giustificazione (e neppure come attenuante: aggravante, semmai) per la violazione di tutti i diritti individuali?

Da molti anni si discute alla Camera su un disegno di legge organico in materia di libertà religiosa. Credo sia tanto più necessario incoraggiarne l’approvazione, se si tiene conto che non con tutte le confessioni è possibile arrivare ad intese con lo Stato. Nel caso delle comunità islamiche, ad esempio, manca una autorità religiosa con la quale lo Stato possa rapportarsi e che possa considerare rappresentativa delle comunità, o anche solo di una di esse.
Per quanto riguarda il multiculturalismo c’è solo da applicare la Costituzione, che garantisce la pari dignità di tutte le persone, senza discriminazione alcuna, di lingua, razza, sesso o religione, così come garantisce la libertà di culto ad ogni fede religiosa. Ma nessuna appartenenza “comunitaria”, neppure quella alla propria famiglia, legittima comportamenti che violino i diritti umani fondamentali. Le comunità delle quali la persona fa parte sono una dimensione della sua esistenza che va rispettata come tale. Ma nella gerarchia dei valori, la libertà e la dignità della persona sovrasta le aspettative o le convenienze di qualsivoglia gruppo del quale essa sia parte.


Di fronte a casi clamorosi e francamente inammissibili come l’ex-uxoricida o il piromane o il pirata della strada in immediata libertà facile (ma le fattispecie si potrebbero moltiplicare), si scatena puntuale la canea contro il permissivismo dei magistrati. In tale canea i politici (anche di centro-sinistra) sono sempre in pole position. Si dimenticano di essere proprio loro gli autori di tutte le leggi - che i magistrati hanno l’obbligo di applicare - che impongono (o comunque consentono) tanto colpevole lassismo.
Leggi penali che hanno derubricato reati violenti, leggi procedurali che hanno reso più difficile la prova, più facili le avvocatesche procrastinazioni (fino alle calende greche delle sempre più frequenti prescrizioni), più incerta la certezza della pena (e certa la non-galera fino a tre anni!). A partire dalla depenalizzazione di fatto della falsa testimonianza, che dovrebbe essere invece reato gravissimo, perché grimaldello per la impunità di ogni altro reato.
Perché il centro-sinistra non ha ancora cancellato le infinite leggi-vergogna e “ad personam” dell’era berlusconiana? E perché non riconosce l’errore di aver votato molte di tali leggi, e delle altre responsabili del lamentato “lassisimo”, e non inverte radicalmente la rotta?

Per quanto riguarda le leggi-vergogna e “ad personam”, a Torino ho detto chiaramente che vanno cancellate. Punto e basta. Ma tu poni un problema più ampio e, se possibile, più grave: quello del bisogno di sicurezza dei cittadini, che giustamente metti in relazione con l’efficienza della giustizia e la certezza della pena.
Cominciamo col dire che la sicurezza non è né di destra né di sinistra. E’ un diritto primario di ogni cittadino e un dovere altrettanto primario per le istituzioni. E’ un diritto primario di ogni cittadino non essere aggredito nella sua persona o nei suoi beni, molestato e neppure turbato dallo spettacolo di una criminalità o una devianza all’opera indisturbata in intere zone o quartieri della città. E’ un diritto primario di ogni persona anziana poter girare per strada o prendere l’autobus senza la paura dello scippo. E’ un diritto primario di ogni donna poter tornare a casa la sera senza la paura di essere violentata. E’ un diritto primario quello dei bambini di poter giocare nei parchi senza correre il rischio di imbattersi in una siringa infetta. Guai se il centrosinistra non coglie questa domanda di sicurezza, che viene in modo particolare dagli strati popolari della società. E guai se non coglie il nesso sempre più stretto che la gente stabilisce tra sicurezza e immigrazione: se non vogliamo che monti in Italia una cultura razzista e xenofoba che ancora non c’è, dobbiamo essere accoglienti nei riguardi degli immigrati, dei loro diritti e dei loro bisogni, ma inflessibili nell’esigere da loro, come dai cittadini italiani, il rispetto della legge. E dobbiamo anche lavorare di immaginazione, per produrre soluzioni innovative, come quella che, come Comune di Roma, abbiamo costruito con la Romania per ridurre il numero degli arrivi e creare le condizioni per il rimpatrio dei Rom.
Per garantire sicurezza ai cittadini servono tre cose. La prima è più polizia per le strade. L’Italia spende per le forze dell’ordine una percentuale di pil superiore alla media europea. Ma una quantità eccessiva di queste risorse non riesce a tradursi in vero presidio del territorio. E anzi, abbiamo la giusta protesta dei diversi corpi che lamentano di non avere i soldi per la benzina delle volanti. La risposta è: coordinamento tra le forze di polizia e meno agenti negli uffici e più sulle strade. Sono anni che si dicono queste cose, è arrivato il momento di farle.
La seconda è un sistema giudiziario che restituisca certezza alla pena e ai tempi nei quali essa viene erogata. Questa della giustizia è una vera emergenza nazionale. Da quindici anni il paese assiste sgomento ad un dibattito sulla giustizia concentrato esclusivamente sul rapporto tra magistratura e politica. Non sarò io a negare l’importanza di questo aspetto e la necessità democratica di difendere l’autonomia della magistratura dai tentativi di una parte della politica di creare nuove impunità. E ho già detto che le leggi-vergogna vanno semplicemente cancellate. Ma agli occhi dei cittadini di cui parlavo prima il problema principale della giustizia non è questo: è la durata dei processi, che è oggi tre, cinque, dieci volte superiore alla media europea e a ciò che sarebbe ragionevole. Processi che durano anni rendono aleatoria una pena che dovrebbe essere certa contro chi commette un crimine. E rendono praticamente impossibile avere giustizia in caso di controversia civile, con costi economici immensi. Penso che il Pd dovrà mettere intorno ad un tavolo magistrati, avvocati, giuristi, esperti in cultura dell’organizzazione e porre loro una semplice domanda: come possiamo, insieme, lavorare per dare all’Italia, nel più rigoroso rispetto delle garanzie costituzionali, una giustizia che abbia finalmente tempi europei.
Terza cosa che serve, per un’efficace politica della sicurezza: dobbiamo occuparci delle carceri, non solo quando scoppiano. Le nostre carceri non possono essere discariche di umanità dolente. Devono essere quello che la Costituzione vuole che siano: luoghi di recupero, attraverso l’espiazione certo, ma anche attraverso un percorso di reinserimento, soprattutto per i più giovani e per chi si è macchiato di reati minori. Questi percorsi oggi mancano quasi del tutto, per le gravi carenze di strutture e di personale. Ma se i detenuti non riescono né a studiare né a lavorare, il carcere finisce per essere un’università del crimine, dunque un’istituzione più dannosa che utile, ai fini della sicurezza. Anche su questo è necessaria una svolta, se non vogliamo ritrovarci, tra qualche mese, a ridiscutere di amnistie o indulti a causa del sovraffollamento delle carceri.


Nel nostro paese c’è lo schiavismo, e il centro-sinistra lo tollera. Per porvi fine, la democrazia americana accettò il prezzo devastante di una guerra civile. E noi, sinceri “democratici”? In Italia, infatti, non c’è più prostituzione. C’è schiavismo sessuale. Donne (ma ormai anche ragazzi) comprate e vendute, “importate” con inganno e violenza. Ridotte in schiavitù, appunto. Perché per la “riduzione in schiavitù” non è stato ancora introdotto l’ergastolo? Perché non accade mai che uno di questi schiavisti finisca ucciso dalla polizia mentre cerca di fuggire nel corso di un’indagine? Se accadesse spesso, l’obbrobrio dello schiavismo verrebbe rapidamente meno.
E invece, si continua con le retate di prostitute, cioè di donne che non commettono alcun reato e sono anzi vittime di uno dei reati più gravi ed odiosi, paragonabili all’omicidio.

Esecuzioni sommarie a parte… sono d’accordo con te. Dobbiamo combattere ogni forma di racket, anche perché dietro ognuna di esse c’è un’organizzazione criminale, di solito di stampo mafioso, italiano e non più solo italiano. Il racket delle persone umane è naturalmente il più odioso e va combattuto con particolare energia. Senza dimenticare che dietro ogni prostituta-bambina sulle strade non c’è solo uno schiavista, che va colpito con tutto il rigore possibile. C’è anche un complice: il cliente, quello che compra quella schiava o quello schiavo, dopo averne apprezzato le caratteristiche fisiche, proprio come si faceva nell’antica Roma o nei porti americani prima della guerra civile che hai ricordato. Penso che dovremmo porci il problema di sanzionare anche questo tipo di connivenza con un crimine tanto odioso e disumano.



Se domani costruisco un miniappartamento dentro il Colosseo, posso evitare la galera, e il sequestro e l’abbattimento del manufatto? Sembrerebbe di sì, visto che si costruisce allegramente e sistematicamente sul demanio. Perché tali costruzioni non sono immediatamente confiscate, visto che “insistono” su terreno altrui (cioè nostro)? Perché le leggi non prevedono la galera per simili misfatti?
E perché, invece, una infinità di lacci e lacciuoli mette sullo stesso piano di questi criminali chi compie una piccola ristrutturazione in casa propria, che non danneggia nulla e nessuno, non aumenta volumi, ma è solo in violazione di regolamenti certosinamente quaresimali e nulla più?
E insomma: ogni tanto un episodio che finisce in tragedia riporta alla cronaca la piaga dell’abusivismo edilizio. Cosa impedisce di combatterlo radicalmente e definitivamente, come in non pochi paesi civili?

Se citi il Colosseo non posso evitare di farti l’esempio di Roma, per dirti che non è vero che non si fa e non si può fare nulla. In questi anni abbiamo abbattuto 500 mila metri cubi di costruzioni abusive, dall’Hotel Summit a tutti i fabbricati che facevano scempio del Parco dell’Appia Antica e del Parco di Veio, dall’edificio confiscato a un appartenente della Banda della Magliana nella borgata Finocchio alle villette e alle mansarde che la presunzione di impunità aveva fatto sorgere a due passi dalla scalinata della Trinità dei Monti, a Campo de’ Fiori o a via Frangipane, proprio alle spalle del Colosseo. E sempre lì in zona, l’area del Celio, esempio massimo di degrado e di delinquenza, ora è stata restituita alla vita del quartiere e dei cittadini, è diventata un bellissimo parco pubblico. Insomma, se è vero che non è semplice e che ci sono tempi che potrebbero essere accorciati, se si afferma nella pratica il principio che azzardarsi a costruire abusivamente non porta lontano, allora si arriverà al risultato radicale e definitivo che giustamente auspichi. A Roma stiamo dimostrando che è possibile, anche se la battaglia contro gli effetti devastanti causati da troppi anni di condoni edilizi è lunga è difficile, non c’è dubbio.


Negli ultimi cinquant’anni la vita media si è allungata di oltre dieci anni. Che senso ha che l’età pensionabile non si allunghi di almeno la metà di tale cifra? Fatti salvi i famosi lavori usuranti, miniere, altoforni, concerie, catene di montaggio, non certo i lavori “noiosi”. L’età media delle donne è di parecchi anni superiore a quella degli uomini, perché dunque non equiparare subito le età pensionabili?
Il lato sociale (irrinunciabile) di una politica di centro-sinistra dovrebbe rivolgersi ad obiettivi ben diversi dalla difesa indifendibile di età pensionabili da “anni sessanta”.
Lotta contro il lavoro precario, con nuove leggi e sanzioni pesanti per gli imprenditori che abusino della flessibilità. Sanzioni pecuniarie e penali che stronchino quell’altra forma di neo-schiavismo che è il nuovo caporalato dei campi e dei cantieri. Salario sociale per la disoccupazione, come in tanti paesi europei. E tante altre misure di un nuovo welfare, più ampio, più equo, più efficace (e certamente possibile, in abbattimento di evasione fiscale, sprechi burocratici da “casta” e infinite altre spese da privilegio).

A Torino ho ricordato che Vittorio Foa disse una volta che la destra è figlia legittima degli interessi egoistici dell'oggi, la sinistra è figlia legittima degli interessi di quelli che non sono ancora nati. Non si potrebbe dire meglio, almeno dal mio punto di vista. Ma noi democratici, noi riformisti, noi donne e uomini del centrosinistra dobbiamo poi essere conseguenti, e mettere al centro delle nostre preoccupazioni la necessità di disegnare un sistema previdenziale che sia sostenibile dal punto di vista finanziario e che consideri come non possa più reggere, di fronte all’allungarsi della vita media, una situazione in cui di fatto i giovani precari devono finanziare con i loro contributi le pensioni dei padri senza al tempo stesso maturare il diritto di ricevere, un giorno, una pensione equivalente. Il governo Prodi e le confederazioni sindacali hanno firmato un ottimo accordo, che ammorbidisce lo "scalone", senza intaccare le prospettive di sostenibilità del sistema previdenziale. Il Pd dovrà aiutare e stimolare il governo a concentrare la gran parte dei suoi sforzi di elaborazione e di iniziativa sugli odierni fattori fondamentali di disagio e di disuguaglianza, proprio a partire dalle principali vittime del mancato adeguamento dello Stato sociale alla nuova realtà della società e dell'economia: i giovani condannati ad una precarietà indefinita, i bambini poveri, gli anziani non autosufficienti.
E’ questo che intendo, quando parlo della necessità di ripensare il nostro welfare, attraverso un nuovo patto tra le generazioni, per il futuro dell’Italia.


Un tempo la sinistra diceva “casa, ospedale, scuola” per contrapporre il proprio riformismo al conservatorismo dell’establishment.
Ma in intere zone del sud gli ospedali stanno virando verso il lazzaretto, e anche al nord il disservizio conquista ogni giorno nuovi traguardi. La sanità sta diventando di nuovo e sempre più “di classe”. E non è questione di risorse, ma di loro pessima e lottizzata utilizzazione (dove la volontà politica c’è, a parità di risorse si realizza un servizio sanitario pressocchè modello).
Nelle università si potrebbe sperimentare il costo differito (si pagherà un x% del proprio reddito futuro, deciso liberamente da università rese autonome, per tot anni o anche per tutta la vita. Chi pensa di fornire un servizio migliore chiederà una x più alta. Tutti potranno studiare, senza i rischi connessi al “prestito d’onore” americano, troppo simile ai mutui/casa. E le università, indirettamente, diventeranno anche armi anti-evasione. E saranno in concorrenza tra loro). Ma i licei dovranno essere trasformati perché si studi di più rendendo lo studio appassionante. Gli esempi esistono, basta cercarli e valorizzarli. E selezionare un corpo docente motivato e adeguatamente pagato.
La casa, in affitto o in proprietà, costa in Germania infinitamente meno che da noi. Cosa impedisce di studiare tutti i casi europei, per diventare il paese all’avanguardia in una politica sociale per la casa?

La sanità italiana vanta la migliore performance nel mondo dopo la Francia, nel rapporto tra risorse impiegate e risultati in termini di salute dei cittadini. Non lo dice solo Michael Moore: lo dice l’Organizzazione mondiale della sanità. La quale peraltro boccia il sistema sanitario italiano quanto a “orientamento al paziente”: basti pensare alle liste di attesa. Ed è vero che tanti nostri ospedali sono, come strutture, dei lazzaretti. Come è vero che il trend della spesa si va facendo insostenibile, soprattutto a causa dell’invecchiamento della popolazione.
Il nostro sistema formativo, sia scolastico che universitario, ha isole di eccellenza, ma è complessivamente inadeguato in termini di rendimento, in particolare nel Mezzogiorno. I risultati dell’indagine Ocse dello scorso anno sono allarmanti. Le competenze di un ragazzo trentino sono nella fascia alta d’Europa, quelle di un terzo dei ragazzi del Sud sono a livelli di semianalfabetismo. Sia il sistema universitario che quello della ricerca faticano a tenere il passo, non solo con i paesi Ocse, ma pure con quelli emergenti, Cina e India in testa. Dobbiamo riuscire ad attrarre studenti e docenti nelle nostre università: per questo abbiamo bisogno, ad esempio, di un sistema di campus universitari, come i tre che abbiamo in cantiere a Roma, a Tor Vergata, ad Acilia e a Pietralata, che permettano anche di calmierare il mercato degli affitti e di offrire ospitalità a costi accessibili.
La casa, come hai detto bene, è un bene inaccessibile a molte famiglie e in particolare a molte giovani coppie. E il prezzo degli affitti è uno dei principali ostacoli alla mobilità territoriale.
Sono tre esempi della necessità di quel nuovo riformismo che è la ragion d’essere stessa del Partito democratico. Un riformismo che non può avvalersi di risorse aggiuntive rispetto agli attuali livelli di spesa pubblica. Ma deve riuscire a fare meglio con le risorse attuali. Deve quindi concentrare la sua attenzione creativa sulla riorganizzazione dei diversi comparti della spesa sociale, con tutta la fatica che questo comporta, tanto più se si considera che gran parte di questa riorganizzazione significa essenzialmente riorganizzazione del lavoro. Chi convince chi lavora nella o per la sanità, nella o per la scuola, l’università, la ricerca, che è necessario cambiare il proprio modo di lavorare, per dare a quel lavoro un senso più compiuto, il senso di essere davvero utili alla collettività?
Torniamo al nodo, culturale e morale, prima ancora che politico, che ci ha portato a lanciare la scommessa del Pd. Dobbiamo accumulare motivazioni forti, che rendano comprensibile, “sensato” il cambiamento. Dobbiamo elaborare una cultura del cambiamento, che tenga fermi gli obiettivi di principio e semmai innalzi il livello della loro ambizione. E al tempo stesso adotti il necessario pragmatismo nell’adattare gli strumenti organizzativi agli obiettivi sociali.
Questo per me è il riformismo. E non si può farlo semplicemente dal governo. Serve un grande soggetto politico che non solo raccolga e rielabori idee per il cambiamento, ma accumuli la necessaria riserva di “senso” e quindi di “consenso”, che lo renda politicamente possibile.


La situazione televisiva italiana è di tipo bulgaro, anche se diviso in due. Monopolio delle televisioni commerciali, lottizzazione partitica delle reti pubbliche. Dovrebbe essere ovvia una svolta radicale: fine della lottizzazione (qualcosa tra BBC dei tempi d’oro e Banca d’Italia, per la Rai), non più del 49% di una rete nel privato, limiti draconiani per le quote pubblicitarie, ecc., nel più coerente spirito antitrust. E invece abbiamo solo la riforma Gentiloni (sulla carta), che cambia poco e nulla.
Ma Berlusconi e Confalonieri vanno sbraitando di “esproprio” già per la proposta Gentiloni, si dirà. Che ci si faccia condizionare, e dunque si consideri “avanzata” una proposta che ha la forza riformatrice di un brodino vegetale, è la dimostrazione di una subalternità rinunciataria, che subisce la devastante egemonia berlusconiana su agenda e sentire comune.
Cosa impedisce al centro-sinistra una vera riforma democratica della tv, antitrust e antilottizzazione?

Nelle condizioni date, che sono quelle definite dai rapporti di forza di questo Parlamento, la proposta Gentiloni è una buona proposta: introduce elementi di movimento nell’attuale rigido duopolio, anche guardando verso lo scenario nuovo che sarà determinato dalle nuove piattaforme tecnologiche e a soluzioni nuove per il governo della Rai. Credo sia arrivato il momento di chiedersi se sia giusto, oggi, che questa azienda abbia un consiglio di amministrazione che finisce, per la fonte di nomina e per il suo essere «piccolo parlamento», con il gestire l´azienda. Con il duplice rischio di una duplicazione di funzioni rispetto alla Commissione di vigilanza e di un oggettivo indebolimento e precarietà dei vertici aziendali e del senso di appartenenza di dirigenti e personale.
Ma non vorrei che ci limitassimo a parlare di assetti istituzionali. La questione di fondo è quale rappresentazione di sé il Paese si dà attraverso la televisione. E’ questo quel che mi preoccupa di più. In questi quindici anni si è costruito un grande circo Barnum che sembra organizzato per far emergere il peggio dalle viscere della società italiana. Non soltanto la Rai, ma tutto il sistema televisivo pubblico o privato è chiamato a un profondo cambiamento. Chi fa i palinsesti deve avere più fiducia in se stesso e negli italiani.


La ripresa dei lavori parlamentari vedrà il voto sulla richiesta della magistratura di utilizzare registrazioni telefoniche in cui compaiono parlamentari (anche Ds). Il centro-sinistra non ha fin qui neppure preso in considerazione ciò che alcuni anni fa la sinistra giustamente sosteneva: che i parlamentari, rispetto a un comune cittadino, dovrebbero avere solo la tutela della autorizzazione della Camera (o del Senato) al mandato d’arresto. L’attuale legge costituisce insomma un assurdo privilegio. Perché, anziché abrogarla tornando all’equo garantismo di qualche anno fa, si vogliono moltiplicare i privilegi anti-indagine per un parlamentare sospetto di crimini?
E perché si continua a fingere che non sussista comunque una questione morale, se un dirigente del centro-sinistra parla di “tavolo politico a latere” in una sporca faccenda di cordate finanziarie con “furbetti”?

In Italia non c’è più, e giustamente come dici tu, l’autorizzazione a procedere: anche i parlamentari possono essere indagati e processati come qualunque cittadino, salvo che per i reati di opinione, per i quali è prevista l’autorizzazione della camera di appartenenza, che deve valutare se l’ipotesi di reato contestata rientra o meno nella garanzia costituzionale per la quale nessun parlamentare può essere chiamato a rispondere delle opinioni o dei giudizi espressi nell’esercizio del suo mandato. Un’autorizzazione della camera di appartenenza è ugualmente richiesta per i provvedimenti restrittivi delle libertà fondamentali; ma se c’è una sentenza di condanna passata in giudicato il parlamentare entra in carcere senza bisogno di autorizzazione, come qualsiasi cittadino. Tra i provvedimenti restrittivi delle libertà fondamentali, oltre all’arresto, ci sono le perquisizioni (domiciliari e personali) e le intercettazioni telefoniche, che dunque devono essere autorizzate. Si tratta, mi sembra, di garanzie ragionevoli e motivate, alla luce di una cultura liberale.
Quanto al caso specifico, sia Fassino che D’Alema hanno chiesto alla Camera di autorizzare la magistratura ad utilizzare le intercettazioni che li riguardano. Dunque nessun limite verrà frapposto all’azione dei giudici.