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sabato 16 febbraio 2008

Veltroni, ecco i dodici punti del programa elettorale

Ecco in sintesi, le "dodici proposte innovative per cambiare l'Italia" che il candidato premier del Pd le ha esposte alla platea dell'assemblea costituente del Pd.

Primo. Scegliere come priorità infrastrutture e qualità ambientale. No alla protesta Nimby e sì al coinvolgimento e alla consultazione dei cittadini. Sì agli impianti per produrre energia pulita, ai rigassificatori, ai termovalorizzatori e all'Alta Velocità e al completamento della Tav.

Secondo. Innovazione del Mezzogiorno. No ad una "politica per il Mezzogiorno che disperda fondi in una miriade di programmi, mentre diciamo sì ad una drastica e veloce revisione dei programmi europei.

Terzo. Controllo della spesa pubblica. Il governo Prodi ha risanato e migliorato i conti pubblici. Per questo il nostro slogan è spendere meglio, spendere meno.

Quarto. "Fare quello che non è mai stato fatto": ridurre le tasse ai contribuenti leali ai lavoratori dipendenti e autonomi. A partire dal 2009 un punto in meno di Irpef ogni anno per tre anni

Quinto. Investire sul lavoro delle donne. Noi vogliamo trasformare il capitale umano femminile in un asso per la partita dello sviluppo.

Sesto. Il problema della casa. Aumentare le case in affitto e "costruzione di circa 700 mila nuove case da mettere sul mercato a canoni compresi tra i 300 e i 500 euro".

Settimo. Invertire il trend demografico mediante l'istituzione di una dote fiscale per il figlio. 2500 euro al primo figlio e aiuti per gli asili nido.

Ottavo. L'università. Cento nuovi campus universitari e scolastici entro il 2010.

Nono. Lotta alla precarietà, qualità del lavoro e sua sicurezza. I giovani precari dovranno raggiungere il minimo di 1.000 euro mensili.

Decimo. La sicurezza. Maggiori fondi per le forze dell'ordine e certezza della pena come uno dei cardini dell'azione di governo del centrosinistra.

Undicesimo. Giustizia e legalità. Da troppi anni c'è uno scontro nel Paese. Nell'ordinamento verrà inserito il principio della non candidabilità in Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi connessi alla mafia, camorra e criminalità organizzata o per corruzione o concussione.

Dodicesimo. L'innovazione. Portare la banda larga in tutta l'Italia, garantire a tutti una tv di qualità, superare il duopolio tv e correggere gli eccessi di concentrazione delle risorse economiche.


wwww.partitodemocratico.it

mercoledì 19 dicembre 2007

I DIRITTI CIVILI IN CUI CREDE IL PD

Lettera di Walter Veltroni - La Repubblica, 19 dicembre 2008

Caro Direttore, non so, se l'Italia odierna si possa definire meno laica rispetto a quella di quarant'anni fa. So che oggi vedo un Paese più moderno, dove i costumi e le relazioni tra le persone si informano a fondamentali principi di libertà, a un sostanziale rispetto dei diritti individuali e delle identità. So che nella vita quotidiana i rapporti tra gli individui, e non solo tra le giovani generazioni, non somigliano a quelli tipici della società italiana di quarant'anni fa, quando provincialismo, moralismo e anche una buona dose di bigottismo erano molto diffusi. Allora cominciarono avanguardie e movimenti a introdurre nell'agenda politica temi e conquiste che si imposero poi nella società. Oggi, come nel caso delle coppie di fatto richiamato dall'articolo di Mafai, è la politica ad essere chiamata a dare risposte legislative adeguate e moderne, in linea con il costume, il sentire diffuso, i cambiamenti della società. La politica deve riuscire a far questo, e il Parlamento è il luogo naturale dove confrontare i diversi convincimenti, le diverse idee e sensibilità che attraversano il Paese. Nell'unico modo possibile e in grado di condurre ad una soluzione il più possibile condivisa: in un clima di autentico rispetto, di dialogo vero, di consapevolezza che su temi come questi, che riguardano anche i dettami della coscienza, si sgomberi davvero il terreno da integralismi e fondamentalismi, e si possa serenamente affermare il basilare principio della laicità. Laicità delle istituzioni repubblicane, laicità dei comportamenti e delle posizioni individuali, tanto più preziosa quando si affrontano i complessi nodi delle questioni eticamente sensibili. E c'è l'occasione del dibattito sui CUS, che ritengo siano un'ottima base su cui insieme riflettere. A Roma, dove l'altro giorno il Consiglio Comunale non è riuscito ad approvare nessun atto sul tema delle "Unioni civili", è successo il contrario. Ma ad essere sconfitto, vorrei dire a Miriam, non è stato il Partito democratico, che anzi, tutto insieme, ha cercato di offrire, attraverso un ordine del giorno coraggioso ed equilibrato, un terreno di confronto avanzato, serio e rispettoso di tutte le sensibilità. La sconfitta è stata un'altra. Vittima di integralismi e forzature di vario genere è stata la possibilità (reale) di far sì che la città di Roma chiedesse a voce alta al Parlamento di dare una risposta adeguata e moderna alle aspettative di tanta parte della società, impegnandosi, dal canto suo, a rafforzare tutti gli strumenti già esistenti (a legislazione vigente) contro le discriminazioni e per la tutela dei diritti delle persone, con il criterio della "famiglia anagrafica". A Roma, in questi anni e senza proclami, i diritti sono stati tutelati e rafforzati (con strumenti come questo che le attuali leggi consentono ai Comuni) a favore di nuclei familiari di fatto su aspetti fondamentali nella vita delle persone: le domanda per alloggi popolari, le graduatorie per gli asili nido, alcuni servizi per anziani. Sulle due delibere di iniziativa popolare e consiliare, la cui eventuale approvazione non avrebbe avuto nient'altro che un mero valore simbolico, senza poter migliorare di una virgola la condizione di vita delle coppie di fatto, non c'era una maggioranza sicura e comunque il loro contenuto era legittimo ma discutibile e non da tutti condiviso. Per questo il gruppo del Pd aveva presentato il suo ordine del giorno, che aveva esattamente lo scopo di non lasciare afasica su questo tema l'Aula Giulio Cesare. Non mi stupisce l'atteggiamento ostile della destra, che tranne alcune eccezioni ha dimostrato poca sensibilità su temi che riguardano la vita delle persone e la lotta ad ogni discriminazione. Comprendo meno, sinceramente, gli interventi letti sul settimanale allegato al quotidiano "Avvenire", contrari alla presentazione dell'ordine del giorno. Rispetto le opinioni e le sensibilità di tutti, ritengo non solo legittimi mafecondi per la politicainterventi e pronunciamenti della Chiesa, ma l'autonomia e la laicità dello Stato e delle istituzioni non possono essere messi in discussione. E comprendoancora meno, con altrettanta sincerità, il comportamento dei gruppiconsiliaridella sinistra radicale, chefacendo mancare il loro voto favorevole, hanno impedito l'approvazione dell'ordine del giorno presentato dal Partito democratico. O forse riesco a comprenderlo in un'ottica molto più piccola rispetto ai temi in discussione, alla luce di dichiarazioni di esponenti di questa areapiù legate a questioni di politica nazionale che al merito della cosa. La questione delle Unioni civili, insomma, come una bandiera da agitare, come un pretesto per obiettivi lontani dalle esigenze di civiltà affermate. In questo senso dovrebbe far riflettere anche la scarsa partecipazione di cittadini alla manifestazione convocata dai promotori delle delibere. Per questo dico che ad essere sconfitto nonè stato il Pd, che anzi in un passaggio così delicato ha dimostrato intelligente compattezza, senso di responsabilità e autentica laicità. Quella laicitàche lacittà diRoma vuole tutelare. E che l'approvazione del documento proposto avrebbe appunto contribuito a tutelare, lungo la linea tracciata con chiarezza in questi anni. Non so se quarant'anni fa sarebbe stato possibile dedicare una via ad omosessuali vittime di violenza e pregiudizi omofobi o se un'Amministrazione Comunale si sarebbe costituita parte civile a favore di queste vittime. E non so se si sarebbero dati i patrocini dell'Assessorato alle pari opportunità all'annuale appuntamento di Piazza Farnese. Questo, a Roma, accade e continuerà ad accadere, senza bisogno di brandire le armi dell'intolleranza o dell'integralismo, procedendo con i soli strumenti possibili ed efficaci: quelli del libero ascolto, del civile dialogo, del laico confronto che nasce dal rispetto del ruolo delle istituzioni e dei convincimenti di tutti e di ciascuno.

IL MANIFESTO POLITICO DI WALTER

Intervista con Veltroni - Il Foglio, 19 dicembre 2007


Roma. Su una poltroncina gialla nell’anticamera del suo ufficio da sindaco, al primo piano del Campidoglio, Walter Veltroni discute con il Foglio per un’ora di cosa intende quando parla di rottura (rupture) democratica. In una delle settimane più importanti per il governo di Prodi, per il Partito democratico e per il destino dell’asse tra il Cav. e W (Cav + W), Veltroni usa parole nuove per definire il suo rapporto tra religione e politica, dà un’interessante interpretazione della guerra in Iraq (che anche Donald Rumsfeld, probabilmente, condividerebbe), dice qualcosa di nuovo su Romano Prodi, su Silvio Berlusconi, sulla Prima Repubblica, su Tangentopoli, sui Pacs, sui Cus, sulla maggioranza, sul fund raising e anche su Alitalia (“La cosa che mi piacerebbe di più è che le proposte di Air France e Air One si incrociassero. Per garantire la forza di un soggetto come Air France e la forza di un soggetto finanziario come banca Intesa, e al tempo stesso però il radicamento nel paese di una compagnia nazionale. Conta l’offerta che viene fatta, contano le strategie industriali, conta sapere per il paese che esito avrà la sua compagnia nazionale”). Entrando nel cuore della sua idea di Partito democratico (la cui vocazione maggioritaria più che a Botteghe Oscure si ispira sempre di più alla filosofia senza tessera e senza congressi dei democrat americani), Veltroni parla in un modo nuovo anche di referendum elettorale: quel referendum fino a ieri “sostenuto ma non firmato” e su cui oggi, invece, Veltroni ammette che, a certe condizioni, potrebbe dire di sì: intravedendo una possibile tutela della “vocazione maggioritaria” nel testo su cui la Consulta darà un giudizio di costituzionalità entro la metà di gennaio.


Due mesi fa tre milioni di elettori scelsero W come leader del Pd; due settimane fa, al quinto piano del palazzo dei gruppi parlamentari, W ha incontrato il leader dell’opposizione Silvio Berlusconi; tra poche settimane Romano Prodi dovrà affrontare quella verifica di governo di cui sabato Veltroni ha parlato con Romano Prodi: tra un’intervista alle 9.15, un matrimonio celebrato alle 11.30 e un compleanno centenario festeggiato alle 10.30 a casa della signora Broccolo. Quello che parla con il Foglio è un Veltroni un po’ meno spagnolo, sempre meno tedesco, molto americano ma pure un po’ francese. E’ un Veltroni che fa un paio di assist al Cav., che rilegge in modo curioso un aspetto dello strappo di Fausto Bertinotti con Prodi e che, quando si parla di religione e di politica, non ha nulla da ridire sulle parole di Obama (“I laici sbagliano a chiedere ai credenti che entrano in politica di lasciare da parte la religione”). W sorride leggendo la prima pagina del Foglio di sabato sui leader cristiani in corsa in America per la presidenza; e alla domanda: “Che cosa significa Cristo in politica?”, dà una risposta che farà insospettire chi crede che sia “molto difficile essere laici nel paese delle chiese” (Eugenio Scalfari, Repubblica 16 dicembre).


Spiega Veltroni: “Cristo in politica è giusto e legittimo che lo porti chi ha Cristo dentro di sé. E che lo porti e non lo lasci a casa. L’idea che qualche volta la politica ha avuto anzi, che spesso la politica ha, fa parte di una visione del mondo che io non condivido: che la laicità dello stato – che io considero come un valore assolutamente indiscutibile e indisponibile – presupponga una sorta di rinuncia alle identità di ciascuno. Qui dentro però io ci vedo una delle chiavi della possibile convivenza del nuovo millennio: il tema del rapporto tra identità e dialogo. E’ un tempo, questo, in cui di fronte alla paura delle grandi trasformazioni economiche e finanziarie, e della circolazione delle persone con la loro visione del mondo e la loro religione, sembra prevalere in ciascuno l’idea di arroccarsi in una dimensione identitaria: un po’ per conforto, un po’ per rassicurazione; ma con l’idea che questo possa essere l’antidoto al processo di melting pot in corso. Tutto questo lo si può affrontare in due modi: lo si può affrontare accettandolo passivamente. Ma il rischio dell’accettazione passiva è che si finisca con il legittimare anche le forme attraverso le quali questa identità figlia di divisioni culturali, religiose, di concezioni della comunità pubblica diversa dalle nostre, si fa integralista, fino ai rischi del fondamentalismo. Oppure lo si può accettare con l’idea che l’identità non sia uno straccio. E che l’identità sia figlia della storia, delle culture, delle radici, delle ragioni e che sia un valore. Perché se è vero che è necessario il dialogo, il dialogo ha senso se ci sono tante identità. E se qualcuno afferma e difende queste identità. La grandezza della cultura politica dovrebbe essere quella di far convivere la propria identità con la disponibilità all’apertura. Qui sta l’idea del rapporto tra stato laico e punto di vista religioso”.


Veltroni ora entra nel cuore del discorso: “Personalmente non sono credente e non avrebbe senso che io fossi considerato un christian leader, anche perché esiste una sfera che è assolutamente personale che mi dà fastidio dover usare quando c’è qualcosa che è pubblico (ho visto, a proposito del rapporto tra politica e religione, trasformazioni troppo repentine determinate dalle contingenze del momento). Però vorrei che la mia idea fosse chiara: a me ha sempre culturalmente affascinato la vocazione pastorale della chiesa mentre mi piace meno quella chiesa che ogni giorno sforna prescrizioni morali di comportamento: lo considero un po’ una riduzione della grandezza della missione e della funzione della stessa chiesa. Io sono stato molto affascinato da Giovanni Paolo II, l’ho conosciuto ho avuto modo di parlare con lui diverse volte, mi piaceva enormemente la coesistenza in lui di identità e dialogo. Mi piaceva il fatto che sulle questioni che attengono alla responsabilità della chiesa lui avesse le sue posizioni, che per altro misurava con grandissima sapienza. Ma non dimentichiamolo mai è stato il Papa delle invettive contro il capitalismo egoista, è stato il Papa che ha denunciato lo strazio dell’Africa, è stato il Papa più impegnato per la pace e il dialogo tra le religioni. Ecco: a me interessa che nel Partito democratico ci siano persone che portano il punto di vista, le esperienze, la cultura religiosa con la disponibilità a incontrarle laicamente. Come dice il Dalai Lama, ‘la religione deve in qualche misura sempre essere consapevole del carattere parziale, limitato della sua funzione’”.


Manca però, nel discorso di Veltroni, un concetto chiave: la libertà di coscienza. Quella libertà che, due settimane fa, ha portato la cattolica Paola Binetti a votare “no” alla fiducia di Romano Prodi sull’emendamento che a sinistra continuano a chiamare “antiomofobico” e in realtà riguarda l’identità di genere, cioè una formula ideologica. Omofobia è una parola che Veltroni conosce bene; e che, in un certo senso, ha affrontato anche ieri in consiglio comunale, dove è stato votato un testo presentato dal consigliere della Rosa nel Pugno Gianluca Quadrana sul tema del registro delle unioni civili. Veltroni la pensa così. “Su questo argomento, a Roma, abbiamo già fatto un grandissimo passo in avanti. Mi spiego: tutto ciò che è previsto nelle politiche sociali lo diamo attraverso la residenza anagrafica, per cui se due persone risiedono anagraficamente nello stesso posto hanno la possibilità di accedervi indipendentemente dalla natura della relazione che li ha portati a vivere sotto lo stesso tetto. Ecco, penso che quello che si sta facendo in Parlamento con i Cus sia una base abbastanza giusta; cioè l’idea di avere definizione in forma privata dell’identità di relazione che c’è e che può essere diversa da quella della famiglia tradizionale, anche se io sono perché la famiglia costituzionalmente prevista sia assolutamente garantita. Però i Cus sono una buona base su cui ragionare”. E il matrimonio tra omosessuali? “I Cus sono una buona base su cui ragionare”, ripete Veltroni. Che poi aggiunge: “Non mi piace tra i cattolici, tanto quanto non mi piace tra i laici, quando si utilizzano vicende di questa delicatezza a fini simbolici. Alla mia domanda ai presentatori della proposta del registro sulle coppie di fatto, ‘cosa cambia nella vita delle coppie di fatto delle quali parliamo’ la risposta è: ‘Nulla, ma ha un valore simbolico’. Ecco, a me piacciono le cose concrete. Mi piace costituirmi parte civile con il comune quando un omosessuale viene aggredito. Mi piace dedicare una strada a un omosessuale che è stato ucciso e che è vittima dell’omofobia. Mi piacciono le cose che abbiano una loro concretezza nella vita delle persone”.

mercoledì 5 dicembre 2007

A Blair rispondo: un bipolarismo nuovo

Pubblichiamo la risposta di Walter Veltroni a Tony Blair

Fa un bell'effetto ritrovare nelle parole di Tony Blair che ho letto
nell'intervista a La Stampa di domenica i toni e i contenuti di lunghe
conversazioni avute con lui, ormai dieci anni fa, a Downing Street. Mi
colpisce la schiettezza e la linearità di ragionamenti che non hanno perso attualità e freschezza, penso soprattutto alle sue frasi che guardano a cosa
deve essere la sinistra del nuovo millennio, anche se non voglio sfuggire
alla parti dell'intervista che - con qualche forzatura - hanno portato ai
titoli tutti virati sui rapporti tra Partito democratico e sinistra radicale. Ma ci arriverò in seguito. Vorrei partire da una constatazione preliminare. L'ex primo ministro britannico ha parlato ad una iniziativa promossa dalla Confindustria a Venezia. Significa che una delle più grandi organizzazioni di interessi rifugge dall'antipolitica e al contrario si misura con una delle più lunghe e innovative esperienze politiche d'Europa. La scelta di Blair indica un
interesse forte per una politica capace di produrre decisioni.
E allora entriamo nel merito di quanto ha detto l'ex premier laburista. I temi
forti sono sostanzialmente tre e vanno letti insieme. Il primo si può
sintetizzare in una frase: "I partiti progressisti vincono solo quando
controllano le chiavi del futuro". Ecco, credo che l'esperienza che sta
impegnando il Pd nasca proprio da questa considerazione: che i vecchi schemi non reggono più, che gli strumenti di un tempo non sono più adeguati. E' da
questa consapevolezza che siamo partiti, raccogliendo l'esperienza di novità
dell'Ulivo ma volendo andare più avanti. Credo che l'affermazione di Blair,
vera in tutta Europa, sia ancora più vera in Italia, dove il sistema
politico ha accumulato più ritardi ed è sembrato a lungo non trovare
risposte. Mi è capitato di dire in un altro paese europeo in cui la
sinistra è in cerca di nuove idee, la Francia, che dobbiamo tutti "uscire dal recinto delle nostre sicurezze e delle convinzioni consolidate, trattenendo ciò che di buono e di attuale in esse c'è, e cercare, con apertura e con coraggio,
ciò che di altrettanto valido c'è nelle idee degli altri, così come ciò che
di fruttuoso ci può essere in tanti terreni ancora inesplorati". Blair parla
di innovazione e ricerca, di opportunità. E' il linguaggio della sinistra
moderna, perché io credo che non cambiano, non possono cambiare, i nostri
compiti fondamentali: crescita economica unita alla coesione sociale, meno
disuguaglianze e più opportunità, possibilità per ciascuno di mettere alla
prova le proprie capacità indipendentemente dalle condizioni di partenza. La
sinistra, ma io parlerei nel nostro Paese di centrosinistra, deve non
rinunciare ai propri compiti e aggiornare le risposte all'altezza delle
nuove sfide, la prima delle quali oggi è, sul terreno sociale,
quella della precarietà: a questa domanda che viene soprattutto dai giovani
dobbiamo saper rispondere rimettendo in moto l'economia (e i primi segnali
si possono già vedere nell'azione del governo Prodi) perché se l'economia va
male, non ci può essere giustizia sociale. L'ho detto e ripetuto: è la
povertà, non la ricchezza, il nostro primo avversario.
Il secondo tema affrontato da Tony Blair è quello della forma partito. Lui
viene da un vecchia solida formazione che ha saputo trasformarsi. Noi in
Italia abbiamo appena compiuto un passo fondamentale costruendo un partito
che fin dal suo atto di nascita vuole essere nuovo e vuole cambiare la
politica. Potrei sottoscrivere le parole di Blair quando parla di "un
organismo il più possibile aperto alla società", in cui a forme tradizionali
di militanza si accompagnino modalità diverse di associazione. Un partito che sia dove vive la gente e nei luoghi, reali e virtuali, dove vivono i saperi, le competenze, i valori.
Credo sia proprio questo l'obiettivo, e credo che l'avvio del Pd abbia già dato su questo terreno segnali di discontinuità. Quello che mi preme di sottolineare
è la vocazione all'ascolto (che cosa sono le primarie se non un ascolto di
massa al più alto livello) e alla permeabilità del partito rispetto alla
società. Un ascolto che deve saper produrre decisione.
E qui arriviamo al terzo argomento, quello forse più spinoso. Blair, che
viene da una secolare tradizione politica di bipartitismo e da un sistema
elettorale super selettivo, parla con preoccupazione dei condizionamenti
delle piccole "componenti radicali" e indica nel centro "il terreno dove si
conquista il consenso nel paese". Due annotazioni: l'ex premier parla
di "centro riformista" e con questa espressione designa il corpo sociale
attorno al quale costruire politiche di riforme. Nelle sue parole non c'è, e
non potrebbe esserci, alcuna allusione a quel concetto di centro tipico
della politica italiana. Il Pd è la grande forza del campo del centro sinistra, della cultura che deve rappresentare il riformismo e la radicalità dell’innovazione economica, sociale e ambientale. Questo partito, che non pretende di racchiudere in se tutte le risorse del cambiamento, può e deve oggi coltivare la sua vocazione maggioritaria. L’Italia deve uscire dal bipolarismo forzoso che ha portato a sminuire la forza innovativa dei programmi e che oggi costringe il paese ad una navigazione difficile, esposto come è al condizionamento dei singoli che finiscono per pesare più di milioni di elettori. Ci vuole un bipolarismo nuovo, fondato sulla energia di un programma di profondo cambiamento e sulla affidabilità e omogeneità della forza, o delle forze, che lo sostengono.
Una democrazia comprensibile, trasparente e che sa decidere. E' questo il
nostro modo di essere centrosinistra. E riprendere con Blair i discorsi
avviati a Blackpool nel 1996, quando l'ho conosciuto per la prima volta
mentre l'Ulivo era già al governo e il Labour si preparava a rompere il
decennio tatcheriano, mi appare come una sfida stimolante ma anche come il
segnale di quanti passi in avanti il Pd abbia già compiuto


Walter Veltroni

venerdì 30 novembre 2007

Veltroni ha incontrato Berlusconi. "Le riforme le discuta il Parlamento"

Guarda il video della conferenza stampa
Oggi il segretario del Pd, Walter Veltroni, ha temrinato il giro d'incontri con i leader dei partiti dell’opposizione vedendo Silvio Berlusconi. un incontro tenutosi nel pomeriggio, per poco meno di un'ora e mezza, nello studio del vicesegretario del Pd Dario Franceschini, a Montecitorio.
Al termine del confronto su legge elettorale e riforme, al quale hanno partecipato lo stesso Franceschini e Gianni Letta, i due leader hanno dato vita a conferenze stampa separate, illustrando quello che pare un primo abbozzo d'intesa: varare una legge elettorale, in senso proporzionale, per evitare lo svolgimento del referendum. Veltroni ha dichiarato: "Il Pd e il partito di Berlusconi sono forze alternative e tuttavia è significativo che queste forze abbiano cominciato a dialogare sul tema delle riforme e della legge elettorale».
«In queste settimane – spiega poi sottolineando il valore di una nuova stagione di dialogo tra maggioranza e opposizione - è accaduto qualcosa di nuovo: la fine di un clima di contrapposizione ideologica, di rissa e odio, e chi lo vorrà riproporre se ne assume la responsabilità».

Una nuova stagione smebra iniziata: "Una delle ragioni per cui il Pd può dirsi soddisfatto per quello che è successo è che un mese fa si diceva che non vi sarebbe stato dialogo possibile, che non era possibile una convergenza, oggi da parte di tutte le forze politiche consultate vi è la volontà e la disponibilità a quello che ritengo un dovere e chi si sottrarrà verrà riconosciuto dal paese».

Le riforme. «La riforma della legge elettorale e le altre riforme istituzionali sono legate. Tutto si tiene secondo una coerenza», ha detto Veltroni, specificando che sul tema delle riforme istituzionali con Berlusconi c'è una differenza: «Io sono convinto che fare una legge elettorale senza le riforme istituzionali significa lasciare a metà il grande compito di riforma che grava su tutte le forze politiche».

Rafforzare il bipolarismo. Con Silvio Berlusconi «c'è stata la condivisione che bisogna passare ad un nuovo bipolarismo, da un bipolarismo forzoso ad un bipolarismo fondato sulla coesione programmatica - ha aggiunto Veltroni - Nel merito della riforma della legge elettorale c'è un territorio su cui si può lavorare, cioè sulla necessità di un sistema proporzionale, che non rinunci al bipolarismo».

Un altro elemento positivo per il segretario del Pd è l'assenza di una pregiudiziale sulla caduta del Governo: "Tra i rilevanti punti di convergenza riscontrati c'è quello che non è stata posto, come pregiudiziale per affrontare il tema della legge elettorale, il dissolvimento della legislatura. Berlusconi non ha posto il voto come pregiudiziale per il confronto sulle riforme. Questa è la novità del giorno. Se avesse posto il voto come pregiudiziale, il nostro colloquio sarebbe durato tre minuti, invece è andato avanti per un'ora e passa proprio perché questa pregiudiziale non è stata posta». E ha aggiunto per sgomberare il campo da ogni equivoco: «C'è accordo sul merito ma non sui tempi, il dialogo è partito, chi lo farà cadere se ne assumerà la responsabilità davanti agli italiani».

martedì 27 novembre 2007

Veltroni: "Con Casini un altro passo avanti"

Riforme e regolamenti parlamentari al centro dell'incontro
"Oggi possiamo registrare un altro importante passo in avanti. Si è registrata infatti la disponibilità dell'Udc su due dei tre punti che a noi stanno a cuore: il pacchetto di riforme costituzionali in esame alla Camera e la modifica dei regolamenti parlamentari". Così il segretario del Partito democratico, Walter Veltroni, nella conferenza stampa al termine dell'incontro con il leader dell'Udc Pier Ferdinando Casini sulle riforme. Restano, invece, alcune distanze sulla legge elettorale: "Casini ha ribadito la sua predilezione per il sistema tedesco", riferisce Veltroni che però sottolinea la disponibilità del Pd a "discutere per vedere di trovare un punto di equilibrio".
Per Veltroni "il paese ha bisogno di riforme, è importante realizzarle nei prossimi 8-12 mesi e non bisogna commettere l'errore di sovrapporre il dialogo sulle riforme al confronto politico tra gli schieramenti".

Veltroni: "Ora scelte importanti a portata di mano"

Telefonata del segretario Pd a Panorama del giorno su Canale 5
"Di gente che nel corso di questi anni ha saputo infiammare i contrasti ne abbiamo vista tanta ed e' stato lo sport piu' frequentato nella vita politica italiana. Io, invece, cerco di trovare una soluzione ad un problema che considero, non voglio dire drammatico, ma certo molto serio del nostro Paese: la crisi del sistema democratico". Cosi' il segretario del Pd, Walter Veltroni, ospite telefonico della trasmissione "Panorama del giorno". Per Veltroni ora, "abbiamo la possibilita' di fare in pochi mesi delle scelte molto importanti che sono a portata di mano e mi sforzo di spiegare a tutti che forse e' il momento di realizzarle". Cioe', riforme istituzionali per "cercare di far uscire l'Italia da una condizione di stallo che si protrae da troppo tempo, da un clima di odio e di contrapposizione che ha fatto male al Paese e che ha impedito al Paese di correre tanto veloce quanto dovrebbe per stare al Passo con gli altri grandi Paesi europei e poter avere un sistema istituzionale che consenta di governare e decidere".
(da www.lanuovastagione.it)

A marzo le primarie dei giovani

La lettera di Walter Veltroni ai giovani del Partito Democratico


Care ragazze, cari ragazzi,

il Partito Democratico fin dalla sua nascita ha voluto coinvolgere i giovani ad ogni livello. Al momento di definire le regole di svolgimento delle primarie abbiamo deciso di coinvolgere anche i minorenni. Per la prima volta nella storia della politica italiana si è potuto votare a 16 anni e ancora più importante, ci si è potuti candidare.

Durante le primarie ho chiesto ai candidati impegnati nelle liste al mio fianco di distribuire davanti alle scuole una mia lettera. Per invitare i ragazzi ad andare a votare. È stato un momento importante e bello. Un lunedì mattina in cui in tutta Italia siamo andati incontro ai più giovani, confrontandoci, accogliendo anche lo scetticismo di chi fra loro pensava a una chiamata strumentale. Non è così. I giovani sono un patrimonio, una delle risorse più importanti per l’Italia, per questo credo che anche alle amministrative si possa votare a 16 anni.

Nella vostra lettera parlate d’interesse generale. Secondo un sondaggio condotto dal New York Times con la CBS e MTV, il 54% dei votanti tra i 17 e i 29 anni negli Stati Uniti voterebbe per i Democratici. Le domande condotte hanno riguardato i diritti civili, il sistema sanitario, i nuovi immigrati, i temi etici.

Sono questi i temi del Pd. Nel Partito democratico svilupperemo assieme le culture della legalità, dell'ambiente, coltiveremo un sistema di valori che include la solidarietà e il rispetto degli altri. Incontro di continuo centinaia di ragazze e ragazzi, e non condivido la rappresentazione che se ne da. Pochi episodi, a volte gravi, sono usati per mettere un marchio sulle giovani generazioni senza considerare le migliaia di ragazze e ragazzi che studiano, lavorano, hanno valori profondi, fanno volontariato e si impegnano nelle attività culturali. In questo caso vale il principio per cui fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Invece bisogna fare attenzione alla foresta che cresce.

Per fortuna, diversamente da come la pensano gli adulti, sono vive in voi le parole di Bob Dylan: “Essere giovani vuol dire tenere aperto l'oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”.

Penso ai vostri coetanei di Addio Pizzo: hanno scelto di fare acquisti solo presso i negozianti palermitani che rifiutano di versare denaro alla mafia. Quei ragazzi stanno restituendo a degli imprenditori la loro libertà, quella di agire lealmente sul mercato.

Il Partito Democratico ha bisogno dei vostri sogni, delle vostre speranze, della vostra voglia di futuro. Deve avvicinarsi a quelli che oggi hanno sfiducia nella politica. Dobbiamo dirgli assieme di “essere loro la politica”, come hanno fatto i loro coetanei candidatisi ed eletti alla nostra Assemblea Costituente.

Per questo spero che in primavera si possano tenere le primarie dei giovani, aperte agli italiani nuovi e ai nuovi italiani, quegli immigrati di seconda generazione a cui si devono riconoscere diritti certi. È necessario che i giovani possano da subito sperimentare il confronto, e il meccanismo delle primarie mi sembra quello ideale.

Non per descrivervi, come fanno spesso gli istituti di ricerca, né per dare di voi la rappresentazione che vogliamo, la copia in sedicesimo di altre strutture, replicandone pregi e difetti.

Vorrei definissimo assieme le regole per partecipare, poi le primarie di primavera faranno venire alla luce la ricchezza nella diversità, la capacità di portare in politica, prendendole a prestito dalla vita di tutti i giorni, le vostre esperienze di comunità: a scuola, in rete, nelle università, nelle associazioni, sui luoghi di lavoro, per poi vedervi partecipare alla vita del Pd in base alle vostre capacità e conoscenze e non per una compensazione anagrafica.

Penso alle migliaia di professionisti in maggioranza “under 30” che lavorano nelle aziende italiane confrontandosi quotidianamente con la flessibilità, alle decine di factory che portano avanti progetti culturali creati e seguiti da giovani di talento, ai ricercatori universitari che sanno benissimo come il sapere dovrebbe stare a cuore ad ogni parte politica, ai tanti giovani che hanno smesso di studiare e lavorano duramente senza interessarsi di politica perché pensano che non discuteremo mai di quello di cui parlano la sera a tavola: le tasse, come arrivare a fine mese, i problemi dell’assistenza sociale.

Non so ancora come sarà questo movimento. Lo decideremo assieme.

Di sicuro dovrà partire dalla Sinistra Giovanile e dai giovani della Margherita. Di sicuro dovrà coinvolgere i ragazzi che rappresentano una risorsa per il Paese e che hanno voglia di affacciarsi per la prima volta alla politica. Persone che sono nate senza conoscere i grandi partiti da cui proveniamo.

Per questo immagino una costellazione di strumenti, più cose diverse, per parlare a più ragazzi possibile. Per questo immagino un movimento nuovo, aperto, una rete fatta di nodi interscambiabili, in grado di sollecitare e valorizzare anche in politica le energie che vi contraddistinguono. Una rete che si rivolgerà ai giovani in tanti modi: dall’agorà di internet e dagli incontri sul territorio, fino a una webradio, cortometraggi, mobilitazioni via sms.

Le primarie di primavera arricchiranno il Partito Democratico dei giovani italiani, e delle loro idee rendendolo ancora di più una forza innovativa e contemporanea.

Per questo il futuro sarà soprattutto il vostro.

La scommessa è fare, insieme, un paese diverso, un’Italia nuova

Walter Veltroni

lunedì 26 novembre 2007

Riforme. Veltroni ha incontrato Fini

Regolamenti parlamentari e legge elettorale i temi dell'incontro
Il segretario del Pd, Walter Veltroni, ha incontrato il segretario di AN, Gianfranco Fini. "Il fatto che ci siamo riuniti per discutere delle regole del gioco è la prima vera novità", ha detto Veltroni in una conferenza stampa dopo avere incontrato Fini a Montecitorio.
"Con Fini siamo d'accordo che non esiste un problema esclusivo di legge elettorale e pertanto non ci può essere una discussione sulla legge elettorale senza che si affronti anche la modifica dell'assetto istituzionale", ha detto Veltroni.

L'incontro ha portato ad alcuni punti condivisi: la discussione sulla nuova legge elettorale va combinata con una riforma istituzionale che preveda la riduzione del numero dei parlamentari, il rafforzamento dei poteri dell'esecutivo e la fine del bicameralismo perfetto.

"Ci vogliono norme di tipo costituzionale e elementi di legge elettorale che rafforzino il bipolarismo", ha detto Veltroni. Anche Fini sostiene che la "via maestra è l'intervento sulla Costituzione", ma apre all'ipotesi di modificare il massimo possibile del sistema attraverso la legge elettorale.

"Vogliamo uscire dal bipolarismo forzoso, con alleanze coatte - ha detto Veltroni - ed entrare in un'altra stagione del bipolarismo sulla base di un sistema proporzionale. Le due cose non sono in contraddizione", ha detto Veltroni.

Il segretario del Pd ha osservato come l'adesione di An su una proposta di legge ulivista sul sistema politico c'è già stata e riguarda la modifica dei regolamenti parlamentari, in base alla quale dalla prossima legislatura i gruppi saranno ammessi in Parlamento soltanto se avranno la stessa denominazione con cui si sono presentati agli elettori.
(da www.lanuovastagione.it)

lunedì 12 novembre 2007

Veltroni: "Ecco la riforma più adatta per un nuovo bipolarismo"

Sul Corriere della Sera Aldo Cazzullo intervista il segretario Pd. E sulla sicurezza: "chiedo rigore: è di sinistra tenere in galera chi sbaglia"


Dal Corriere della Sera dell'11 novembre

Walter Veltroni ha appena raccolto il segnale di Casini e Fini e aperto alla trattativa su una nuova legge elettorale proporzionale. Ma, più che rivendicare uno strappo, tende a ricostruire un contesto.

«Ho semplicemente ricordato i due scenari che abbiamo di fronte. Il primo porta alla crisi di governo, all'esercizio provvisorio, alle elezioni con questa legge elettorale. E non mi pare affatto uno scenario auspicabile; perché non porterebbe né stabilità né serenità. Il secondo scenario prevede l'approvazione della Finanziaria, il governo che continua il suo lavoro e l'apertura di un tavolo su tre questioni. La riforma istituzionale, con al centro una Camera con un numero dimezzato di parlamentari. La riforma del regolamento parlamentare, in modo che si possano costituire solo gruppi con lo stesso simbolo che si è presentato alle elezioni. E una nuova legge elettorale, che fa parte della proposta Vassallo-Ceccanti- Bassanini: proporzionale senza premio di maggioranza, ma con altri meccanismi tecnici, presenti in tutti i sistemi elettorali europei, che consentano di ridurre la frammentazione politica e di assicurare la stabilità di governo».

Questa sua apertura ha suscitato anche critiche da leader di piccoli partiti come Boselli e da referendari come Parisi, che vede in pericolo il bipolarismo.«Si tratta invece di creare un nuovo bipolarismo, fondato sulla coesione e non sulla coercizione, sull'alleanza e non sul programma; e sull'alternanza tra forze che riconoscano reciprocamente la propria legittimità. I modelli elettorali non sono abiti che si prendono e si indossano; vanno calibrati sulle esigenze del Paese, sull'assetto istituzionale, sulla situazione politica. È possibile trovare insieme un modello che recepisca il meglio dei sistemi elettorali vigenti in Europa».

Lei apre al dialogo con il centrodestra, proprio nei giorni in cui infuria la polemica sulla sicurezza. L'assassinio di Giovanna Reggiani. Ora, il delitto di Milano, con la donna romena trovata uccisa in una baracca incendiata.

«Un dramma che conferma quanto strumentale, quanto scorretta nei confronti del Paese sia la rappresentazione di un grande problema nazionale come un problema di Roma. Le baraccopoli esistono in molte altre città; e verrebbe voglia di sapere se altrove la questione sarebbe affrontata con i sopralluoghi, con i toni tanti duri, con i giudizi tanto aspri riservati a una città governata da persone dal colore politico diverso dal proprio».

Di questo passo diranno che è lei a strumentalizzare il delitto di Milano.

«Io sono solidale con Letizia Moratti. È triste che la politica italiana sia fondata sull'odio, sulla contrapposizione pregiudiziale, sull'uso della paura come della merce più facile da vendere. Cerco di sottrarmi a questa logica, tacendo quando avrei voglia di non tacere. Credo sia giusto reintrodurre, anche in modo unilaterale, elementi di civiltà nella politica. Per questo esprimo la mia solidarietà al sindaco di Milano, che fronteggia gli stessi problemi di Roma, di Bologna, di Palermo e di tutte le metropoli europee e mondiali».

Ma il flusso dell'immigrazione dall'Est europeo, e in particolare di rom, punta verso l'Italia.

«Sarebbe facile ricordare quando Berlusconi si definiva "l'avvocato della Romania" o quando Fini due anni fa sosteneva che "la risposta vera a questo fenomeno di dimensioni bibliche può essere solo nell'integrazione". Preferisco confermare quanto ho detto nella campagna per le primarie, attirandomi molte critiche: la sicurezza non è né di destra né di sinistra. E voglio fare un passo in avanti. Non può esistere una sinistra che non si faccia carico della sicurezza. Non può esistere una sinistra ignara che il problema riguarda innanzitutto gli strati più deboli, e attiene ai diritti fondamentali delle persone: il diritto di una donna a uscire di casa tranquilla, di un anziano a non essere aggredito, di un bambino a non essere molestato. Il centrosinistra deve salvaguardare questi diritti. E solo il centrosinistra può farlo».

Perché mai? La destra di solito è considerata più dura e più credibile in tema di sicurezza.

«Perché la sicurezza si salda al grande tema della legalità. Non ci può essere un'area in cui la legge non esiste e un'altra in cui viene invocata. La legge vale per tutti. Non possono esistere riserve di illegalità fondate su false giustificazioni sociali, come i campi rom in cui circolano armi e si alimenta il mercato della droga e della prostituzione. L'assenza della legalità ha prodotto la situazione che abbiamo sotto gli occhi: la crisi della cultura delle regole, la deviazione per cui chi sbaglia non viene punito. E il centrodestra ha una responsabilità. Il condono edilizio. Quello fiscale. Il falso in bilancio ».

L'indulto però l'ha voluto e votato il centrosinistra, insieme con Forza Italia e Udc.

«Non sto qui a giudicare. Constato che il Parlamento si è unito soltanto sull'indulto. Anziché reintrodurre i principi in base ai quali chi sbaglia paga, in questi anni si è fatto il contrario. È tempo che dalla politica venga un messaggio di rigore e di responsabilità. Non può essere che una persona arrestata 52 volte vada in giro tranquilla. Che un omicida se la cavi con qualche anno di galera. Che si possa rubare il rame dalle ferrovie e il giorno dopo essere già a spasso. E la responsabilità non è della magistratura; è del sistema giuridico, che complica le procedure. È giusto essere garantisti, fino al giudizio. Ma, in caso di condanna, la prima garanzia è quella che riconosce il diritto della vittima a vedere punito il colpevole».

È tempo di modificare in senso restrittivo la legge Gozzini?

«La mia risposta è no. Quello che dobbiamo guardare è l'assetto complessivo delle norme. I patteggiamenti. I vari benefici. Il procuratore Grasso ha lanciato l'allarme: i benefici ordinari e i benefici riservati a chi collabora con la magistratura ormai sono equiparati; il risultato è che nessuno collabora più. Il rispetto delle regole, e il rispetto delle sanzioni per chi sbaglia, è tipico di una cultura di sinistra. E poi la sinistra è la sola che può fare una politica di integrazione. Gran parte degli immigrati sono persone per bene, che non vanno relegate ai margini della società. Quanto tempo devono attendere per avere la cittadinanza? Perché ci si ostina a impedire loro di partecipare al voto? A Roma abbiamo migliaia di imprese gestite da immigrati, abbiamo fatto un grande lavoro per integrare i bambini rom».

Il centrodestra vi rimprovera di aver tentato di integrare anche chi l'integrazione rifiuta, anziché reprimere.

«Sono rimasto molto colpito dal modo in cui il centrodestra ha affrontato la questione. Sono riaffiorati vecchi riflessi, vecchie pulsioni. An ha riportato il proprio orologio indietro di quindici anni; e penso lo faccia perché qualcuno le sta creando un'alternativa a destra».

Storace usato da Berlusconi contro Fini?

«Se il capo dell'opposizione va a una manifestazione di un partito che ha sostenuto la legittimità del linciaggio e che ha avuto nei confronti del presidente della Repubblica e della senatrice Rita Levi Montalcini atteggiamenti che nulla hanno a che vedere con i metodi democratici, se Berlusconi va lì lo fa per dire a Fini che c'è un'alternativa possibile. E An, anziché evolvere in una grande forza moderata di centrodestra, è condizionata da Storace. Dire in tv che la direttiva comunitaria consentirebbe di espellere 250 mila persone significa ingannare gli italiani. Perché il governo di centrodestra nel 2002 ha accettato l'abolizione del visto, senza preoccuparsi di trovare accordi per regolare i flussi dall'Est? Perché per cinque anni non hanno fatto il decreto per le espulsioni che ha fatto ora il governo Prodi?».

Il governo Prodi si è mosso sull'emozione per la morte di Giovanna Reggiani. E il decreto, che lei ha sollecitato, viene ora attenuato; tanto che proprio il suo fedele critico Sansonetti scrive su Liberazione che lei, Veltroni, dovrebbe rallegrarsi che non sia passata la sua «linea dura».

«Non solo io, tutti i sindaci, nei mesi passati, hanno sollecitato il decreto. Dopo la tragedia, ho insistito; e il governo ha fatto bene a interpretare la reazione dell'opinione pubblica e a darle una risposta. Non vedo attenuazioni al decreto. Lanciare una campagna contro il razzismo è condivisibile, così come legare l'espulsione a gravi e concreti pericoli per la sicurezza. Affidare il giudizio alla magistratura ordinaria è corretto, come ha spiegato Giuliano Amato. Il punto essenziale è che i prefetti ora possono allontanare i criminali dal nostro territorio».

Ma è il «modello Roma» che il centrodestra mette in discussione.

«Il "modello Roma" andava benissimo fino a quando non mi sono candidato alle primarie. Allora si è cominciato a raccontare Roma in modo diverso. Nella realtà, la capitale cresce il doppio della media del Paese, cresce più ancora in termini di occupazione e fino al gennaio di quest'anno — cito dati del Sole 24Ore — aveva un numero di omicidi, scippi, rapine minore anche in cifra assoluta rispetto a città amministrate dal centrodestra. Abbiamo chiuso piaghe aperte da decenni, smantellato i campi della stazione Tiburtina, della Snia Viscosa, del residence Roma, abbattuto centinaia di baracche, chiuso decine e decine di campi nomadi, spostato 15 mila persone che allora non potevamo espellere».

Fini le rimprovera di concentrarsi sulle cose che le stanno a cuore, dalla festa del cinema alle notti bianche, e tollerare il racket dei lavavetri, quello dei mendicanti e in genere il degrado urbano. Cosa risponde?

«Non è colpa mia se i giornali si occupano più della festa del cinema o delle notti bianche che delle cose fatte quotidianamente per i problemi della città. Non è colpa mia se i media danno paginate all'arrivo di Nicole Kidman e non una riga su come abbiamo illuminato le periferie, aperto campi sportivi nelle scuole, costruito biblioteche. Certo, c'è un problema, che peraltro non riguarda solo Roma: la lotta contro il degrado, per affermare la cultura del decoro. Qui sta il limite del centrodestra: l'idea che sia tutto lecito, che il bene comune non sia importante quanto l'interesse individuale. In quella frase del capo dell'opposizione, "toccate la mia mano perché è questa che ha fatto il grano", è già scritto tutto: la società del particolare; l'egoismo sociale ed etnico. La sinistra non deve avere alcun imbarazzo a mettere in campo un'idea opposta di società, a ingaggiare una grande battaglia di valori. Noi vogliamo premiare il talento e produrre ricchezza; ma vogliamo anche che la ricchezza sia distribuita in modo equo. In un mondo con piccoli fortilizi di ricchi assediati dalla povertà, neppure i ricchi vivono bene».